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Le BiELLE RECENSIONI
Franco Battiato: "Il vuoto"

Rapito dall'alieno in un vuoto appagante
di Vincenzo Greco

“E’ tutto il giorno che non ti si vede. Cosa ti è successo?” mi chiedeva mia madre, quella giornata in cui in tv era stato dato in anteprima il nuovo video di Battiato, dove si vedevano cavalli correre veloci lungo il deserto tunisino sulla musica di “Voglio vederti danzare”.
Era successo che, semplicemente, ero stato rapito. Da quella musica, da quelle immagini, che facevano correre la mia fantasia ancora più veloci dei cavalli. Rapito da quel mondo che sembrava così distante dagli stilemi anglo-americani imperanti nella plastica di quegli anni (e, purtroppo, anche degli anni successivi).

Rapito da un alieno col naso grosso, incontrato già qualche anno prima. Un anno di euforia calcistica mondiale e di euforia musicale “Cuccuruccuccù paloma”. Uno squarcio trasversale che veniva da lontano e che si rivolgeva in tante direzioni: semplice, nella sua complessità; esotico (e, a suo modo, eretico) nella sua popolarità; immediato, nella sua durevolezza.

Un alieno il cui ritorno, dopo quella ventata di euforia e di modernità, attendevo con quella tipica ansia che solo una certa età pare conoscere e frequentare così bene da essere del tutto naturale e spontanea e assolutamente non artefatta né corrotta.

L’alieno era tornato, e, ancora una volta, mi aveva rapito, sulle note di vecchi valzer viennesi, prospettandomi zingare nel deserto e balinesi nei giorni di festa che chi mai avrebbe immaginato, ai tempi di Drive In. Sono passati molti anni. Altri alieni ho conosciuto e frequentato. Ma quell’alieno, quello col naso grosso e la faccia da vecchia, è rimasto il più alieno di tutti. Ed ora è tornato a rapirmi, come da tempo non riusciva a fare.

L’ultima volta c’era riuscito brandendo una apparentemente innocua borsa dell’acqua calda e raccontando la storia di un certo capitano Shackleton e di asfissie cittadine come manicomi moderni.

Ora ci è riuscito un’altra volta, in un modo più annunciato: il vuoto, già di per sé, si presta a riempire chi, immerso nei moderni manicomi, aspira ad essere trasportato in un altro mondo, con “pietre, comete scure e arcangeli in penombra”. (Questa citazione scommetto che, tra i non seguaci, quasi nessuno la afferrerà).

Era partito tutto come l’ultima volta, parlando di tempo che manca, di sindromi da traffico, ansia, stati emotivi, collera, paura, stress. Un nuovo shock.

L’aria, però, rispetto a prima, si fa già dal secondo ascolto più eterea e felice dei suoni di Gommalacca che uscivano, dieci anni fa circa, dalla borsa dell’acqua calda.

Il ricordo e la nostalgia non lasciano mai spazio al rimpianto. E la malinconia, quando c’è (e ce n’è), è sempre dolce (e qui c’è un deciso filo di congiunzione con Ferro battuto).

Come, di converso, le esplosioni di gioia non si fanno mai prendere troppo la mano e divengono rarefatte e malinconiche. Così in quel capolavoro melodico che è “Tiepido aprile”, che strappa vere e proprie lacrime di pura commozione: cioè, non dettate da richiami o da altro, ma dalla sola bellezza della musica (cosa che capita molto raramente e che, per questo, credo che candiderà questa canzone ad essere una delle più belle del repertorio alieno). Così accade in “Aspettando l’estate”, con un ritornello che pare venire da così lontano che non puoi non perderti. E così accade in “Stati di gioia”, che si chiude, dopo un inizio movimentato, con 3 minuti spiazzanti di classico tappeto musicale alla Battiato, ispirato al viaggio della meditazione (e infatti ricorda moltissimo le atmosfere di Gilgamesh).

In mezzo a questi brani, che mi sembrano essere il nucleo fondante dell’album, non ci sono, però, brani di riempimento. Ed è questa la vera novità del “Vuoto”, in un panorama musicale che si fonda sul successo di un solo brano a traino di album scadenti, ripetitivi e poco ispirati.

Qui, dentro questo vuoto, c’è ispirazione come raramente capita, anche allo stesso Battiato.

C’è costante una certa commozione trattenuta. Tutto si dispiega con levità e richiami poetici (merito di Sgalambro: questo glielo si deve; ah, se solo si limitasse a scrivere testi di canzoni!). Nulla deborda, anche quando potrebbe. Non si fa mai l’occhiolino a chi ascolta. Non lo si consola, né si ammicca: non ce n’è proprio bisogno, con canzoni come queste.

Ci sono molti ritorni, angoli che chi conosce Battiato ha già da tempo frequentato : il tema della solitudine come scelta di vita (“I giorni della monotonia”), quello, tipicamente buddista, dell’inganno dell’apparenza e dell’illusorietà del così detto reale (“Niente è come sembra” e “Io chi sono?”).

Ma quello che colpisce tanto i rapiti come me, credo, sia la perfetta consonanza delle musiche ai testi: nulla pare essere fuori posto; nulla pare eccedere; nulla pare mancare. E’ un vuoto che, in realtà, è del tutto appagante. Il vuoto, rimanendo tale, viene riempito.

Ed io continuo ad essere rapito. E viaggio nel tempo e nello spazio (che “in una stanza vuota si unisce alla luce in una cosa sola”) veloce, veloce come il ritmo di “The game is over” (da collegare alle sperimentalità riprese dal passato e già fortemente presenti in Dieci Stratagemmi). Quando ritornerò sulla terra di tutti i giorni, vi racconterò meglio cosa è successo.

Naturalmente, non avvertite gli americani: anche volendo, non riuscirebbero comunque a liberarmi.

Franco Battiato
"Il vuoto"

Universal - 2007
Nei negozi di dischi

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Radiodervish
Amara Terra Mia

Tracklist


Il vuoto
I giorni della monotonia
Aspettando l'estate
Niente è come sembra
Tiepido aprile
The game is over
Era l'inizio della primavera
Io chi sono?
Stati di gioia



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Ultimo aggiornamento: 20-02-2007
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