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BiELLE Penseremos!
Dove puo’ o non puo’ arrivare un cantante
Anime Salve, alle prese con una verde milonga, sulla SS dei naufragati
di Corrado Sciò



* (tutte le immagini sono di Giampaolo Talani La musica. Orchestre su tela e sui muri 1997-2004)

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Iniziamo col parlare di “Anime Salve”, ultima fatica di Fabrizio De Andrè. Non è un disco concettuale, è piuttosto un trattato filosofico. Al suo interno infatti vige per ogni brano un racconto e una critica in cui le tematiche irrisolte o irrisolvibili sopravvivono agli anni per difetto dell’uomo. Dalla Principessa brasiliana che vediamo ogni giorno ballonzolata fra sbirri dal manganello facile e sicari dalle morali meno autentiche e più di facciata (come se esistesse morale autentica), all’inimicizia delle faide raccontate in “Disamistade” che nei cassonetti in fiamme bruciano cuori e frattaglie di potere.

Come in “Dolcenera” in cui un’alluvione prende il gusto sfacciato dei cataclismi bisestili, spuntanti da giornali di faccendieri inumani che fino al giorno prima avevano investito 6 milioni di euro in tornadi. Oppure le acciughe che fanno il pallone, omaggio immenso a tutte quelle attività moribonde che commuovono tanto i poeti ma che al mercato del lavoro sembrano non interessare. Per passare con “Anime salve”, titolo soffiato via dal suo arcipelago etimologico, in cui l’origine “Spiriti solitari” palpa un po’ di umano al suo carceriere (carceriere il mondo, parte di umano chi lo abita), fino a posarsi su Nina che vola fra le corde dell’altalena, in cui l’amore privato sgomita piacevolmente col dramma di una sopravvivenza sofferta ad un padre troppo duro e concreto. Con la presa di posizione a fianco dei Rom nel brano Khorakhanè e la “Smisurata preghiera” per le ferite delle minoranze, Fabrizio De Andrè si afferma come l’ultimo poeta “coraggioso” , a scapito dei tanti colleghi conventicoli e camaleontici, separati in due fra l’ammiccare a una massa che sogna di scuoiare i suoi schiaffeggiatori e una multinazionale dei cd che li insignisce a un ruolo di educandi, per grigio senso del conforme.


Passando a Paolo Conte, la sua verde milonga non solo è commovente per l’arredamento sottofondesco imbastito sotto il falso nome della musica, è anche un capolavoro della metrica, un trionfo del dizionario sul tabloid.
Una dura riflessione su gli umpappà di questa fanghiglia sopravvivente penzoloni dal tango, una traduzione quasi letterale di quello che ci verrebbe a dire la milonga se parlasse la lingua bisbetica a rarefatta dei jazzman mediterranei.
Fa parte di quei brani che fuggono alla paternità del proprio artista, per dedicarsi unicamente al patrimonio universale dell’ascolto, che nella musica è la cosa più importante, malgrado esistano geni indiscutibili tutt’ora inascoltati.
E’ in assoluto un’opera completa ed eccezionale malgrado il chilometraggio non sia eccessivo, che potrebbe benissimo comporre un disco a se.


Per quanto riguarda Vinicio Capossela, nella “SS dei Naufragati” ha creato un autentico mostro che con estrema bravura è riuscito a controllare.
Uno dei recitativi migliori della storia musicale italiana, quasi allo stesso livello di “Parlando del naufragio della London Valour”. Un brano che ha le radici a parte, quasi disconnesso dall’intero apparato del disco. Un componimento che corre il rischio di essere una vera e propria pianta carnivora, capace di divorare qualsiasi cosa le si accosti.
La straordinaria ricerca musicale giocatasi alle spalle del testo, ne fanno senz’altro un gioiello particolarissimo scollegato da ogni palcoscenico, come se fuoriuscisse da una radio imbottita di fili alle 12 in punto, quando si fa pausa pranzo in officina.


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