


|
Un
pezzo di mondo che profuma di casa
di
Silvano Rubino
e Lucia Carenini
Diario da Ricaldone, giovedì 19 luglio
2007
Quel che mi piace di Ricaldone è l’atmosfera.
È l’atmosfera che si vive nei piccoli
paesi in occasione dell’evento dell’anno,
che a seconda dei casi può essere una sagra
paesana, una fiera, la vendemmia, il raccolto. È
l’atmosfera di elettrizzato coinvolgimento di
tutta la cittadinanza, la contagiosa sensazione di
essere un po’ protagonisti, per una volta. A
Ricaldone, merito della sorte che gli ha assegnato
di essere il paese natale di un capostipite del peso
di Luigi Tenco, l’evento non è una sagra,
non è una fiera, non è una vendemmia,
ma, caso più unico che raro, una rassegna di
canzone d’autore. Il piazzale della Cantina
sociale, dove per tutto l’anno scorrono fiumi
di dolcetto, moscato, barbera in botti, damigiane
e bottiglie, fa posto a un palcoscenico. I sonnolenti
ritmi del Monferrato accelerano improvvisamente e
i bambini sono i più eccitati. E partecipano
servendo ai tavoli della zona ristorante, accompagnando
i visitatori al museo, osservando il frenetico circo
dei musicisti, dei tecnici, degli addetti al lavori,
chiedendo autografi. Ma tutti, a Ricaldone, si sentono
coinvolti dalla tre giorni dedicata a Tenco, quasi
avessero un debito da saldare, a poco a poco, anno
per anno, con quel ragazzo ombroso che oggi riposa
nel loro cimitero.
E inizia alla grande, questa sedicesima edizione.
"E' una scommessa che abbiamo voluto fare - dicono
Sandra Garbarino e Mauro Gaggino, dell'Associazione
Luigi Tenco - La serata iniziale costituisce la prima
produzione nella storia del Festival, un evento in
cui per la prima volta le canzoni di Tenco verranno
affidate, per una rilettura in chiave jazz, ad una
grande Big Band guidata da Felice Reggio. Uno spettacolo
che speriamo possa conquistare il suo spazio ed essere
portato in giro". Lo stesso Felice Reggio sottolinea
nel convegno pomeridiano quanto Tenco amasse il jazz,
quella musica così di rottura, che forniva
un saldo appiglio per staccarsi dalla mielosità
delle melodie leggere italiane degli anni '50 e quanto,
come sostiene anche Alberto Bazzurro nel suo intervento,
i jazzisti italiani abbiano amato Tenco. Una performance
per big band, però, non era ancora stata tentata;
Reggio si augura di aver centrato l'obiettivo.
La risposta alla domanda viene data fin dalle prime
note dello spettacolo. Quello che Felice Reggio ci
restituisce è un Tenco rielaborato ma non stravolto,
interpretato nella sua essenza di musicista (come
è noto era un ottimo sassofonista e clarinettista
e si riteneva un compositore piuttosto che un cantautore).
Serata emozionante, scandita dall'alternarsi della
lettura dei testi delle canzoni da parte di una bravissima
Caterina Deregibus, allo stesso tempo intensa, sobria
e appassionata e dell'esecuzione dei brani, lasciando
spazio ad alcuni assoli davvero notevoli sia di Reggio
che dei musicisti della band. E tra gli applausi del
pubblico, sul piazzale della Cantina la serata si
trasforma in musica. Stelle, note e profumo di fieno.
E da qualche parte, sicuramente, Luigi che ascolta.
Diario da Ricaldone, venerdì 20 luglio
2007
È una bella atmosfera, quella che si respira
a Ricaldone. Perché L’Isola in Collina
(così si chiama la rassegna, giunta ques’anno
alla sedicesima edizione) è un’importante
rassegna, che ha visto protagonisti, scusate l’espressione
antiquata, i più bei nomi del nostro panorama
musicale ma che nulla ha di istituzionale, né
tanto meno di “showbiz”. Sarà merito
delle quinte naturali degli spettacoli, un campanile,
un paese appollaiato su una collina, dove poco è
cambiato da quando Luigi Tenco correva per le sue
stradine. Sarà merito dello spirito autenticamente
volontaristico che anima gli organizzatori. Fatto
sta che a Ricaldone ci si sente a una festa. Una festa
di paese.
O almeno, così mi sentivo io seduto sulla mia
sedia, mentre un venticello provvidenziale mi portava
via la stanchezza di una settimana milanese. E mentre
sul palco assistevo alle prodezze di quell’equilibrista
che risponde al nome di Simone Cristicchi. Equilibrista,
sì. Perché il suo spettacolo è
un esercizio continuo, in bilico tra cabaret e impegno,
tra satira e malinconia, tra riflessione e divertimento.
Non è facile, saper alternare toni e momenti,
accostarli senza stridori. Simone ci riesce, usando
come collante la sua originale personalità,
il suo personalissimo modo di guardare alla realtà.
Lo scopro live per la prima volta (salvo la parentesi
del Tenco) e mi compiaccio della riuscita. La scaletta
è un compendio del mondo di Simone: ci sono
i matti con “Ti regalerò una rosa”
e la recita di alcune delle lettere trovate al manicomio
di Volterra, ci sono gli spaccati satirici sull’Italia
di oggi (“Studentessa universitaria”,
“Laureata precaria”, “L’Italia
di Piero”, la cover dell’”Italiano”
di Toto Cutugno, che con un arrangiamento rock e un
cambio di un’unica parola nel testo diventa,
da melenso inno nazional-popolare che era, un’invettiva),
ci sono i momenti più intimisti e malinconici
(con la bellissima canzone dedicata a Piergiogio Welby,
“Legato a te”) o quelli all’insegna
del nonsense, del divertimento, dell’umorismo
(“La filastrocca della Morlacca”, “Vorrei
cantare come Biagio”, “Senza”).
Simone è così, ama alternare i toni,
rifugge la retorica (anche il suo piccolo monologo
di omaggio ai predecessori, Tenco, Gaber, Bindi, Lauzi,
Endrigo, De André, riesce a suonare così
sincero da risultare commovente), le tinte forti,
la lacrima facile. Come nel suo documentario (il dvd
“Dall’altra parte del cancello”,
uscito insieme al disco omonomo), proiettato nel pomeriggio
nella sala convegni del Museo dedicato a Tenco. Nel
film Simone viaggia con leggerezza alla scoperta del
mondo dei manicomi, dei reduci di quel periodo nero
della nostra psichiatria. Come ha detto lui stesso
chiacchierando con il pubblico, è stata un’operazione
“a togliere”, per evitare la facile commozione
(“a quella ci pensa già la televisione”).
Piuttosto che puntare sulle più scontate corde
emotive, così, il documentario prova a far
ragionare. Invoglia a scoprire, a cercare di saperne
di più, ad avvicinarsi a un mondo.
Il concerto volge al termine. Oltre a Tenco (con “Vedrai
vedrai”), Simone rende omaggio a Modugno, con
una scatenata Malarazza finale. Un concerto molto
energetico, molto elettrico. Molto danzereccio persino,
tanto da sconcertare un po’ il pubblico di Ricaldone,
abituato ad altri ritmi. Un concerto apertosi con
tre ospiti, tre esponenti di quella scuola romana
che sembra un filone inesauribile di talenti: Marco
Fabi, Leo Pari, Pier Cortese. A Pari va la palma della
miglior cover di Tenco della serata: una versione
rap-dance di “Vita sociale”. A dimostrazione
che se un brano è vitale e moderno non ha nulla
da temere da ardite trasposizioni.
Il venticello di Ricaldone mi aiuta a riflettere.
Penso al Simone che sarà. Credo che la sua
originalità, la sua forza, sta nell’aver
cercato strade nuove, nell’aver affrontato questo
mestiere come un percorso di ricerca, in cui Sanremo
è quasi un episodio incidentale, di certo non
un punto di arrivo. La sua dimensione è quella
del teatro canzone. Mi sembra, insieme a Carlo Fava,
quel che di più vicino a Giorgio Gaber ci sia
in questo momento in Italia. Gli auguro di cuore di
continuare così, mentre cammino lungo le salite
di Ricaldone, con la gente del paese che sfolla verso
le case, nel silenzio tornato all’improvviso,
in questo angolo di un’Italia che ancora sa
piacermi...
Diario da Ricaldone, sabato 21 luglio 2007
Si parla di musica indipendente, oggi a Ricaldone
e dell'importanza di combattere l'omologazione, di
far sentire la propria voce. Ed è un tema sicuramente
affine a Tenco, il Tenco sociale, quello che voleva
provare a cambiare il mondo. Ospite della terza giornata
Giordano Sangiorgi, che racconta la sua esperienza
di patron del Mei di Faenza, il meeting delle etichette
indipendenti, quella sorta di bolgia creativa che
da dieci anni focalizza sempre più l'attenzione
sul mondo delle indies italiane. Con lui i Mariposa,
che parlano dal punto di vista dei musicisti e Enrica
Corsi, del premio Bindi di Santa margherita Ligure,
che da quest'anno si unisce in una sorta di gemellaggio
con l'Isola in collina. A testimoniare che l'unione
fa la forza e che è stupido arroccarsi nei
propri giardinetti.
L'ultima serata di questa rassegna prevede uno Mariposa,
Cesare Basile, Morgan e Mauro Pagani con Badara Seck.
Quattro modi di fare musica indipendente, diversa
nei generi ma con la caratteristica comune della qualità
delle proposte. E le aspettative sono assolutamente
attese. Dopo le sperimentazioni dei Mariposa e della
loro musica componibile, un Cesare Basile in gran
forma ci regala un set da brivido. Testi taglienti,
ombre, luci e ancora ombre, musica minimal-elettrica
e parole-rasoio per uno dei migliori esponenti del
rock d'autore che abbiamo sulla piazza.
E siamo ancora immersi in un'atmosfera fatta di immagini
forti, carnali, profonde, avvolgenti, magnetiche,
che dopo un velocissimo cambio palco Morgan entra
in simbiosi con il pianoforte e con le sue note si
tuffa in un'atmosfera neo-anni sessanta e "diventa"
Tenco. Intendiamoci, non è una copia filologico-pedissequa
e neanche un'identificazione. E' qualcosa di più
profondo, di intimo. Morgan è Morgan ma nella
pancia è Tenco. L'ha mangiato e l'ha digerito,
lo possiede ed è posseduto.
Morgan non sarà un mostro di simpatia, ma sicuramente
è un mostro di bravura e la dimensione live
è la sua chiesa. Con lui un Enrico Gabrielli
tirato in scena per i capelli e "costretto"
a suonare pezzi che non aveva preparato dimostrando
una competenza e una padronanza dei suoi strumenti
fuori dal comune.
E Morgan-Marco suona, canta, fuma, scherza ed è
serissimo in una girandola di canzoni da brividi sottopelle.
Ogni volta che lo ascolto me ne convinco sempre più.
Siamo davanti a un personaggio speciale. Inutile descriverlo
più di tanto, l'invito è di andare ad
ascoltarlo.
Si chiude con Mauro Pagani accompagnato da Badara
Seck e l'emozione raggiunge livelli altissimi. E'
la voce della terra, della foresta e del deserto.
E' il canto dell'acqua e del fuoco, della guerra e
dell'amore. E' il cerchio della vita.
Poi la musica tace e le luci si spengono. Rimangono
un cielo trapunto di stelle, un paese in una notte
ora di quiete, un vento fresco che ci accompagna verso
il mattino e la voglia di tornare in questi luoghi.
Che adesso sono anche un po' nostri.
|