

* (tutte le immagini sono di Giampaolo Talani La musica. Orchestre
su tela e sui muri 1997-2004)
Ascolti collegati

Fabrizio
de André
Anime Salve |

I Luf
Paradis del Diaol |

Davide Van De Sfroos
E semm partì |

Davide Van De Sfroos
Breva e Tivan |

Sulutumana
Arimo |

Sulutumana
Decanter |
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Iniziamo
col parlare di “Anime Salve”, ultima fatica di Fabrizio
De Andrè. Non è un disco concettuale, è piuttosto
un trattato filosofico. Al suo interno infatti vige per ogni brano
un racconto e una critica in cui le tematiche irrisolte o irrisolvibili
sopravvivono agli anni per difetto dell’uomo. Dalla Principessa
brasiliana che vediamo ogni giorno ballonzolata fra sbirri dal manganello
facile e sicari dalle morali meno autentiche e più di facciata
(come se esistesse morale autentica), all’inimicizia delle
faide raccontate in “Disamistade” che nei cassonetti
in fiamme bruciano cuori e frattaglie di potere.
Come
in “Dolcenera” in cui un’alluvione prende il gusto
sfacciato dei cataclismi bisestili, spuntanti da giornali di faccendieri
inumani che fino al giorno prima avevano investito 6 milioni di
euro in tornadi. Oppure le acciughe che fanno il pallone, omaggio
immenso a tutte quelle attività moribonde che commuovono
tanto i poeti ma che al mercato del lavoro sembrano non interessare.
Per passare con “Anime salve”, titolo soffiato via dal
suo arcipelago etimologico, in cui l’origine “Spiriti
solitari” palpa un po’ di umano al suo carceriere (carceriere
il mondo, parte di umano chi lo abita), fino a posarsi su Nina che
vola fra le corde dell’altalena, in cui l’amore privato
sgomita piacevolmente col dramma di una sopravvivenza sofferta ad
un padre troppo duro e concreto. Con la presa di posizione a fianco
dei Rom nel brano Khorakhanè e la “Smisurata preghiera”
per le ferite delle minoranze, Fabrizio De Andrè si afferma
come l’ultimo poeta “coraggioso” , a scapito dei
tanti colleghi conventicoli e camaleontici, separati in due fra
l’ammiccare a una massa che sogna di scuoiare i suoi schiaffeggiatori
e una multinazionale dei cd che li insignisce a un ruolo di educandi,
per grigio senso del conforme.
Passando a Paolo Conte, la sua verde milonga
non solo è commovente per l’arredamento sottofondesco
imbastito sotto il falso nome della musica, è anche un
capolavoro della metrica, un trionfo del dizionario sul tabloid.
Una dura riflessione su gli umpappà di questa fanghiglia
sopravvivente penzoloni dal tango, una traduzione quasi letterale
di quello che ci verrebbe a dire la milonga se parlasse la lingua
bisbetica a rarefatta dei jazzman mediterranei.
Fa parte di quei brani che fuggono alla paternità del proprio
artista, per dedicarsi unicamente al patrimonio universale dell’ascolto,
che nella musica è la cosa più importante, malgrado
esistano geni indiscutibili tutt’ora inascoltati.
E’ in assoluto un’opera completa ed eccezionale malgrado
il chilometraggio non sia eccessivo, che potrebbe benissimo comporre
un disco a se.
Per quanto riguarda Vinicio Capossela, nella “SS dei Naufragati”
ha creato un autentico mostro che con estrema bravura è
riuscito a controllare.
Uno dei recitativi migliori della storia musicale italiana, quasi
allo stesso livello di “Parlando del naufragio della London
Valour”. Un brano che ha le radici a parte, quasi disconnesso
dall’intero apparato del disco. Un componimento che corre
il rischio di essere una vera e propria pianta carnivora, capace
di divorare qualsiasi cosa le si accosti.
La straordinaria ricerca musicale giocatasi alle spalle del testo,
ne fanno senz’altro un gioiello particolarissimo scollegato
da ogni palcoscenico, come se fuoriuscisse da una radio imbottita
di fili alle 12 in punto, quando si fa pausa pranzo in officina.
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