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Quando
la musica divenne adulta
Mauro
Pagani: Mi ricordo ancora di quando ho comprato il disco incellofanato.
Siamo andati a casa mia in tre amici, lo abbiamo spacchettato e
ci siamo messi ad ascoltarlo. Dopo la prima facciata avevamo la
bocca aperta. E’ un disco importante per molte cose, anche
se altri dischi dei Beatles sono forse più belli (Revolver
e il White Album, ad esempio) Sgt Pepper è importante perché
segna la nascita del concept album. Anche se in realtà era
un concept finto: c’è un’unità formale
ed è un progetto a sé. Ed ha un’idea di impatto
unico, di suono unico, nuovo con quell’uso particolare dell’orchestra.
Anche la registrazione che fu fatta su 4 piste sovraincise, è
stato un miracolo di tecnica, fantasia, inventiva e creatività.
E’ il disco che per la prima volta ha dato l’idea di
Londra come di un posto allegro e surreale. Blow up aveva introdotto
questa idea l’anno precedente, ma in Sgt Pepper questo clima
si tocca con mano. Si sentono molto forti i segnali di una civiltà
diversa, di un umorismo diverso, di un passo sconosciuto. Per noi
che arrivavamo dalla cultura classica poi, questa introduzione dell’orchestra
in un disco pop ci faceva sperare cose splendide per il futuro e
in effetti si può dire che Sgt Pepper, anche se è
un disco cantato, anticipa l’arrivo del progressive e dal
momento che il progressive è lo stile in cui io mi sono espresso,
posso dire che è come se Sgt Pepper fosse uno dei miei papà.
Jovanotti:
Ci sono cose che non si discutono. La formula dell’acqua,
le Alpi e le Piramidi, lo smog delle città, il viso di Marilyn,
i Pugni di Mohammed Ali, la musica dei Beatles, in particolare l’Lp
che fece da Big Bang all’universo pop che ha dentro il rock
& roll, la classica e l’hip hop, il blues e l’elettronica,
la sperimentazione, il gusto del divertimento e quello dell’innovazione,
lo spirito dell’India, i trip di San Francisco. Madonna che
periodo, mamma mia che disco! Tra l’altro posso dire che ha
proprio la mia età. Infatti se permetti io ce l’ho
ne Dna: nostro padre John, nostra madre Paul.
Shel
Shapiro: In quel momento l’impatto è stato quello
di un bellissimo disco. Ma noi eravamo all’apice del successo.
Non è quindi che ciò abbia cambiato l’impostazione
della vita. E’ chiaro che Sgt Pepper era un segnale in molti
sensi: a livello sociale, a livello di musica, ma anche a livello
di droga. Ed era molto più facile viverlo in Inghilterra
e in America che non in Italia. Sgt Pepper viene vissuto da qui
come una grande apparizione intoccabile. Come Woodstock. Per noi
è stato un film: io l’ho visto a Lodi! Non siamo stati
là. Chi c’è stato, quel mezzo milione di persone,
lo vive come un segno di importanza clamorosa. Secondo me allora
Sgt Pepper è stato importante per vedere cosa fosse possibile:
poi stava decidere se tu volevi che fosse così o meno. Questo
senso di scelta era importante.
Teresa
De Sio: Un disco imperdibile, visionario, psichedelico. I migliori
Beatles di sempre, forse con l’eccezione di “Revolver”.
Il rock diventa adulto e punto di riferimento per musicisti e appassionati,
spinge sull’acceleratore di una generazione pronta a dar fuoco
alle polveri… La mia canzone preferita? “Lucy in the
Sky with Diamonds”, a metà tra le suggestioni di Lewis
Carroll e l’arte alta di John Lennon.
Ricky
Gianco: Confermo tutto quanto di buono ho detto allora: gusto,
cultura musicale, colore, futuro di suoni e perfezione vocale. Ci
aggiungerei la ricerca E’ stato l’album che ha messo
fuori fuoco e (fuori di testa) Brian Wilson dei Beach Boys. Erano
formidabili. Quando io li ho conosciuti mi sono reso subito conto
di chi fossero Paul e John. Il magnetismo che avevano, che percepisci
anche se non te lo sai spiegare sul momento. Ma ho subito pensato:
ho conosciuto due geni!
Bobo
Rondelli: Purtroppo la celebrazione la fa anche Veltroni. Ma
lasciate i Beatles in pace! Ero beatlesmaniaco, ma l’album
che mi aveva preso come sound era Revolver. Anche se sicuramente
come compattezza sonora Sgt Pepper è migliore. I Beatles
hanno inventato l’idea di pop e ha hanno capolavoro. Per di
più la loro bellezza se la sono sudata dura all’inizio.
La loro storia iniziale è una storia di sofferenza, è
una storia di blues. Infatti le loro canzoni le può cantare
anche un nero. Sono canzoni che mettono d’accordo tutti. Tra
Beatles e Rolling Stones ho sempre preferito i Beatles.
Max
Manfredi: la musica non cambia ma esistono cambiamenti tra lei
e chi li ascolta, ma per me il disco dei Beatles è stato
il disco bianco. Ne ho avuto un imprinting post infantile molto
forte.
GGMonti: ho ancora un poster di quell’album e nel 1967
vedevo per la prima volta Londra. Più di così...
SursumCorda
(Saverio): Ai tempi ha sicuramente rivoltato la musica e loro
stessi hanno svoltato ulteriormente. Per me i Beatles hanno sempre
rappresentato la curiosità musicale. La voglia di scoprire,
sperimentare e provare le cose nuove capendolo con “le mani
in pasta”. E’ una filosofia che mi ha sempre attratto.
Luigi
Bolognini (giornalista Repubblica) Un anniversario
che mi fa capire che sono nato con 20 anni di ritardo e mi sono
perso tutto il bello in diretta
Fabrizio
Consoli: è lapalissiano dire che ha significato poco
per me visto che avevo 3 anni. Piuttosto posso dire che oggi rappresenta
un po’ il mio parco giochi, visto che quando voglio scoprire
qualcosa di nuova e divertirmi davvero metto su il cd. Devo dire
però che l’alternativa è il White Album.
Giordano
Sangiorgi (Mei) Una svolta epocale da celebrare
il primo giugno con una grande festa.
Marco
Ongaro: Ero troppo giovane. Per me la musica l’ha cambiata
Hendrix che esegue Dylan: All along the watchtower
Alessio
Lega: Dylan era stata la poesia che si faceva rock. I Beatles
con quell’album era il rock che si faceva poesia
Marco
Rovelli (Ex Les Anarchistes): A day in the life. La cantavo
staccando un canale dello stereo, la voce di John restava come eco
ed era come un karaoke ... poi certo, molte delle altre canzoni,
e quella copertina!
Andrea
Satta (Tetes de Bois): un’alba amniotica
Dario
Canossi (Luf): mi vergogno, ma non ho mai ascoltato, né
amato i Beatles. Li ritenevo troppo miele. Li ho solo studiati parecchio.
Ma questo non vale.
Giamba
(Semisuite) : A distanza di 40 anni non c’è musica
più nuova e attuale di quella di Beatles e Rolling Stones,.
La rivoluzione più entusiasmante di quell’epoca è
stata la loro musica. Io non sono un fanatico nostalgico: avrei
conosciuto quel fermento quindici anni più tardi, quando
già erano storia. Oggi li ascolto per studiare e imparare
ed è una sorpresa continua, una scoperta inesauribile.
Enrico
Deregibus (critico musicale): "Credo che con
il Sergente il rock abbia smesso di avere sudditanza - se mai ce
l'ha avuta - verso la cultura, quella con la c a volte immeritatamente
maiuscola. Io nella sua fascinosa interezza l'ho scoperto tardi:
in quell'anno ero impegnato a nascere, non so se la scusa è
buona. I primi Beatles per me sono stati a inizio anni ottanta con
le due raccolte rossa e blu e tante altri pezzi sparsi su cassette
che ora son sparse pure loro in case e casini. La prima volta che
l'ho sentito tutto assieme, quel disco, ho capito molto di più
dei Beatles, della musica e di come sentirla (sia "to lissen"
che "to feel"). Ero adolescente, è stato un po'
come vedere prima qualche parte di una donna - una coscia, poi una
scollatura, poi due tette nude - e poi finalmente un bel giorno
tutto il corpo insieme. Fa tutto un altro effetto, niente da dire".
Francesco
Paracchini (direttore L'Isola che non c'era). Un album che riuscì
a spiazzare il suo pubblico proponendo suoni così particolari
da sembrare 'normali'. Ma di normale c'era poco, a cominciare dai
messaggi in codice della copertina. Ha saputo influenzare tutti
gli artisti, anche non pop, degli anni a seguire.
Sandro
Severini (Gang): Sgt. Pepper è un gran bel disco. Di
quelli che rimangono e producono frutti ad ogni stagione. Ogni tanto
qualcuno ne mangia uno e il disco riesce ad avere nuova vita. Belle
canzoni, bella copertina, fatto con il cuore e la testa. Destinato
a lasciare il segno.
Raffaella
Misiti (Acustimantico): Sgt Pepper è sicuramente uno
di quei dischi “definitivi”. Per me rappresenta l’apice
del rock orchestrale.
Massimilano
Larocca: Sgt Pepper significa soprattutto A Day in The Life,
una canzone ancora oggi splendidamente moderna nella forma, ma soprattutto
nei contenuti. Con questo disco, esattamente come con Blonde on
Blonde di Dylan, il rock si è fatto adulto, abbracciando
i linguaggi della modernità, fino a farsi opera e concept
album. Dico questo non avendo mai amato i Beatles yeh yeh degli
esordi, ma con Sgt Pepper fu davvero uno stacco mostruoso.
Giuseppe
Di Trizio (Radicanto): il cd ha sicuramente segnato un nuovo
modo di intendere la forma canzone. Credo che oggi sia ancora attuale
e vivo il loro modo di intendere l’identità di un autore.
Un esempio da seguire.
Federico
Sirianni: essendo relativamente giovane, il primo "sgt
pepper" che ho conosciuto è stata un'orrida riedizione
cinematografica con i bee gees (!), potete immaginare... in realtà
i beatles li ho apprezzati quasi da adulto proprio con "sgt
pepper" e li ho amati, comprendendo la loro grandezza, ancor
più col "white album". un periodo creativo pazzesco,
un momento d'innovazione totale nella storia del rock, durato pochissimo,
ed è forse giusto che andasse così.
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