Le
relazioni interpersonali dopo l'11 Settembre,
in una città ossessionata dal terrorismo
di
Alfredo
Ranavolo
Di
Shortbus si parlerà soprattutto
per le scene di sesso esplicite, per i
rapporti orali gay in bella evidenza,
per le affollate orge. Però quello
di John Cameron Mitchell è un film
che cerca di raccontare qualcosa di più
che una lunga serie di accoppiamenti,
anche se lo fa mettendo il sesso sempre
in primo piano.
A dargli il titolo è un locale,
luogo nel quale finiscono per convergere
tutti i protagonisti. Più che un
moderno club privé, parrebbe la
versione riveduta e corretta di una comune
degli anni ’70. Ne sono frequentatori
abituali Jamie e James, coppia omosessuale,
che finiscono per trascinarci anche la
loro terapista sessuale Sofia, che non
ha mai avuto un orgasmo. Allo Shortbus
incontra Severin, di mestiere dominatrice.
Senza sapere che proprio lei può
offrire al marito di Sofia, Bob, quello
che lui ha sempre desiderato e non ha
mai osato chiederle.
Attorno una girandola di altri personaggi:
coppie aperte, giovani desiderosi di aprirne
qualcuna a un idilliaco menage à
trois, anziani omosessuali che dispensano
perle di saggezza.
Mitchell cura soprattutto, dandole il
rilievo principale, la sofferenza di James,
incapace di godere dell’affetto
che lo circonda, ma non va oltre la sua
pelle. Di contorno la “liberazione
sessuale” della terapista del sesso
e, in fondo, la storia della mistress.
Nel privato disperata, nel lavoro niente
più di una visione macchiettistica
del sadomasochismo.
Shortbus parte con l’intenzione
di parlare di sesso senza inibizioni.
E non arriva da nessuna parte. Peccato.
Le cose migliori nella colonna sonora:
nel locale si ascolta sempre buona musica
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