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BiELLE Festival
2007: un Club Tenco nel segno di Tenco






La terza giornata: spazio Luigi Tenco
di Jacopo Tomatis

Avrebbe meritato sicuramente più spazio l’interessante incontro dedicato a Luigi Tenco del sabato pomeriggio – un ibrido in puro stile Club Tenco tra una chiacchierata fra amici e una giornata di studio – spalmato tra una conferenza stampa in ritardo e l’ora che precede immediatamente la serata. Perfettamente bilanciato tra componente ‘di studio’ (Umberto Fiori e Mario De Luigi) e memorialistica (gli incontenibili ‘vecchi amici’ Giorgio Calabrese e Gianfranco Reverberi), il convegno ha offerto spunti di riflessione sul ruolo di Luigi Tenco nella storia della canzone italiana e nella definizione del genere della Canzone d’Autore.



Il più sacrificato tra gli interventi – per il poco tempo e per l’aria di disimpegno - è stato quello di Umberto Fiori, che avrebbe dovuto approfondire il suo contributo sul recente "Il mio posto nel mondo", opus maximus de Tenco a cura di De Angelis, Deregibus e Sergio Sacchi (quest’ultimo anche conduttore della chiacchierata). Il tema è quello dell’uso privilegiato della seconda persona nei testi di Tenco, che Fiori ha dimostrato essere una decisiva chiave interpretativa della poetica del cantautore ligur-piemontese. L’opera di Tenco si situa in un decisivo momento di messa in discussione della canzonetta e – soprattutto ma non esclusivamente - dei suoi stereotipi linguistici; questa messa in discussione passa anche attraverso la naturalezza dei testi, che bucano la finzione letteraria risolvendosi, appunto, in una locuzione diretta: il tu del testo, cui si rivolge l’io del cantautore. Tenco insomma, dice Fiori, mette in scena un discorso, e con un interlocutore/interlocutrice ben precisamente postulato. Tant’è che, nei casi in cui Tenco utilizza un tu più generico, non determinato, qualcosa pare non funzionare: è il caso di Cara maestra, in cui il tu è semplicemente indice di un rapporto ideologico e non vitale con una categoria (la maestra, il curato, il sindaco). Ad una ispezione del repertorio tenchiano, si nota come le canzoni in cui viene messa in scena questa “conversazione diretta” sono anche le più resistenti al tempo, e spesso le più amate (scegliendone qualcuna: Mi sono innamorato di te, Ragazzo mio, Vedrai vedrai...). Il Tenco migliore, insomma, è questo, di una leggerezza calviniana fatta di una poetica di sottrazione di poesia, di quotidianità, non di accumulo di immagini poetiche. Le scelte del Tenco più politico invece si risolvono spesso in un appesantimento del linguaggio.

Mario De Luigi (direttore di Musica & Dischi, da sempre organo semi-ufficiale della discografia italica) propone invece una ricognizione delle presenze di Luigi Tenco nelle classifiche italiane – presenze limitate e sporadiche (se si esclude il grande successo di Ciao amore, ciao), che sembrano confermare l’idea di Tenco come di un “cantautore di insuccesso”. Il primo brano di Tenco, Quando, entrò in classifica al 17° posto – una ragionevole stima di copie vendute potrebbe essere di un po’ più di 20 mila. Le altre presenze di Tenco in classifica sono legate a operazioni più commerciali, a margine della sua attività di cantautore: ad esempio, entra nella Top 20 grazie a La mia Geisha, colonna sonora di un film. Nonostante la scarsa fortuna discografica, la fortuna di Tenco era certamente maggiore in Siae, con i pezzi che avevano una discreta diffusione e contavano svariate cover. Ma la fortuna di Tenco è principalmente postuma, ed in un certo modo – rivendica De Luigi - figlia del ruolo culturale avuto dal Club Tenco negli ultimi tre decenni.

Più leggero l’intervento di Calabrese e Reverberi. Ma tra i gustosi aneddoti su Tenco compaiono anche dei colpi di genio critici, ad esempio sulla contestata esistenza di una “Scuola genovese”. Dice Calabrese: la scuola genovese…era un agglomerato, come il croccante. Tutto sta insieme, ma si distingue sempre la mandorla…e poi, tra noi non ci frequentavamo (prima dell’arrivo a Milano, ndr): io ero di Marassi, lavoravo con Bindi. Gli altri stavano da altre parti. Il mestiere dell’autore è un mestiere da solitario, non come quello del cantante, che è più un mestiere… da bagascia!

I cantautori si sono collocati in un momento decisivo di passaggio della discografia italiana (e mondiale: fenomeni simili si riscontrano in molte altre nazioni, più o meno nello stesso periodo). Un modo di produzione libero (anche grazie ad autori e produttori ‘illuminati’) che – ad oggi - non esiste più, e che in effetti ha avuto applicazione in un periodo di tempo molto limitato. Comunque – pare - tanto poco tempo è bastato a far virare la nostra musica.

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09-10-2007
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