15/10 - "Capricci", nei negozi un album
di inediti di Lucia Mannucci e Virgilio Savona -
C'erano i Cetra. Felice Chiusano, Tata Giacobetti, Lucia
Mannucci e Virgilio Savona. Un gruppo che segnò
per quarant'anni la scena della musica italiana.
Leggera o meno, teatrale o melodica, popolare o colta.
E questo in un mercato che, allora più di oggi,
avrebbe potuto travolgere qualsiasi artista che non disponesse
di grande personalità e di un grande progetto.
E loro, avanti, senza mai sbagliare un colpo. A mietere
consensi, credibilità e adorazione dall'Italia
che, faticosamente, rialzava la testa dalla guerra e superava
il dolore dell'emigrazione. Quale fu il segreto?A tanti
anni di distanza questo disco, che ALA BIANCA pubblica
con la consueta passione, offre uno scorcio di verità
sul fenomeno.
Immaginiamo di essere ospiti a casa Savona, una sera e
di sorprendere gli affabili coniugi che giocano a fare
quello che hanno fatto per una vita e insieme: musica.
E immaginiamo che, senza pressioni commerciali legate
al marketing, nel corso di lunghe serate distribuite nel
decennio tra il 1970 e il 1980, mettano in registrazione
una quindicina di brani, come "canzoni fatte in casa",
senza una precisa motivazione; senza lo sfarzo produttivo
che qualsiasi loro idea musicale avrebbe legittimamente
meritato.Invece no.
Così, con la tastierina da "one man band"
VIRGILIO SAVONA, musicista – compositore - pianista,
oltre che riconosciuto operatore culturale della nostra
storia recente e LUCIA MANNUCCI, la voce più calda
e inconfondibile per tante generazioni, persone stimate
anche per il decoro esemplare, stridente per lo stile
dei giorni nostri, ci introducono ai segreti della loro
musica; all'essenza del valore che per loro, con gli inseparabili
Tata Giacobetti e Felice Chiusano, ha voluto dire "fare
musica", secondo una visione vicina al significato
figurato che la traduzione inglese e francese riserva
al verbo "suonare": ‘to play’ e
‘jouer’, sinonimi di "giocare".
Con la stessa leggerezza del gioco, il risultato è
un lezioso incastro di stili, una passeggiata tra i colori
del loro sterminato mondo musicale: dalla canzone classica
("Un modo di cantare"), cui l'elettronica non
intende fare alcun ‘lifting’, all’ironia
tagliente, a volte cinica, nei testi di Cesare Mannucci
("Via Lattea", "Perdente", "Nove
settimane e mezzo", per indicarne alcune) e di un
sorprendente Mario De Luigi ("Senti, sentiamoci"),
passando per il surrealismo, costruendo atmosfere vicine
a Brassens, dove, su un semplice quattro quarti si allinea
una metrica da ballata popolare, ma con un linguaggio
forbito da cabaret ‘d’antan’ ("L’ammalato",
con i testi del M° Marco Mojana).
E ancora: canzoni ora eleganti e raffinate ("Donatella",
"Gioco di colori"), ora amare ("Buenos
Aires" e "Vuoti miraggi"), ora evocative
del loro stile recitativo ("Duncan Gray" e "Bevi
vino"), nelle entusiasmanti parodie cinematografiche
che hanno segnato uno dei più alti momenti di televisione;
oppure canzoni che, complice la tastiera, ci rimandano
echi di sigle da TV dei ragazzi ("I tre siamesi",
"Il faro", "Piccola Carla").Insomma,
una nuvola di lievità, avvolta nel velluto ed in
grado di entrare nel salotto-studio di casa, sorvola questa
"stanza dei giochi" della canzone italiana di
cui, generosamente, Lucia e Virgilio hanno lasciato aperta
la porta, facendoci intravedere, in tempi in cui la musica
ha smarrito la sua vocazione, il significato profondo
e liberatorio, del "fare musica" per divertirsi
(e divertirci), fino a vivere per essa.
C’erano i Cetra, ma in questi "Capricci",
(che si sarebbero potuti chiamare anche "scherzi"),
almeno per gioco, ci sono ancora. Per sempre.(c.s.)
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