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Gainsbourg?
In italiano Buscaglione
di
Giorgio Maimone
E’ noto che esista una distonia temporale. Un autore
lo si ascolta in vita, poi scompare e, nel giro di pochi decenni,
scompare anche dalla memoria collettiva. Casi rari sono quelli della
sopravvivenza della fama, che a volte si trasforma in culto: in
Italia possiamo citare De André di cui si è pubblicato
il triplo dopo la morte che in vita, in Francia Brassens, Brel e
Ferré che non sono mai spariti, perché non sono mai
mancati i prosecutori, gli adulatori, i seguaci, più o meno
convinti.
Serge Gainsbourg, già poco conosciuto in Italia all’epoca
in cui in Francia, a suo modo era un divo, è stato completamente
dimenticato. Forse qualcuno si ricorderà la sua canzone più
famosa, ma non più bella, ossia la “Je
t’aime, moi non plus” cantata, anzi “sospirata”
da Jane Birkin (e in Italia, vergogna, da Ombretta
Colli!), ma solo per il suo forte contenuto erotico: la canzone
erotica più nota di tutti i tempi. O forse la più
erotica tra le canzoni famose.
Da quando nel 1991 Gainsbourg è scomparso, a un’età
che un tipo come lui non avrebbe mai pensato di raggiungere (63
anni) su di lui è calato un colpevole silenzio. Eppure è
autore di tutto pregio, dalla competenze musicali vaste e variegate.
Ma di lui si ricorda solo che fu uno dei fidanzati della Bardot
(per cui Je t’aime era stata scritta, incisa, ma non pubblicata
per timori di ricadute negative sulla carriera dell’attrice),
che ha avuto una figlia della Birkin, la bravissima attrice Charlotte
Gainsbourg e un figlio, più piccolo, Lucien, detto
Lulu, dalla modella Bambou.
Serge scrisse colonne sonore per più di 40 film, fu persona
di spicco nella scena jazz francese, vicino e affine a Boris Vian,
anche se più aperto alle influenze occidentali (americane
e afro-americane). La sensazione è quella di un personaggio
eccessivo che si è bruciato (oh, molto lentamente però)
sull’altare della vita vissuta, penalizzando le vette artistiche
a cui avrebbe potuto accedere. Dei suoi pregi ce ne offre ottima
testimonianza Leandro Barsotti nell’album+libro appena uscito
e dal titolo “Il jazz nel burrone” – “Barsotti
racconta Gainsbourg”.
Le canzoni sono 11: l’undicesima è Je T’aime,
ma riproposta solo in versione strumentale. Tra gli altri brani
da ricordare subito “Il bigliettaio del metrò”
(“Faccio buchi, faccio buchi, faccio solo buchi / buchi
di prima classe / buchi di seconda classe / Sono il bigliettaio
del metrò, ogni coincidenza io la so / vivo qui nel cuore
della terra”), di cui esiste anche una versione di Giangilberto
Monti. “Così stronzo” (“Sei
bella e io così stronzo / su di te lo splendore di un raggio
di sole / su di me la sporcizia e le ragnatele”),
“La fine di un fighetto” (“Ogni notte
lo trovavi brillo / che allegria / la fine di un fighetto / Chi
non si è innamorata mai di lui / credo donna non ci sia /
ogni donna aveva una diversa / che playboy”).
Su
tutto domina un’aria così intensamente anni ’60
da stravolgere per il suo profumo. Notti di Parigi, quelle che allora
dall’Italia profumavano di vita e di peccato: anni prima che
arrivassero la movida madrilena, la Milano da bere, o la Berlino
techno-punk. Prima del beat, prima degli hippies, prima del rock.
Che dire di una frase come “non abbiamo più niente
da dire / quando sei verticale / e allora per passare il tempo /
tra l’amore e il sesso / prendo un giornale e la penna / e
colore le a e coloro le o” (“Che mortale noia”).
Gioventù
bruciata? Bluson noir? Esistenzialismo? Di tutto un po’. Quello
che è sicuro è che Barsotti entra in questo mondo
a piedi giunti, lo indossa, se lo fa suo e ce lo restituisce. Tenendo
d’occhio le tematiche e le musiche non si può gettare
un pensiero al coevo Fred Buscaglione: nato solo
sette anni prima di Gainsbourg, ma scomparso, troppo giovane, 31
anni prima. Se il disco è da suonare e risuonare, per rivedere
srotolarsi davanti agli occhi della memoria il film in bianco e
nero di una Parigi ormai scomparsa, odorosa di notte, di whisky,
di macchine veloci e di pioggia, il libro è da leggere con
cura, per osservare la nascita di un’ossessione (cantare Gainsbourg)
che accompagna Barsotti dalla natia Marghera, dove nasceva in questi
stessi anni sessanta cantati da GainGain, fino alla realizzazione
del disco.
Barsotti, laureato in criminologia, è al suo sesto disco:
raggiunse il successo e un secondo posto al Festival di Sanremo
giovani nel 1996 con “Lasciarsi amare”, dove torna l’anno
successivo con il brano “Fragolina”. Dopo un inizio
così, un po’ poppeggiante, dal 2001 Barsotti decide
di mettersi a fare le cose sul serio, dedicandosi soprattutto al
teatro e a progetti più ambiziosi, come questo su Gainsbourg
che è il primo che vede l’uscita su cd.
Insomma, un’operazione meritoria che si inserisce in quel
lungo filone che da Alessio Lega a Giangilberto Monti, a Priska,
a Enrico Terragnoli, a Mira Leon ha riscoperto la magia del francese
e delle canzoni francesi, facendoci vivere una seconda fioritura
sia linguistica che musicale. Gainsbourg nostro fratello maggiore,
ma Parigi, oh cara, val bene un bel jazz.
Leandro
Barsotti
"Il jazz nel burrone - Barsotti racconta Gainsbourg"
Iperspazio/Edel - 2006
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