Rarefatta
e impossibile: Milano da non bere
di Giorgio Maimone
Quando un film parte senza volere dare risposte, ma
semplicemente mettendo sul tappeto domande, parte bene. E
si chiude altrettanto bene quando si congeda con una frase
di Anna Achmatova come questa:
"Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata"
(Anna Achmatova, “A Molti”, 1922)
Ma ci sono anche dei dati tecnici a confortarci: "Come
l’Ombra" ha 200 inquadrature, quando un film medio
ne ha mille, ci sono 15 pagine di dialogo per 87 minuti quando
in media ce ne sono 70. E' quindi un film di silenzi, di lunghe
sequenze, di poche parole. Ed è pure un film di immagini.
Protagonista Milano, fotografata da suo pari da un grande
delle foto cittadine come Piero Basilico.
La trama è lineare: Claudia, trentenne milanese,
che lavora in un'agenzia di viaggi, si lascia vivere senza
entusiasmi, ma senza traumi, finché nella sua vita
non entra Olga, ucraina immigrata, portatale in casa dal suo
insegnante di russo e amorazzo passeggero. Lasciandosi sempre
vivere, Claudia cede alle insistenze e decide di ospitare
la ragazza per una settimana.
Finisce qui il primo film e inizia il secondo. Scandito prima
dai ritmi di una presenza, Olga (Olga che fa compere dai cinesi
e si fa fotografare davanti ad Armani, Olga che vuole uscire
per farsi guardare dai ragazzi, Olga che cucina, Olga insieme
alla quale Claudia si ubriaca) e poi di un'assenza, sempre
di Olga quando, misteriosamente, scompare. Quasi fosse un
voltar pagina, Claudia abbandona la sua atarassia per capire
cosa è successo alla ragazza e Milano, da attraente
e materna come nella prima fasa, si trasforma in lontana e
distante.
Milano protagonista non di sfondo, ottimamente fotografata
nel vuoto dell'agosto che incombe e Marina Spada regista di
sicuro presente, che richiama alla mente film di Antonioni
e slittamenti del cuore che forse neppure lei vuole. Ma l'immagine
di un film è virtualmente spezzata in due, tra chi
guarda e chi gira e i significati filtrano e grondano oltre
la quarta parete negli occhi dello spettatore che osserva.
Il film ha impiegato quasi un anno dalla presentazione al
Festival di Venezia, dove è stato accolto molto favorelmente,
alla distribuzione in sala, ma indubbiamente rappresenta una
boccata d'ossigeno per il cinema italiano. Film di inconsistenze
e di assenze, ma proprio per questo di spessore, sceneggiato
da Daniele Maggioni, direttore della Civica scuola del cinema
di Milano presso cui Marina lavora, è la dimostrazione
concreta di come si possa fare un cinema di idee, visivamente
curato e appagante, scegliendo Milano come scenario e costruendoci
dentro una storia.
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