Xavier Rudd: “White Moth”
Xavier
Rudd is an Australian, married to a Canadian and he divides his time between
the two countries and his connections to the First people of both lands runs
deep and true. The most obvious connection is his use of the Yirdaki (didgeridoo)
as an integral part of his music. While it's use has become more prominent
among various folk groups and performers looking for something to sound "cool",
to seamlessly incorporate it, as Mr. Rudd does, into the music so that it
doesn't stick out like a sore thumb or a novelty item, takes a sensitivity
to the instrument that borders on the spiritual.
Richard
Marcus - Blogcritics magazine
Like Jack Johnson, only from Down Under, Aussie multi-instrumentalist Rudd
is a singer-songwriter with a tenaciously laid-back mien and a love for both
surfing and classic roots sounds. He jumps between breezy reggae like the
title track and coffeehouse folk like "Better People."Pot-friendly,
but also pretty bland.
Christian Hoard - Rolling Stone
Mescolando folk, reggae, rock e world, White Moth, che vede la presenza di
cantanti aborigeni, è un concept che paga quindi omaggio agli abitanti
originari del continente australiano, ed intende sensibilizzare a un maggiore
rispetto per le culture da preservare. Un personale viaggio dell’autore
che fa anche il punto della situazione sulla sua musica. Ecco allora il soul
e il reggae (Twist, Come Let Go), le ballad (Better People, Choices), le consuete
ascendenze benharperiane (Anni Koozoo), i rock blues (Footprint), gli echi
younghiani in Whirlpool, la world gabrieliana di Message Stick, tra didgeridoo,
percussioni e voci.
Teresa
Greco - Sentire Ascoltare
“White moth” è il suo terzo disco, se non si contano le
precedenti independent release (due cd in studio ed altrettanti live). Per
via dell’uso della Weissenborn e per certe affinità di genere,
reggae compreso, viene spesso paragonato a Ben Harper ed in effetti si sente
che la sua musica vive di quella purezza, di quello stretto contatto con la
natura che pervade il suono di isolani come Donavon Frankenreiter e Jack Johnson.
Rispetto a questi colleghi, surfisti come lui, Xavier ha uno spirito indigeno
e un’attitudine da ricercatore evidente nello stuolo di strumenti che
usa: chitarre slide e resonator, dodici corde acustica e qualche elettrica
modificata, banjo, armonica, stomp box, percussioni e yirdaki (strumento a
fiato del clan degli Yolngu ricavato da un tronco di bambù che Xavier
suona tenendone più d’uno vicino alla bocca). A questo aggiungete
che nel disco compaiono le vocals di gruppi aborigeni e avrete il quadro di
un album puro, tanto vicino al cuore della vita da cantare in difesa dell’ambiente,
delle minoranze e dell’umanità intera senza risultare retorico.
Christian
Verzeletti - Mescalina
Un disco particolare, il nuovo lavoro di Xavier Rudd, White Moth. Quando credi
di averne ormai inquadrato il genere, ascolti un altro brano e ti vedi costretto
a cambiare piacevolmente idea. A tratti sembra di ascoltare Nick Drake, Paul
Simon o il primo Sting, artisti di certo presenti nella formazione musicale
del biondo musicista e surfer australiano. Ma la sua musica è anche
venata di un tribalismo sperimentale alla Peter Gabriel. È un disco
da ascoltare più volte, per poterlo assimilare e apprezzare come merita.
E tuttavia, in questi giorni di musica di plastica, imbattersi in un disco
che richiede un minimo di impegno all'ascoltatore mi pare un innegabile merito.
False
Percezioni Blog
Parola di Bielle
Polistrumentista
australiano di grandissime doti, finora non ancora del tutto dimostrare, ma
con White Moth (farfalla bianca) Xavier Rudd centra completamente l'obiettivo:
un disco dai sapori variegati e dalle molteplici suggestioni. Dal rock delle
origini, all'etnico, dalla ballata allo stacco acido. Il suono del didgeridoo
sullo sfondo che si miscela con l'armonica, la chitarra, il basso, il banjo,
il diembè e ancora altri strumenti. Da Dylan a Nick Drake nei cromosomi,
ma c'è anche dell'altro (sembrerà paradossale ma la sua "Message
Stick" ricorda in maniera decisa "Mieli"
di Luigi Maieron!). Il risultato è un curiosissimo melange ben riuscito
di culture e di stimoli diversi per quello che risulta essere uno dei dischi
di musica internazionale più convincenti del 2007.
Parola di Bielle