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Le BiELLE RECENSIONI
Leandro Barsotti: "Il jazz nel burrone - Gainsbourg"

 

 

 

 




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E’ noto che esista una distonia temporale. Un autore lo si ascolta in vita, poi scompare e, nel giro di pochi decenni, scompare anche dalla memoria collettiva. Casi rari sono quelli della sopravvivenza della fama, che a volte si trasforma in culto: in Italia possiamo citare De André di cui si è pubblicato il triplo dopo la morte che in vita, in Francia Brassens, Brel e Ferré che non sono mai spariti, perché non sono mai mancati i prosecutori, gli adulatori, i seguaci, più o meno convinti.

Serge Gainsbourg, già poco conosciuto in Italia all’epoca in cui in Francia, a suo modo era un divo, è stato completamente dimenticato. Forse qualcuno si ricorderà la sua canzone più famosa, ma non più bella, ossia la “Je t’aime, moi non plus” cantata, anzi “sospirata” da Jane Birkin (e in Italia, vergogna, da Ombretta Colli!), ma solo per il suo forte contenuto erotico: la canzone erotica più nota di tutti i tempi. O forse la più erotica tra le canzoni famose.

Da quando nel 1991 Gainsbourg è scomparso, a un’età che un tipo come lui non avrebbe mai pensato di raggiungere (63 anni) su di lui è calato un colpevole silenzio. Eppure è autore di tutto pregio, dalla competenze musicali vaste e variegate. Ma di lui si ricorda solo che fu uno dei fidanzati della Bardot (per cui Je t’aime era stata scritta, incisa, ma non pubblicata per timori di ricadute negative sulla carriera dell’attrice), che ha avuto una figlia della Birkin, la bravissima attrice Charlotte Gainsbourg e un figlio, più piccolo, Lucien, detto Lulu, dalla modella Bambou.

Serge scrisse colonne sonore per più di 40 film, fu persona di spicco nella scena jazz francese, vicino e affine a Boris Vian, anche se più aperto alle influenze occidentali (americane e afro-americane). La sensazione è quella di un personaggio eccessivo che si è bruciato (oh, molto lentamente però) sull’altare della vita vissuta, penalizzando le vette artistiche a cui avrebbe potuto accedere. Dei suoi pregi ce ne offre ottima testimonianza Leandro Barsotti nell’album+libro appena uscito e dal titolo “Il jazz nel burrone” – “Barsotti racconta Gainsbourg”.

Le canzoni sono 11: l’undicesima è Je T’aime, ma riproposta solo in versione strumentale. Tra gli altri brani da ricordare subito “Il bigliettaio del metrò” (“Faccio buchi, faccio buchi, faccio solo buchi / buchi di prima classe / buchi di seconda classe / Sono il bigliettaio del metrò, ogni coincidenza io la so / vivo qui nel cuore della terra”), di cui esiste anche una versione di Giangilberto Monti. “Così stronzo” (“Sei bella e io così stronzo / su di te lo splendore di un raggio di sole / su di me la sporcizia e le ragnatele”), “La fine di un fighetto” (“Ogni notte lo trovavi brillo / che allegria / la fine di un fighetto / Chi non si è innamorata mai di lui / credo donna non ci sia / ogni donna aveva una diversa / che playboy”).

Su tutto domina un’aria così intensamente anni ’60 da stravolgere per il suo profumo. Notti di Parigi, quelle che allora dall’Italia profumavano di vita e di peccato: anni prima che arrivassero la movida madrilena, la Milano da bere, o la Berlino techno-punk. Prima del beat, prima degli hippies, prima del rock. Che dire di una frase come “non abbiamo più niente da dire / quando sei verticale / e allora per passare il tempo / tra l’amore e il sesso / prendo un giornale e la penna / e colore le a e coloro le o” (“Che mortale noia”).

Gioventù bruciata? Bluson noir? Esistenzialismo? Di tutto un po’. Quello che è sicuro è che Barsotti entra in questo mondo a piedi giunti, lo indossa, se lo fa suo e ce lo restituisce. Tenendo d’occhio le tematiche e le musiche non si può gettare un pensiero al coevo Fred Buscaglione: nato solo sette anni prima di Gainsbourg, ma scomparso, troppo giovane, 31 anni prima. Se il disco è da suonare e risuonare, per rivedere srotolarsi davanti agli occhi della memoria il film in bianco e nero di una Parigi ormai scomparsa, odorosa di notte, di whisky, di macchine veloci e di pioggia, il libro è da leggere con cura, per osservare la nascita di un’ossessione (cantare Gainsbourg) che accompagna Barsotti dalla natia Marghera, dove nasceva in questi stessi anni sessanta cantati da GainGain, fino alla realizzazione del disco.

Barsotti, laureato in criminologia, è al suo sesto disco: raggiunse il successo e un secondo posto al Festival di Sanremo giovani nel 1996 con “Lasciarsi amare”, dove torna l’anno successivo con il brano “Fragolina”. Dopo un inizio così, un po’ poppeggiante, dal 2001 Barsotti decide di mettersi a fare le cose sul serio, dedicandosi soprattutto al teatro e a progetti più ambiziosi, come questo su Gainsbourg che è il primo che vede l’uscita su cd.
Insomma, un’operazione meritoria che si inserisce in quel lungo filone che da Alessio Lega a Giangilberto Monti, a Priska, a Enrico Terragnoli, a Mira Leon ha riscoperto la magia del francese e delle canzoni francesi, facendoci vivere una seconda fioritura sia linguistica che musicale. Gainsbourg nostro fratello maggiore, ma Parigi, oh cara, val bene un bel jazz.


Leandro Barsotti
"Il jazz nel burrone - Barsotti racconta Gainsbourg"

Iperspazio/Edel - 2006
Nei negozi di dischi


Tracklist

Il bigliettaio del metro
Un trombone nel mio cuore
Il jazz nel burrone
Poesia
La fine di un fighetto
Ma questo non lo sai

Così stronzo
Uomo tossico
Nessuno
Che mortale noia
Je t'aime, moi non plus



Il bigliettaio del metro

Sono il bigliettaio del metrò
quello che non guardi in faccia mai
Non c'è sole qui sotto la terra
Sembra una guerra.
Nella mia pausa a mezzodì
leggo le pagine sui vip
E sui quei giornali io leggo che
la vita è molto dolce a Saint Tropez
mentre io cammino tra i vagoni
che due maroni
Credo che stupidi così mestieri
non ne faccian più:

Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi
Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi
Buchi di prima classe,
buchi di seconda classe
Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi
Faccio buchi, faccio buchi, faccio solo buchi

Sono il bigliettaio del metrò
ogni coincidenza io la so
vivo qui nel cuore della terra
ho nella testa
milioni di biglietti sai
Li riconosco nel viavai
Sotto questo cielo di metallo
brillan soltanto le fermate
Per questo sogno
sempre a occhi aperti
Vedo le onde
E tra la nebbia c'è una nave
che sta venendomi a salvare

Mi porta via da questo buco
dove faccio buchI
Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi
Ma la nave si incaglia,
lentamente affonda
Io resto nel mio buco
dove faccio solo buchi.
Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi.

Sono il bigliettaio del metrò
Che attraversa la periferia
sono stufo oggi e me ne frego
Di questo impiego
Io voglio fare qualcos'altro, voglio diventare un altro:
Un giorno arriverà ne sono certo
Allora io vivrò a cielo aperto
avrò una spider lunga un autostrada verso una casa
Perché di buchi o mio Gesù non voglio vivere mai più.

Faccio buchi, faccio buchi,
faccio solo buchi
Qui divento pazzo
da spararmi un colpo
Faccio un buco, un altro buco,
l'ultimo dei buchi
Finché mi metteranno
dentro un buco
dove non vedrò più
questi buchi
questi buchi
questi buchi qua!



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Ultimo aggiornamento: 17-02-2007
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