L'odio
è l'unica medicina possibile?
di Francesco
Scarrone
Come Harry divenne un albero. Come, Harry
divenne un albero? E’ stato per
caso, una Kafkiana metamorfosi consumatasi
nottetempo all’insaputa della sua
stessa ignara vittima, oppure, studiata
e sentita, pensata e partorita in giorni
e giorni di meditabonda metabolizzazione
della mutazione?
O ancora, è disegno divino o bilanciamento
universale di forze contrapposte?
Per dare una compiuta risposta a questa
domanda, bisogna forse partire da un passo
indietro all’impronta della storia:
cioè dalla storia stessa. Dal suo
regista, dagli sceneggiatori, e ancor
prima, dal suo autore: Yang Zhengguang.
Il fiabesco adattamento di una novella
cinese alla più fiabesca delle
terre europee, l’Irlanda, non può
comunque ignorare una fila chilometrica
di molliche di pane che menano sin laddove
dimora, d’estremo oriente, una filosofia
antichissima e millenaria: il Tao. Quell’abbraccio
di bianco e di nero, puntinato di nero
e di bianco, che individua il mondo, e
l’universo tutto, come una contemperazione
bilanciata di opposti elementi. Il bene
e il male, tanto per intenderci, l’odio
e l’amore.
Il fuoco, si alimenta della stessa fiamma
che lo consuma. Così è Harry,
che dopo la perdita prematura del figlio
primogenito e della moglie, trova la propria
ragione di sopravvivere, nell’edificarsi
e combattere un nemico. Unica fiamma,
che l’alimenta e lo consuma. Il
fato poi, supponendo ci sia un fato, o
forse, più ancora, una ragione
ordinatrice, che non già alle bizzarrie
della sua natura, ma ad un perfetto equilibrarsi
di cose, persone ed eventi, rende conto
della propria opera, fa il resto: ponendo,
sulle braccia tese del bilancere, i destini
di tutti. Fino a condurre alla morte,
di George l’odiato nemico. Ma che
ne può essere del bene senza il
male, dell’odio, senza l’amore,
della luce senza il buio: cosa rimane
da fare, se il tuo nemico muore, se diventa
terra, concime, nutrimento? Non resta
che vivere, farsi radice, ramo, pianta.
Fu così, che Harry divenne un albero.
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