Leonardo
Colombati è l’autore di “Come un killer sotto
il sole” (Sironi editore) che porta come sottotitolo “Il
grande romanzo americano (1972-2007), 623 pagine fitte fitte di
commenti, traduzioni e interpretazioni dell’opera omnia del
Boss, dai tempi di Asbury Park fino a Magic. La prima domanda è
per scrivere 620 pagine su Springsteen quanto tempo ci hai messo?
Ci ho messo dieci anni,
tra una cosa e l’altra. L’ho costruito pazientemente
e lentamente.
Anche
perché è un libro estremamente documentato.
Io sono un
fan di Springsteen, sono musicalmente nato con lui e le sue canzoni
ed è sicuramente un mio grande mito, ma quello che volevo
fare era presentarlo non come un cantante rock, ma come uno scrittore.
Volevo fare un libro che potesse essere letto anche da persone
che non amano il rock che non amano Springsteen, ma che magari
volevano scoprire che in America esiste un grande e misconosciuto
scrittore, quale secondo me Springsteen è.
Scopo
raggiunto, a me hai convinto. Mi piaceva già Springsteen,
ma conoscendo così così l’inglese non arrivavo
certo a capire le raffinatezza che mi hai mostrato tu. Come ti
sei documentato?
Ho cercato
di guardare tutto quello che era uscito in Italia per quanto riguarda
le traduzioni, poi ho cercato di dimenticarmelo, perché
volevo dare delle traduzioni che fossero nuove e che fossero mie.
Il lavoro principale è stato quello di organizzare questo
materiale, perché non è un libro che presenta tutti
i testi di Springsteen in ordine cronologico. Ne ho scelto 113
su un totale di più di 300, puntando soprattutto su quelli
che potevano sopravvivere anche senza la musica e che funzionassero
quindi come veri e propri testi e li ho organizzati tematicamente.
Il sottotitolo recita infatti “Il grande romanzo americano”,
perché Springsteen ha uno stile che assomiglia molto più
al racconto che alla poesia, i suoi album sono molto centrati
tematicamente, tra un album e l’altro ci sono molti riverberi.
Ho cercato di riorganizzare tutti questi materiali per raccontare
una storia,c he poi tra l’altro è la sua.
Senza
neanche forzare tanto, il materiale è venuto da sé.
Direi che ci sono i
temi di Springsteen: si parte con un autobiografismo piuttosto
accentuato, perché Springsteen racconta quello che succedeva
a lui da bambino e ragazzo nel New Jersey, che voleva scappare
dalla realtà per acchiappare il famoso e famigerato sogno
americano e poi invece racconterà come spesso questo sogno
non viene raggiunto e cosa succede quando quell’obiettivo
non si riesce a realizzare. Quindi l’occhio si sposta e
si allarga dal New Jersey a tutti gli Stati Uniti e diventa una
moderna antologia di Spoon River.
Per
poi a un certo punto, a metà carriera, ripiegarsi e tornare
a parlare di sé, del suo matrimonio fallito, della sua
nuova storia ... Il periodo di Tunnel of love.
E’
molto interessante cercare di capire come funziona il rapporto
tra narratore e autore. Nei primi due dischi queste figure coincidono:
il ragazzo che cerca di arrivare al proprio sogno è Springsteen,
poi, invece di raccontare come lui lo abbia effettivamente realizzato
nei dischi successivi ha cercato invece di immaginarsi sconfitto
e così si è messo nei panni di quanti in America
devono venire a patti con quella società. Poi a un certo
punto ha cercato di raccontare il filone privato e ci ha anche
raccontato cosa ha dovuto contrattare per arrivare al successo.
In termini di privato. Sono tutte parti che secondo me sono molto
interessanti. In questo Springsteen è diverso dagli altri
artisti, lui pone l’esigenza di verità come primo
obiettivo, infatti è molto difficile trovare del gossip
su di lui, perché lui si racconta molto.
Molto
cinema anche nel suo immaginario, vero?
Sì,
probabilmente il sottotitolo “il grande romanzo americano”
gli dispiacerebbe. Lui direbbe che con i suoi dischi ha cercato
di fare il grande film per il grande drive in americano, Bruce
è un grandissimo appassionato di cinema ed è un
influenza che si sente moltissimo. John Ford e Terence Malick
sono i suoi riferimenti principali, da Badlands di quest’ultimo
lui ha cercato di trasporne in temi in Nebraska. Ma anche Sergio
Leone, di cui lui è un grande fan. Attraverso Leone ha
conosciuto Morricone che per lui è stato molto importante
per gli arrangiamenti di certi dischi. E fortunatamente in questo
libro sono riuscito a ottenere una prefazione di Morricone dove
cerca di trattare qualche parallelismo tra la sua musica e quella
del boss.
Molto
interessante. Sei riuscito nel fare quest’opera a parlare
anche direttamente con Bruce o no?
No, però
la buona notizia che mi ha colto come una specie di colpo apoplettico
è che tramite i suoi discografici lui ha saputo di questo
libro, si è incuriosito, lo ha richiesto e nei prossimi
giorni glielo daranno. Sono qui a sperare magari in un colpo di
telefono. Ma non ci credo.
Questo
sarebbe un bel colpo effettivamente …
Infatti questo libro
l’ho fatto solo per questo. (ridiamo)
A
parere tuo, da ascoltatore qualificato, qual è lo Springsteen
di adesso? È quello di We shall overcome, delle Seeger’s
session o quello di Magic? In quali panni lui si trova meglio?
Io credo
che Bruce si trovi meglio, che ormai si trovi sempre più
a suo agio con un percorso alternativo a quello mainstream che
ha decretato il suo successo. La E-street band è probabilmente
il più grande gruppo live degli ultimi 20-30 anni. Credo
che lui si diverta molto a fare dischi alternativi: Nebraska,
The ghost of Tom Joad, Devils & dust che era uno splendido
disco del 2005, fino al recupero di alcune ballate folk dell’800
e del 900 come ha fatto con la Seeger’s Session band, che
tra l’altro ha dato luogo a un tour bellissimo. Questo Magic
alcuni dicono possa essere anche l’ultimo tour con le E
street band, anche perché hanno già tutti una certa
età, qualcuno ha più di un acciacco. Danny Federici
infatti non verrà in tournée. Ma insomma, Magic
non è sicuramente un album nostalgico. E’ molto mainstrem,
c’è del rock, c’è anche molto pop, ma
i temi sono essenzialmente rock, sono assolutamente attuali, scottanti.
Come al solito Springsteen sembra raccontare la realtà
dell’America attuale molto meglio degli scrittori contemporanei.
L’ho
trovato molto più interessante come testi che come musica,
infatti.
Sì,
in effetti devo dire che è stato un album da molti non
capito. Perché c’è sempre questo pregiudizio,
in Italia come in America, per cui le canzoni sono un ottimo accompagnamento,
magari da ascoltare mentre guidi la macchina. Ma il rock è
stato quello che è stato, e purtroppo non lo è più,
anche perché da ragazzi, ma anche da adulti uno si deve
mettere lì ed ascoltare un album in religioso silenzio
e cercare di capire anche cosa vuole dirci. Di Springsteen in
Magic ci sono dei testi tra l’altro bellissimi e raccontano
un’America da apocalisse: molto duro con l’amministrazione
Bush, con la guerra in Iraq. Insomma non credo che sia soltanto
cronaca. Allarga lo sguardo. Tra l’altro il tono che ha
usato Springsteen e anche alcune immagini mi sono sembrate molto
simili a un libro bellissimo di Cormac McCarthy, uscito quest’anno
e che si chiama “La strada”. Tutti e due, libro e
disco, raccontano un futuro prossimo dell’America, un’America
alla fine del mondo. Un’allegoria molto potente.
Anch’io
l’ho trovato molto forte. La musica, anche tu dici giustamente,
non è che Springsteen abbia aggiunto molto alla storia
della musica mondiale …
Beh sì, ma poi non gli si può chiedere di essere
innovativo a 60 anni! Importante è che sia onesto e che
faccia dischi che ancora sente di voler fare e mi sembra che questo
sia un obiettivo che ha raggiunto anche questa volta.
La
presentazione del tuo libro?
Ne facciamo una a Milano
domani con Cristina Donà, che è una bravissima cantante
e che tra l’altro suonerà alcune canzoni di Springsteen.
Perché
anche lei tra l’altro è sprigsteeniana di ferro
Lei è sprigsteeniana
sì, grande springsteeniana e ha già inciso alcune
cover del Boss, ne presenterà 4 o 5 alle Feltrinelli e
poi invece giovedì a Roma alla Feltrinelli di Galleria
Colonna parlo del libro con Giovanni Floris che è un grande
appassionato i rock, oltre che abilissimo a far parlare i politici
di turno.
Comunque
il libro sta andando bene. Sei soddisfatto dell’esito?
Sì,
sono soddisfatto. Sono contento di averlo fatto, finito. Finalmente
ho messo il punto dopo 10 anni di attività. L’editore
credo sia contento perché il libro vende molto.
E
peraltro stai facendo schiattare di invidia tutti quelli che scrivono
libri di musica perché è così che bisognerebbe
farli. Solo che gli altri non si prendono dieci anni. A volte
dieci giorni.
Forse quello,
poi Springsteen in Italia conta su un pubblico molto vasto. Lui
stesso dice che siamo uno dei pubblici migliori presso cui venire
a suonare. Il calore che trova qui non lo trova da molte altre
parti.
In
fin dei conti lui ha delle ascendenze italiane.
Sì, la madre
si chiama Adele Zirilli.
Ti
ringrazio e verrò a vedere la tua presentazione.