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Le BiELLE Interviste
Giua: la freschezza che emana dal nuovo

Foto di Patrizia Laquidara al Tenco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





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E' qualche anno che attorno a Maria si parla e si cerca una risposta. E' il fatto nuovo della discografia italiana? Qualcuno su cui puntare a occhi chiusi? O solamente una "favorita dalla luna", una che ha saputo infilarsi, con buoni appoggi e buona fortuna, nel giro che conta? Gli appoggi, è innegabile, ci sono. quando dietro la produzione artistica si legge il nome di Beppe Quirici, se la produzione generale è di Adele di Palma, la revisione dei testi di Gianluca Martinelli, autore indissolubile da Carlo Fava, quando la lista dei collaboratori e ospiti è lunga una paginata e annovera nome come Fausto Mesolella, Marco Fadda, Armando Corsi, non può certo dire che si tratti della stessa trafila che tocca a un autoprodotto. Anche perché dietro c'è la Sony. Ma poi c'è soprattutto lei, Maria Pierantoni Giua, in arte solo Giua e un pugno di canzoni che emozionano, divertono, stimolano, incuriosiscono, piacciono. Per la freschezza, per l'aria di nuovo, per quel qualcosa di impalpabile che pure si percepisce nell'aria.

Partiamo dal cognome a spiegare.

E’ andata un po’ da sé. Io sono di origine venezuelane, quindi mi chiamo Pierantoni Giua di cognome. Troppo lungo. Hanno iniziato a chiamarmi Giua nell’ambiente e Giua è rimasto.

Al di là del cognome hai fatto uno dei dischi più belli dell’anno.

Oooh!

No, davvero. Lo abbiamo aspettato a lungo, ma alla fine siamo stati premiati. Ce lo siamo meritato.

Beh, guarda, mi onora sapere che il disco è apprezzato.

Quanto ci hai messo a farlo? Due anni?

Eh, tutti. Anche qualcosina di più. Ma non abbiamo lavorato continuativamente. Ci sono state frenate, imprevisti, ritardi, vicissitudini varie, per cui abbiamo lavorato in più riprese, in vari periodi. Per cui da un lato è stato veramente complesso e faticoso: è stato un vero parto! Dall’altro è stata anche un’occasione perché ho potuto intanto scrivere canzoni che un paio d’anni fa non c’erano. Quindi non tutto il male viene per nuocere.

Era il disco più atteso, almeno in un certo ambito musicale. Si aspettava questo album di cui tutti dicevano un gran bene, ma che non riusciva mai a vedere la luce.

Sapessi quanto l’ho aspettato io! (ride)

Normalmente quando succede così poi si resta delusi. Con te, invece, no.

E’ andata anche bene allora, pensa!

Le canzoni allora sono state composte nell’arco di questi due anni?

Ci sono canzoni più antiche, anche di due o tre anni fa, come “Morbidamente” che potrei aver scritto già tre-quattro anni fa. “Una casa ubriaca” risale a tre anni fa, mentre “Niente poteva andar meglio" è dell’anno scorso. Ci sono anche tante canzoni che sono rimaste fuori e per le quali mi spiace immensamente. In questo album abbiamo cercato di dare una sintesi della mia opera, di tutto il mio percorso.

Entreranno nel prossimo. Bisogna iniziare subito visti i tempi …

Magari alcune sì, ma poi spero che ce ne siano di nuove.

Certo. E’ rimasta fuori ad esempio “Petali e mirto”, il brano con cui hai vinto Recanati.

Ecco, questo in realtà non per una scelta di tipo artistico. Io volevo metterla. L’abbiamo anche provata. Però ci si sono messe in mezzo questioni discografiche. Per inserirla nel disco ci sarebbe stato un ulteriore ritardo. E non era il caso. Alla fine abbiamo deciso di non metterla, però mi auguro che possa uscire, integrata, molto presto.

Parlami un po’ di queste belle collaborazioni che hai messo in piedi. Perché il disco è venuto bene, ma indubbiamente dietro le spalle avevi una formazione di All star: da Gianluca Martinelli, sodale di Carlo Fava. ai testi, allo stesso Fava. A Beppe Quirici, Mesolella, Armando Corsi e via via tutti gli altri.

Beppe Quirici è “l’orchestratore”. Le collaborazioni sono venute così belle anche perché lui è capace di tirar fuori il meglio musicalmente da tutti. Poter lavorare con lui è stato veramente importantissimo. In più è stata un’esperienza lavorare con questi musicisti così bravi che non hanno per così dire “fatto il turno”, limitandosi a un compitino, ma hanno proprio contribuito al fatto che il disco venisse così.

Peraltro con alcuni di questi avevi già collaborato: Martina Marchiori, Claudio Borghi, Armando Corsi che è stato il tuo maestro di chitarra …

E poi Martinelli con cui scrivo ormai da tre-quattro anni che è un autore che a me piace moltissimo, umanamente, professionalmente, come modo di scrivere, come tematiche.

Ma su alcune cose lui ti ha fatto solo da editor, in pratica. Sistemando in “bella copia” testi che avevi già scritto. Perché le canzoni erano già strutturate.

In realtà, guarda, quasi per tutte è stata una revisione. Lavorare con uno che è capace di cambiare magari una sola parola e dare un senso nuovo a una canzone: rendere più bello il verso, hai capito? E’ stata proprio una supervisione quasi. Altre come “Streghe” e “Si abbassa la luna” sono proprio canzoni scritte a quattro mani.

Che sono tra le più recenti?

Di "Si abbassa la luna" abbiamo fatto diverse versioni. Magari l’idea originaria risale a qualche anno fa, ma l’ultimissima versione è proprio recente. E "Streghe" risale all’anno scorso. Comunque sono i pezzi su cui abbiamo lavorato di più insieme.

Abbiamo citato quasi tutti i collaboratori, ci siamo dimenticati Marco Fadda, il percussionista, con cui già hai collaborato.

Sì, con lui collaboravo già prima. Ho fatto sia dei concerti con Armando Corsi, sia altri progetti con lui. Tra i collaboratori segnalerei anche Fausto Mesolella che ha fatto un grandissimo lavoro alla chitarra in "Si abbassa la luna" e anche in "Ortiche" che è forse il pezzo più recente.

Il testo è di Vera Pierantoni Giua. Chi è?

Mia sorella

Più giovane o più anziana?

Più giovane. Si sta laureando in scenografia e, non perché è mia sorella, mi piace molto come scrive. La canzone è nata da una sua idea. Aveva citato la frase in cui c’entravano le ortiche e da lì è nato il brano.

Già che ci siamo me le racconti in due parole tutte le canzoni? “Si abbassa la luna” cos’è?

Direi il ritratto di due amanti che si incontrano in alcuni momenti e in altri no. Sia fisicamente che umanamente. Però comunque è una canzone solare, perché alla fine è un rapporto che sta in piedi: è una canzone d’amore direi.

“Aprimi le braccia”?

E’ quasi un autoritratto. Ci sono molte riflessioni mie. E’ una canzone d’amore sì, ma soprattutto di possibilità. Che un rapporto ti possa offrire l’occasione di crescere, di essere, di cambiare.

“Ortiche” invece è la più ostica da un punto di vista interpretativo. La più misteriosa.

Ah sì? (Ride) Guarda "Ortiche" in realtà è un pezzo volutamente disincantato e ironico su alcune storie che possono capitare, anche disastrose, da cui una magari impara come uscirne, planando leggero sopra le ortiche, cioè con eleganza.

Il sorriso in effetti c’è e si sente nella canzone. “Morbidamente” invece? Uno dei pezzi che preferisco …

E’ anche una delle mie preferite. Ed è una canzone d’amore per un uomo. Direi per un uomo e per l’importanza che una persona può avere nella tua vita.

E perché a metà canzone dice “bella la tua faccia di donna”?

E’ proprio riferita a un uomo. Il fatto che possa avere una grazia quasi femminile il viso di un uomo in certi momenti. E poi in realtà questa frase è stata tenuta da una prima stesura che, contrariamente all’ultima che è totalmente per un uomo, era anche pensata per una mia cara amica. In realtà poi ho mantenuto questa frase che mi piaceva molto, proprio pensando alla grazia di un volto maschile.

Comunque anche così inserisce una piacevole nota di ambiguità che non disturba (ridiamo)

Ma non voleva essere tale!

“Terra e rivoluzione”?

E’ un testo abbastanza centrale come tema, che vivo molto anche oggi, dato che mi sento in continua rivoluzione, forse dovuta anche all’età, visto che sono molto giovane. Una canzone sui rapporti, sulle radici e sui possibili cambiamenti, le evoluzioni e le rivoluzioni di una persona.

Tu non hai ancora 25 anni, vero?

Non ancora.

Passiamo a “Una casa ubriaca”, altro pezzo che mi fa venire i brividi. Forse il preferito.

Ah sì? Anche a me piace tanto pure questa. Però sai è uno di quei pezzi da cui una resta un po’ impaurita, perché essendo lento, magari uno pensa: “qui il pubblico si scoccia, perché è lento”. E invece poi arriva lo stesso. In realtà l’ho scritta dopo aver letto un libro che è "Memorie di una geisha" di Arthur Golden. E’ ispirata a questa storia ed è diventata quasi un affresco, un insieme di sensazioni, di immagini.

Tu infatti dipingi anche. Altro argomento. La solita questione della “ragazza piena di talenti”

Mah, vedremo, vedremo … (ride)

“Niente poteva andar meglio”

E’ un pezzo recente. Di quelli che non avrei potuto scrivere due anni fa. Io l’ho scritto per la mia famiglia ed è potersi guardare indietro e capire che anche se tante situazioni potevano essere diverse, in definitiva niente poteva andar meglio. Questa è una fortuna.

“Streghe”

Guarda, questa mi diverte! L’idea è venuta una volta che ero a casa, stavo male e stavo guardando non so quale diavoleria alla televisione. E mi è venuto in mente questo gioco di coppie, di scambi, di cose piuttosto imbarazzanti e anche ridicole. Questi personaggi assolutamente ridicoli. E’ stato un vero e proprio divertissment. Ho giocato sull’argomento.

Infatti è molto divertente. “Tremore lucido” invece?

Questa è una canzone che avevo scritto per un uomo con cui ero stata. Sulla complessità di un uomo, sfuggente e allo stesso tempo attraente.

“Organizza la notte” è la degna chiusura.

Sono sensazione e riflessioni sulla notte, i sogni, le ombre, i pensieri che vengono quando uno sta per chiudere gli occhi. Un riordinare i pensieri di un’intera giornata.

Musicalmente a chi pensi di assomigliare o a chi ti ispiri?

Non te lo so dire. Posso dirti solo che ho ascoltato tantissima musica e che la ascolto da quando ero piccola …

… ieri cioè? (ridiamo)

I miei riferimenti principali sono soprattutto alla musica popolare nelle sue varie forme: da quella sudamericana che era quella che circolava per casa, alla musica napoletana, al fado. E poi, avendo io un particolare interesse per i testi, quindi per le cose che si possono dire, sicuramente i cantautori.

C’è una domanda che volevo farti. Ne ho ancora tante, ma una in particolare. Adesso? Arrivata qui che cosa ti aspetta? Quali saranno i passi successivi?

Mi aspetto di lavorarci tanto. Per me questo è un inizio, per quanto arrivare a fare un cd sia in un certo senso un traguardo. Voglio fare tanti concerti, vorrei avere la possibilità di farlo ascoltare a più gente possibile, perché un cd, in fondo, è un semilavorato: da solo non vale niente. Quindi spero di avere molte occasioni per proporlo dal vivo e poi … farne un altro. Subito!

Ma quando lo porti in giro come giri? Non puoi portarti in giro e Mesolella e Claudio Fava e Armando Corsi e tutti gli altri.

(ride) No, tutti non ci stanno. Non sono Anastacia! Le presentazioni che ho fatto fino ad adesso le ho fatte in quintetto, con Marco Fadda alle percussioni, Beppe Quirici al basso, Claudio Borghi alle chitarre e Martina Marchiori al violoncello. Altre occasioni prevederanno un trio: io, Claudio Borghi e Marco Fadda. Ma sono previsti anche showcase chitarra e voce o due chitarre. Dipende un po’ proprio dai budget.

Una sensazione avuta ascoltandoti dal vivo e su disco è che ti abbiano un po’ schiarito la voce, resa più tintinnante.

Dici? Non so. Può darsi. Forse tra tante versioni fatte hanno scelto le più alte.

Che musica ascolti in questo momento? I cantanti che ami o i gruppi che segui …

Ultimamente stavo riascoltando dei vecchi dischi di Paolo Conte, un disco di una cantante di fado portoghese attuale che si chiama Ariza, stavo ascoltando i Nirvana, che non c’entrano niente con gli altri due… in realtà spazio tantissimo: da Carlo Fava alla Nannini a Caetano Veloso a Billie Holliday. Va veramente a momenti.

Parliamo dei quadri, che finora vi abbiamo solo accennato. E’ una passione o qualcosa di più? Ti dai da fare professionalmente?

Ultimamente sì. E’ nata come una passione che non avrei pensato potesse assumere altra valenza. Poi ho esposto per questa gallerista, Tiziana Leopizzi, che ha uno studio-galleria a Genova e lì si è mosso qualcosa: i miei quadri sono piaciuti. Quindi ho delle belle occasioni di esporre. Addirittura a settembre dovrei andare a Shangai per esporre all’interno di una manifestazione nuova che si chiama Art-tour o (Arturo, cioè) che è organizzata sempre da Tiziana e io sono una degli artisti italiani esposti. Con in più anche la possibilità di fare un concerto, uno show case.

Ecco appunto, volevo domandarti se avevi pensato di unire i due momenti ….

… sì, sì, sì, ma li sto già unendo, perché molto spesso quando faccio le mostre ho la possibilità di presentare due o tre pezzi, perché comunque per me la pittura è un modo di suonare. Facendo arte astratta …

… trovi delle corrispondenze …

… sì, sì. Tantissimo.

Potresti abbinare un quadro a ognuna delle tue canzoni?

A ogni canzone no, però magari ad alcune atmosfere sì. Poi magari sono cose che si capiscono anche dopo. Non è che io ho sempre le idee così chiare (ridiamo).

Prossimi appuntamenti immediati?

Ho appena debuttato con un reading collegato al libro su De André, “Volammo davvero” della Fondazione De André. Hanno tratto una drammaturgia dal libro e in scena siamo io, chitarra e voce e Eleonora D’Urso voce recitante.

Tu già cantavi Fabrizio con gli Endugu …

E' stata la mia prima esperienza di palcoscenico. Vedi come le cose tornano …

In questo caso canti De André o canti le canzoni tue?

Canto De André per quanto riguarda la parte del reading e poi ho la possibilità di fare dei pezzi miei alla fine del reading.


Sul web
www.giua.it
 
Intervista telefonica del 10-06-2007
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