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Rapito
dall'alieno in un vuoto appagante
di
Vincenzo Greco
“E’ tutto il giorno che non ti si vede. Cosa
ti è successo?” mi chiedeva mia madre, quella giornata
in cui in tv era stato dato in anteprima il nuovo video di Battiato,
dove si vedevano cavalli correre veloci lungo il deserto tunisino
sulla musica di “Voglio vederti danzare”. Era
successo che, semplicemente, ero stato rapito. Da quella musica,
da quelle immagini, che facevano correre la mia fantasia ancora
più veloci dei cavalli. Rapito
da quel mondo che sembrava così distante dagli stilemi anglo-americani
imperanti nella plastica di quegli anni (e, purtroppo, anche degli
anni successivi).
Rapito da un
alieno col naso grosso, incontrato già qualche anno prima.
Un anno di euforia calcistica mondiale e di euforia musicale “Cuccuruccuccù
paloma”. Uno squarcio trasversale che veniva da lontano e
che si rivolgeva in tante direzioni: semplice, nella sua complessità;
esotico (e, a suo modo, eretico) nella sua popolarità; immediato,
nella sua durevolezza.
Un alieno il
cui ritorno, dopo quella ventata di euforia e di modernità,
attendevo con quella tipica ansia che solo una certa età
pare conoscere e frequentare così bene da essere del tutto
naturale e spontanea e assolutamente non artefatta né corrotta.
L’alieno
era tornato, e, ancora una volta, mi aveva rapito, sulle note di
vecchi valzer viennesi, prospettandomi zingare nel deserto e balinesi
nei giorni di festa che chi mai avrebbe immaginato, ai tempi di
Drive In. Sono
passati molti anni. Altri alieni ho conosciuto e frequentato. Ma
quell’alieno, quello col naso grosso e la faccia da vecchia,
è rimasto il più alieno di tutti. Ed
ora è tornato a rapirmi, come da tempo non riusciva a fare.
L’ultima
volta c’era riuscito brandendo una apparentemente innocua
borsa dell’acqua calda e raccontando la storia di un certo
capitano Shackleton e di asfissie cittadine come
manicomi moderni.
Ora ci è
riuscito un’altra volta, in un modo più annunciato:
il vuoto, già di per sé, si presta a riempire chi,
immerso nei moderni manicomi, aspira ad essere trasportato in un
altro mondo, con “pietre, comete scure e arcangeli in
penombra”. (Questa citazione scommetto che, tra i non
seguaci, quasi nessuno la afferrerà).
Era partito
tutto come l’ultima volta, parlando di tempo che manca, di
sindromi da traffico, ansia, stati emotivi, collera, paura, stress.
Un nuovo shock.
L’aria,
però, rispetto a prima, si fa già dal secondo ascolto
più eterea e felice dei suoni di Gommalacca
che uscivano, dieci anni fa circa, dalla borsa dell’acqua
calda.
Il ricordo
e la nostalgia non lasciano mai spazio al rimpianto. E la malinconia,
quando c’è (e ce n’è), è sempre
dolce (e qui c’è un deciso filo di congiunzione con
Ferro battuto).
Come, di converso,
le esplosioni di gioia non si fanno mai prendere troppo la mano
e divengono rarefatte e malinconiche. Così in quel capolavoro
melodico che è “Tiepido aprile”,
che strappa vere e proprie lacrime di pura commozione: cioè,
non dettate da richiami o da altro, ma dalla sola bellezza della
musica (cosa che capita molto raramente e che, per questo, credo
che candiderà questa canzone ad essere una delle più
belle del repertorio alieno). Così accade in “Aspettando
l’estate”, con un ritornello che pare
venire da così lontano che non puoi non perderti. E così
accade in “Stati di gioia”,
che si chiude, dopo un inizio movimentato, con 3 minuti spiazzanti
di classico tappeto musicale alla Battiato, ispirato al viaggio
della meditazione (e infatti ricorda moltissimo le atmosfere di
Gilgamesh).
In mezzo a
questi brani, che mi sembrano essere il nucleo fondante dell’album,
non ci sono, però, brani di riempimento. Ed è questa
la vera novità del “Vuoto”,
in un panorama musicale che si fonda sul successo di un solo brano
a traino di album scadenti, ripetitivi e poco ispirati.
Qui, dentro
questo vuoto, c’è ispirazione come raramente capita,
anche allo stesso Battiato.
C’è
costante una certa commozione trattenuta. Tutto si dispiega con
levità e richiami poetici (merito di Sgalambro: questo glielo
si deve; ah, se solo si limitasse a scrivere testi di canzoni!).
Nulla
deborda, anche quando potrebbe. Non si fa mai l’occhiolino
a chi ascolta. Non lo si consola, né si ammicca: non ce n’è
proprio bisogno, con canzoni come queste.
Ci sono molti
ritorni, angoli che chi conosce Battiato ha già da tempo
frequentato : il tema della solitudine come scelta di vita (“I
giorni della monotonia”), quello, tipicamente
buddista, dell’inganno dell’apparenza e dell’illusorietà
del così detto reale (“Niente è
come sembra” e “Io chi sono?”).
Ma quello che
colpisce tanto i rapiti come me, credo, sia la perfetta consonanza
delle musiche ai testi: nulla pare essere fuori posto; nulla pare
eccedere; nulla pare mancare. E’
un vuoto che, in realtà, è del tutto appagante. Il
vuoto, rimanendo tale, viene riempito.
Ed io continuo
ad essere rapito. E viaggio nel tempo e nello spazio (che “in
una stanza vuota si unisce alla luce in una cosa sola”) veloce,
veloce come il ritmo di “The game is over”
(da collegare alle sperimentalità riprese dal passato e già
fortemente presenti in Dieci Stratagemmi). Quando
ritornerò sulla terra di tutti i giorni, vi racconterò
meglio cosa è successo.
Naturalmente,
non avvertite gli americani: anche volendo, non riuscirebbero comunque
a liberarmi.
Franco
Battiato
"Il vuoto"
Universal - 2007
Nei negozi di dischi
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