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Le BiELLE RECENSIONI
Roberto Vecchioni : "Di rabbia e di stelle"
Quando il professore, giustamente, si incazza ...
di Giorgio Maimone


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Musicisti:
Roberto Vecchioni: voce
Paolino Della Porta: contrabbasso (Amico mio, Il cielo di Austerlitz)
Antonio Petruzzelli: basso elettrico
Stefano Cisotto: pianoforte, tastiere, Key-b solo organ e programmazione computer
Roberto Gualdi: batteria
Patrizio Fariselli: pianoforte (Amico mio, Il cielo di Austerlitz)
Stefano "Brando" Brandoni: chitarra classica e acustica
Lucio Fabbri: violino, chitarra elettrica e acustica, harmonium, celesta
Silvio Pozzoli: cori
Michele Ascolese: chitarra acustica (Le rose blu)
Cristiano Tibaldi: tromba e sax tenore
Giancarlo Porro: sax tenore e baritono
Giampiero Malfatto: trombone
Simone Rossetti Bazzarro, Serafino Tedesi, Paolo Costanzo, Gian Andrea Guerra: violino
Andrea Anzalone, Sokol Koka: violoncello
Matteo Del Soldà, Roberto Mazzoni: viola
Andrea Godio: corno
Teresa De Sio: voce (Il violinista sul tetto)

Testi e musica di Roberto Vecchioni,
tranne Mund lader di Vecchioni/Pozzoli/Vecchioni

Arrangiamenti e produzione: Lucio Fabbri


Tracklist

1. La ragazza col filo d'argento
2. Non lasciarmi andare via
3. Neanche se pangi in cinese
4. O amore amore amore
5. Comici spaventati guerrieri
6. Amico mio
7. Questi fantasmi
8. Non amo più
9. Mond lader (Mondo ladro)
10. Tu, quanto tempo hai?
11. Il cielo di Austerlitz
12. Il violinista sul tetto
13. Le rose blu

Vecchioni soffre un po’ di tafazzismo. Fa un disco di ottima caratura e lo nasconde dietro un incipit un po’ moscio. Per carità, belle canzoni anche quelle, ma le si rivaluta di più dopo aver ascoltato il resto del disco. E’ intuitivo che un disco che si chiama Di rabbia e di stelle abbia più cartucce sulla rabbia che sulle stelle. Ma sono peccatucci da niente. Dopo una prova in minore come Rotary Club of Malindi e un bellissimo disco dal vivo come il Contastorie, Roberto Vecchioni, come ci ha già abituato, mette a segno il disco del riscatto. Tredici canzoni che azzannano e lasciano il segno, a partire da Neanche se piangi in cinese, per proseguire con Comici spaventati guerrieri, con la dolcissima Amico mio, la malinconica Non amo più, la giustamente incazzosa Mond Lader (in milanese!) e la favolosa, favolistica ed etnica Il violinista sul tetto. Quando su 13 canzoni se ne citano sei è evidente che il disco ha una sua decisa forza intrinseca.

Non c’è un tema di fondo se non proprio quello preannunciato dal titolo: sono canzoni “Di rabbia e di stelle”, dove, supportato da una formazione massiccia (tra cui tornano Patrizio Fariselli e Paolino Della Porta dal precedente tour da trio jazz) coordinato e prodotto da Lucio “Violino” Fabbri e con Teresa De Sio come partecipazione straordinaria ne “Il violinista sul tetto”, Roberto Vecchioni riprende a raccontare le sue solite storie. Non si cambia certo a 65 anni e Vecchioni da sempre è il poeta dei sentimenti e delle intimità, che, a volte cede a ciglio sdrucciolevole del suo cuore napoletano, a volte invece cammina in miracoloso equilibrio su un filo teso tra la poesia e il diario in piazza. Se vogliamo le canzoni i Vecchioni sono come tanti blog antelitteram. Un diario personale e intimo, a volte appena mascherato, recitato e cantato in pubblico. Questa volta l’esercizio è venuto un gran bene.

Si inizia con “La ragazza col filo d’argento” che è un po’ “Stranamore”, un po’ “Signor Giudice”, ma così intensamente vecchioniana da parte un plagio o una caricatura ironica. Piacevole, intensa, vivace, ma incommensurabilmente già sentita. Anche “Non lasciarmi andare via” è un classico vecchioniano, questa volta sul versante lento (“Viola d’inverno”, “La bellezza”) e, forse per questo, più facile a raccogliere la nostra attenzione. Ma fin qui l’album non ci era piaciuto. Corretto, nulla più.

La svolta arriva con la terza canzone, “Neanche se parli in cinese”. E’ come se il professore avesse all’improvviso deciso di prendere le carte che aveva sul tavolo e con cui stava facendo il consueto solitario e le avesse scaraventate per aria, per fare piazza pulita e riprendere a scrivere col tavolo sgombro. E’ la convinzione che si respira in questo brano a fare la differenza. Musicalmente e anche come testo. Già il titolo la dice chiara. Ed è piacevole questo gioco con una donna, in cui è lui che, improvvisamente, non “glielo dà più”, salvo pentirsi alla fine e piangere in cinese per essere perdonato. Molto gradevole l’accompagnamento un po’ old time, vaghissimamente big band e ben giocato con profonda voce da crooner.

“O amore amore amore” torna un po’ sugli stilemi classici e la pedissequa ripetizione del termine “amore” (26 volte!) affloscia un po’ un brano che in fondo non è così banale e la cui atmosfera è molto ben costruita musicalmente, anche in chiave di arrangiamento. Ma “gli innamorati si nascondono tenendosi per mano / e non calpestano nemmeno i segno delle loro ombre / gli innamorati contano le stelle / e sanno benissimo quante sono / e conoscono per nome tutte le foglie gialle di novembre” non è frase di piccolo momento.

“Comici spaventati guerrieri” ruba il titolo, ma non molto di più, a Stefano Benni (che viene giustamente ringraziato nei crediti per il “prestito” del titolo). Qui sono i ragazzi al centro della riflessione vecchioniana e il prof, in genere, ci guadagna quando mette un po’ di strada tra il suo materiale emotivo e quello cantato. La visione è affettuosa, ma non paternalistica. “Non azzardatevi a toccarli mia / non azzerdatevi a giudicarli / tirate via le vostre sporche mani / non confondetevi coi loro sogni / continuate a costruire un mondo perfetto dove potere specchiarvi / i poeti non saranno anche nessuno / ma hanno il potere di sputtanarvi”. Il brano ha un buon tiro rock e la capacità di essere memorizzato immediatamente. Funziona benissimo.

Un brano mosso e uno lento, come si usava un tempo e come, in fin dei conti, continua a funzionare. “Amico mio” è una canzone che commuove. Cantata su un ritmo lento con voce molto profonda, ma su una successione di note non così consueta come in altri casi. E’ una lettera d’amore a un amico. Molto semplice, molto pulita, molto necessaria. La lettera che tutti vorremmo scrivere ai nostri migliori amici e che, ascoltando Vecchioni, ci spiace di non aver scritto. La prendo e la passo, così com’è a Adriano, ad Andrea, a Michele e agli altri pochi poveri amici miei. Impudico lui, impudico io.

“Questi fantasmi” riporta vivacità al disco e vivaddio è una canzone incazzosa che se la prende con i “decerebrati sulle jeep” (vi ricorda niente? “E non verranno i piemontesi / ad assalire Gaeta / con le loro land rover, con le loro toyota” (Dentro gli occhi), oppure con “i giovani pirla fancazzisti” o ancora contro quelli “che far vedere il culo / lo si possa definire un lavoro”, “questi trappani col rolex”, “ questa banda di pazzi che grida io compro, io vendo”. “Mandali a fare gli orsi a Yellowstone”. Richiesta ampiamente condivisibile. Altro brano che funziona.

“Non amo più” è distillato vecchioniano puro. C’è tutto: il cane, i figli, l’amore di vent’anni, ma all’improvviso c’è anche un uomo che “stasera all’improvviso … e non c’entri tu / non amo più”. Una lunga disanima accorata: “sarà il libro che leggevo / la canzone che credevo mia / o sarà semplicemente che il mio pene / non ha più fantasia” … “stasera non puoi farci niente neanche tu … non amo più”. E torna nel ritornello il nome di Ninni, nomignolo giovanile assegnato al piccolo Roberto dalla madre e titolo di una vecchia canzone. Triste, ripiegata, ma profondamente vera. Canzone dell’invecchiamento del desiderio. Vola alta.

“Ghe pù i tosan quei d’ona vòlta / che la daven dree a ona pòrta / la scighera l’era poesia / e te see denter in di oeugg / me trema ancamò i genoeugg / la prima volta che sei stata mia” (“Non ci sono più le ragazza di una volta / che la davano dietro a una porta / la nebbia era poesia / e sei dentro agli occhi / mi tremano ancora i ginocchi / la prima volta che sei stata mia”). E’ milanese ed è una strofa di “Mond lader” (Mondo ladro) in cui Vecchioni si fa aiutare per il testo in dialetto da Silvio Pozzoli. Il professore si trasforma in un vecchio operaio milanese incazzato come una belva per “quel gran figlio d’una bestia / che un bel giorno ha chiuso l’Alfa Romeo”. Una sorta di Jannacci rock. Altro brano di punta.

Come da programma segue un lento: “Tu, quanto tempo hai?”, un po’ di maniera. Strofa musicalmente in transito e ritornello con slargo orchestrale ma in punta di dita. Ci voleva forse più coraggio nella strofa per strapparla alla consuetudine e a una certa pigrizia compositiva. Difficilmente i testi tradiscono e nemmeno qui succede. Però la canzone sa di già sentito.

“Il cielo di Austerlitz” è un altro lento, ma affidato solo al piano di Patrizio Fariselli e al contrabbasso di Paolino Della Porta è, come dire, nobilitato dal fraseggio. Siamo sul versante tanto amato dal professore delle canzoni con riferimento storico. Qui si parla della battaglia napoleonica del 1805 vista dalla parte russa. Ben pensata e ancora meglio eseguita. Ma non è il Vecchioni che preferisco che, invece, ritorna un attimo dopo.

“Il violinista sul tetto” ha già una carta in più perché ospita Teresa De Sio e il violino di Lucio Fabbri, poi è una bella folk song di impianto tradizionale (“Mamma dammi centomila lire / che domani vado a ffà il pompiere”). E’ praticamente un canto a rispetto tra il “figlio” Roberto e la “mamma” Teresa. Di grazia sopraffina: 4’14” col sorriso sulle labbra.

“Le rose blu” aveva bisogno di ripiegarsi sul versante intimista. E anche qui forse qualche sforzo musicale in più sul piano dell’originalità lo si poteva anche pretendere. Questa come altre è una canzone del tipo: prendete un mazzo di canzoni di Vecchioni, buttatele in una ciotola e ritagliatene qualche frase melodica. Forse canzoni che i guadagnerebbero di più a essere recitate che non canticchiate. Assolutamente confondibile, assolutamente di Vecchioni: Ma di quando? In fondo “A te” del 1978 suonava molto simile e “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” del 1973 è stata forse il prototipo di brani di questo tipo. Insomma, prescindibile in un disco che comunque non è breve (55’).

Ma il bilancio finale pende a favore di questo album che, se non sempre allo stesso livello, presenta almeno una lunga striscia di brani sopra la norma. Attenzione, vale sempre il concetto che, come con Intel, in questo disco c’è “Vecchioni inside”. Se non siete interessati non aprite il file. Ma se siete suoi vecchi e fedeli ascoltatori, ancora una volta troverete pane per le vostre orecchie.


Roberto Vecchioni
"Di rabbia e di stelle"

Universal - 2007
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Ultimo aggiornamento: 10-10-2007
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