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E'
Battisti, Bugo o una bufala? A me non dispiace
di
Leon Ravasi
Lo so: gli si può correre dietro con un tarello o
amarlo. Destino dei geni? O destino di quelle persone insopportabili
che non sapete dove collocare. Dente (e non è il vero nome)
è disarmante: una chitarrina, suonata sdren sdren, una voce
non memorabile e quasi nient'altro. La prima canzone è raggelante:
"Canzone di non amore". Si pensa di non essere
su un disco, ma sul demo di un esordiente e non destinato a fare
grande strada. Già alla seconda ("Baby building")
qualcosa scatta. Non siamo sul piano dell'assoluta normalità.
E, soprattutto, provate a scollarvela di dosso "Baby building":
impossibile! Eppure è fatta di niente.
Ma ha un ritornello ribaldo "Ma che begli occhi che hai
/ chissà come m vedi bene" che, fateci caso, contiene
anche semanticamente, uno scarto dalla norma. Non è la bellezza
degli occhi che fa vedere bene. "Poi mi regalerai un bacio
lungo dall'Emilia all'Africa / io ti darò un cesto di stelle
di plastica / e la mia povertà / e niente di niente di niente
ci toccherà". Gli ingredienti restano gli stessi:
povertà assoluta di mezzi, testi che sembrano buttati lì
a caso tra le semplicità della vita, ma che sono molto meno
a caso di quanto sembri e una voce che accenna appena al motivo,
quasi in falsetto. Incredibile. Eppure piace.
Non tutto è come "Baby building":
le due successive sono ancora più scarne e al limite della
noia. Limite che però non viene mai raggiunto e anzi, scansato
sempre con l'agilità di un torero. "La battaglia
delle bande" e "Dxg"
sono fragili fragili di struttura, ma in grado di farsi ascoltare
proprio per questa situazione di straniamento. Insomma, spesso ti
sembra di sentire l'amico, non proprio dotato, che in casa ti fa
sentire le sue composizioni solo chitarra e voce. Poi, di colpo
c'è lo scarto del tipo: "Io per lei ho fatto finta
di non capire / come mi abbia spezzato le costole / quando mi ha
abbracciato a metà". Prosit! .
"Non è poi la fine del mondo se / non sei poi la
fine del mondo" è l'inizio de "La
fine del mondo", quasi più tenue delle
precedenti. La noia sta per avere la meglio quando parte "Canzone
pop" che è più di quello che promette.
Rirmo vivace e piglio verace: "Dicono dei sentimenti /
che sono simili ai fiori / infatti quelli finti / non diventano
veri mai". La canzone, pop o meno, funziona e si incista
nella memoria, scavando la strada anche per le altre a venire. Anche
perché subito sopo segue "Stella"
che è uno dei brani che funziona meglio. Con la batteria
a dare un po' meno senso di vuoto e di musica dall'interno di una
stanza. Insomma "sembra quasi una canzone normale": Dente
assomiglia al tenero Giacomo quando si chiede: "è
stato un calo di fantasia / o la pioggia mi ha lavato via / quando
hai chiuso la porta di casa tua", ma la tenera "Stella"
segna il suo cielo di canzone non cometa.
"La presunta cecità di Irene"
è già un brano più pretenzioso, che riesce
a mantere alte le pretese: "Irene è molto bella
e ha le spalle più piccole degli occhi / gli occhi non hanno
una fine / e ha molto biondi i capelli, ha due mani e molte gonne".
Poche righe, ma di un testo molto bello, che tratta senza indugio
la poesia.
28 agosto dal fischio morriconiano è una trama tenue
che ricorda ilprimo De Gregori, ma, per carità, prendete
queste affermazioni con bene ficio d'inventario: la chitarrina di
Dente fa quel che può nel deserto dei suoi suoni, sostenuta
solo dal raddoppio costante della voce.
"Diecicentomille" è tutto
sommato prescindibile. Niente che non si sia già detto per
i brani precedenti, con qualche trovata in meno. L'esilità
arriva fino al punto di mostrare lo scheletro. "Oceano",
invece, dall'alto dei suoi 5 minuti è il brano più
lungo di un album che allinea ben 6 canzoni su 13 che durano 2 minuti
e una manciata di secondi. D'effetto il ritornello in un altro brano
minimalista, ma esattamente come tutti gli altri, anzi, qui il sinth
interviene a irrobustire un po' la struttura.
Il penultimo brano, "Scanto di sirene"
è quello che contiene la frase che dà il titolo al
disco ("Non c'è due senza te"
e non è un errore, è un gioco di parole), ma non al
brano stesso. 2'46" molto mossi e ben giocati: "Dio
come piove alla stazione di Piacenza / guarda che hai un diamante
infilato nella lingua"). Merita la title track. Il finale
è della morbidissima "Chiedo",
che chiunque altro avrebbe chiamato "Scusa", perchè
è il termine ripetuto e ricorrente: "Scusa se ho
la faccia come il culo / scusa se non ti ho capito / scusa per gli
inviti, le colline e le feste di paese /scusa per i cambi di stagione
che vivo ad ogni mese / scusa per la mia felicità ogni primo
di gennaio / scusa tutto quello che bevuto e che non ho taciuto".
Bella!
L'impressione di fondo è quella di una serie di polaroid
o di fotografie scattate col telefonino. Ogni tanto, "per carità
o per amore", si infila un guizzo di genio che illumina tutto.
Non c'è sempre bisogno della Canon digitale con le ottiche
di ricambio da battaglia delle Maldive: quello che conta è
lo scatto, lo stato d'animo che sta dietro e quello che riesce ad
arrivarci. Dente, a sprazzi, morde (e vabbé, scusate il gioco
di parole, ma ce l'avevo tra i polpastrelli dall'inizio!) e convince
con i suoi quadretti minimalisti.
Di sicuro sa scrivere, conosce l'arte di fare un ritornello degno
e come tirar fuori qualche trovata. Restano tanti dubbi: anche di
Battisti (ma pure di Dylan) si diceva all'inizio "scrivono
belle canzoni, ma per carità che non le cantino loro! E poi
solo chitarra e voce!". Sono diventati Dylan e Battisti: Dente
per ora è Dente e questo basta e il disco sottilmente vi
si infila in testa. A me piace. Poi, per ora, non so dire che sarà
di lui. Ascoltatelo.
Dente
"Non c'è due senza te"
Jestrai Records - 2007
Nei negozi di dischi o ai concerti
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