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L'agrodolce
del pendolo, l'imperdibile irritante
di
Giorgio Maimone
Ho sentito un bel disco. Uno di quelli antichi. Durava 42',
proprio come un vecchio lp. Facciata A e facciata B, qualche pezzo
un po' più debole, qualcuno mosso, qualcuno lento. Una bella
alternanza. Un disco praticamente perfetto: grandi autori francesi,
ottimamente tradotti, e mai traditi. Una bella interpretazione e
un accompagnamento con qualche vuoto, ma anche con molti pieni.
Insomma, qualcosa di bello. Alessio Lega non tradisce. Peccato che
... questa selezione sia quella che mi sono fatto io! All'album
di Alessio vanno aggiunti altri 24'28" e che al termine di
questi i conti tornino un po' meno,
Opera
agro-dolce, quindi, che costringe a miscelare il sapore della bouillabaisse
con quello della ratatouille, boccone dopo boccone; la bourride
che si mischia al fricandeau. Vini bianchi e rossi a sorsi alterni.
Alessio Lega ha voluto proporci una sorta di antologia del meglio
della canzone francese, partendo da brani inediti in italiano. Il
compito è riuscito. L'antologia è esaustiva. Adesso
ne sappiamo molto di più sulla canzone d'autore francese.
Ma tutto il disco di fila non riusciamo ad ascoltarlo quasi mai.
Poteva semplicemente essere un capolavoro: hanno voluto fare di
più. E non sempre la tappa superiore al capolavoro continua
a esserlo. La sensazione è che la materia, così tanto
amata, abbia preso la mano ad Alessio e gli strumenti ai Mokacyclope,
fin dalla copertina del disco erti a co-protagonisti del lavoro
e quindi delle scelte. Scelte su cui qualche dubbio è lecito
nutrire: non è detto che un autore di testi (il Lega in questo
caso) e degli autori di musiche (i Moka, per gli arrangiamenti)
riescano a lavorare assieme senza sacrificare ognuno qualcosa. Ma
visto che i Moka non hanno messo becco nei testi (penso), anche
il margine di intervento di Alessio nelle musiche potrebbe essere
stato risicato.
L'impressione è che al disco sia mancato un buon produttore.
Uno di quelli che abbia coraggio e forbici pronte per dire "qui
si taglia, qui si tronca, qui si lascia andare la musica e si resta
un po' zitti ad ascoltarla". Paradossalmente (e poi coi difetti
abbiamo finito) è un disco che ha sia troppa musica che troppe
parole. E' un disco bulimico e ipertrofico:può ucciderti
di piacere, ma gozzovigliare può portare alla noia. Undici
canzoni sono imperdibili, un paio insopportabili e cinque stanno
nel mezzo, con variazioni di gradevolezza.
Certo che quando sento Amori marinai (di
Brassens e Paul Fort) vado in sollucchero, che Con eleganza
(Jacques Brel con Gerard Jouannest) mi dà brividi di piacere.
Che Naturale (ancora di Brassens) è
di enorme godimento naturale e Né dio nè
stato (di Leo Ferré) è sempre stata
e continua a essere una pietra miliare. Ma il gusto dell'intelligenza
è tutto da sorseggiare anche in brani come Le
cose schifose hanno un gran bel nome (di Allain Leprest
e Romain Didier) o in Tolleranza zero
(di Renaud Sechan), che che appartengono alla nouvelle vague della
canzone d'arte francese.
Il lavoro di Alessio sulle traduzioni poi è da statua equestre
al Pincio! "E i sorrisi, i "tu pure ora" / il
lasciarsi, il ritornare / ci son, come miniature / negli amore d'alto
mare" (Amori marinai). "Forse
passammo da una serra / ma c'era odor di tulipani / quando la gonna
cadde a terra / sotto la fretta delle mani" (La
straniera). Oppure la magnifica (e deandreiana, nel
senso che De André si ispirava anche a Brel) "La
birra" con una frase come questa: "C'è
tanto orizzonte da perderci il senno / Ma Dio si è ubriacato
e il diavolo è in scranno / la gente del nord tracanna perché
/ si fabbrica il sole con quello che c'è". O anche
la "modiglianavo sul tuo tocco" o "In
un disordine di letto" con cui inizia "Sulle
punte" ( di Leprest).
Si rischierebbe di riportare mezzo libretto. Ma Lega non ha solo
tradotto bene: spesso ha inventato, attualizzato, cambiato, agito
sul testo nel completo rispetto delle intenzioni. Lo stesso rispetto
che è in parte mancato quando si è trattato di affrontare
gli arrangiamenti e le musiche. Va bene mettere le minigonne alle
canzoni, ma non lasciarle in mutande! In fin dei conti sono vecchie
signore e gli aggiornamenti li gradiscono sì, ma non come
l'inserto hendrixiano di chitarra che commenta La medaglia
o il lungo finale philipglassiano di Tango funebre
(che peraltro non è un tango, contrariamente all'originale).
Bianco e nero, dolce e agro. C'è di tutto e c'è di
più qua dentro. Non perdetelo. Dischi così, anche
nei contrasti, se ne fanno pochi.
Alessio
Lega
"Sotto il pavé la spiaggia"
Nota - 2006
Nei negozi di dischi
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