La
terza giornata: spazio Luigi Tenco
di
Jacopo
Tomatis
Avrebbe
meritato sicuramente più spazio
l’interessante incontro dedicato
a Luigi Tenco del sabato pomeriggio –
un ibrido in puro stile Club Tenco tra
una chiacchierata fra amici e una giornata
di studio – spalmato tra una conferenza
stampa in ritardo e l’ora che precede
immediatamente la serata. Perfettamente
bilanciato tra componente ‘di studio’
(Umberto Fiori e Mario De Luigi) e memorialistica
(gli incontenibili ‘vecchi amici’
Giorgio Calabrese e Gianfranco Reverberi),
il convegno ha offerto spunti di riflessione
sul ruolo di Luigi Tenco nella storia
della canzone italiana e nella definizione
del genere della Canzone d’Autore.

Il
più sacrificato tra gli interventi
– per il poco tempo e per l’aria
di disimpegno - è stato quello
di Umberto Fiori, che
avrebbe dovuto approfondire il suo contributo
sul recente "Il mio posto
nel mondo", opus
maximus de Tenco a cura di De
Angelis, Deregibus
e Sergio Sacchi
(quest’ultimo anche conduttore della
chiacchierata). Il tema è quello
dell’uso privilegiato della seconda
persona nei testi di Tenco, che Fiori
ha dimostrato essere una decisiva chiave
interpretativa della poetica del cantautore
ligur-piemontese. L’opera di Tenco
si situa in un decisivo momento di messa
in discussione della canzonetta e –
soprattutto ma non esclusivamente - dei
suoi stereotipi linguistici; questa messa
in discussione passa anche attraverso
la naturalezza dei testi, che bucano la
finzione letteraria risolvendosi, appunto,
in una locuzione diretta: il tu del testo,
cui si rivolge l’io del cantautore.
Tenco insomma, dice Fiori, mette in
scena un discorso, e con un interlocutore/interlocutrice
ben precisamente postulato. Tant’è
che, nei casi in cui Tenco utilizza un
tu più generico, non determinato,
qualcosa pare non funzionare: è
il caso di Cara maestra,
in cui il tu è semplicemente indice
di un rapporto ideologico e non vitale
con una categoria (la maestra, il curato,
il sindaco). Ad una ispezione del repertorio
tenchiano, si nota come le canzoni in
cui viene messa in scena questa “conversazione
diretta” sono anche le più
resistenti al tempo, e spesso le più
amate (scegliendone qualcuna: Mi
sono innamorato di te, Ragazzo mio, Vedrai
vedrai...). Il Tenco migliore,
insomma, è questo, di una leggerezza
calviniana fatta di una poetica di sottrazione
di poesia, di quotidianità, non
di accumulo di immagini poetiche. Le scelte
del Tenco più politico invece si
risolvono spesso in un appesantimento
del linguaggio.
Mario De Luigi (direttore
di Musica & Dischi, da sempre organo
semi-ufficiale della discografia italica)
propone invece una ricognizione delle
presenze di Luigi Tenco nelle classifiche
italiane – presenze limitate e sporadiche
(se si esclude il grande successo di Ciao
amore, ciao),
che sembrano confermare l’idea di
Tenco come di un “cantautore di
insuccesso”. Il primo brano di Tenco,
Quando, entrò
in classifica al 17° posto –
una ragionevole stima di copie vendute
potrebbe essere di un po’ più
di 20 mila. Le altre presenze di Tenco
in classifica sono legate a operazioni
più commerciali, a margine della
sua attività di cantautore: ad
esempio, entra nella Top 20 grazie a La
mia Geisha, colonna sonora
di un film. Nonostante la scarsa fortuna
discografica, la fortuna di Tenco era
certamente maggiore in Siae, con i pezzi
che avevano una discreta diffusione e
contavano svariate cover. Ma la fortuna
di Tenco è principalmente postuma,
ed in un certo modo – rivendica
De Luigi - figlia del ruolo culturale
avuto dal Club Tenco negli ultimi tre
decenni.
Più leggero l’intervento
di Calabrese e Reverberi.
Ma tra i gustosi aneddoti su Tenco compaiono
anche dei colpi di genio critici, ad esempio
sulla contestata esistenza di una “Scuola
genovese”. Dice Calabrese: la
scuola genovese…era un agglomerato,
come il croccante. Tutto sta insieme,
ma si distingue sempre la mandorla…e
poi, tra noi non ci frequentavamo (prima
dell’arrivo a Milano, ndr): io ero
di Marassi, lavoravo con Bindi. Gli altri
stavano da altre parti. Il mestiere dell’autore
è un mestiere da solitario, non
come quello del cantante, che è
più un mestiere… da bagascia!
I cantautori si sono collocati in un momento
decisivo di passaggio della discografia
italiana (e mondiale: fenomeni simili
si riscontrano in molte altre nazioni,
più o meno nello stesso periodo).
Un modo di produzione libero (anche grazie
ad autori e produttori ‘illuminati’)
che – ad oggi - non esiste più,
e che in effetti ha avuto applicazione
in un periodo di tempo molto limitato.
Comunque – pare - tanto poco tempo
è bastato a far virare la nostra
musica.
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