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Presentazioni & concerti
Antonio Ballerio e SemiSuite "Pianoforte vendesi"




Una storia gotica tra sogno e realtà
di Cristian Sonzogni

La sensazione è che si sia tolto il tappo a una bottiglia di champagne, di quello buono. ‘Pianoforte vendesi’ è un racconto delicato, a volte tristemente allegro ma a volte felicemente malinconico, tenue nei toni ma forte nei contenuti in sottofondo. Forte nell’amore che porta in superficie, soprattutto, e nelle scelte spesso difficili alle quali la vita ti costringe.

Scelte come quelle degli ex Sulutumana, ora Semisuite, alle prese con un nuovo progetto senza Michele Bosisio, ma con tanta voglia (così traspare) di perseguire quel nobile obiettivo di provocare emozione in chi li ascolta. Così quel ‘tappo’, sotto forma di incertezza, che da qualche tempo calava sui loro concerti, è svanito una notte di febbraio accanto al bravissimo Antonio Ballerio, voce narrante della vicenda del ‘Pianista’. Un ladro dalle dita affusolate, ben più umano di quanto possa sembrare un brigadiere, partito con l’idea di delinquere (ma un po’ per tirare a campare, mica per il gusto di farlo), e poi capace di farsi stregare da un luogo e da uno strumento, oltre che dalla presenza di una anziana e gentile signora.

In mezzo alla tribolata storia del Pianista, la voce di Gian Battista Galli e la magia degli altri Semisuite (Andrea Aloisi al violino, Francesco Andreotti al pianoforte, Angelo ‘Pich’ Galli al flauto traverso e agli aggeggi, Nadir Giori al basso e contrabbasso), le loro musiche a sottolineare i momenti salienti, a ricalcare le scene di una serata onirica nel ventre di Milano. Una serata che scorre piacevole e che inganna il tempo, se è vero che poco meno di due ore paiono al massimo la metà. E’ un racconto al confine tra sogno e realtà quello di Andrea Vitali (presente in sala), una prosa che a volte sconfina quasi nella poesia, che viene contaminata dalla musica, ma non ha momenti di stanca e risulta godibile fino all’ultimo. Se invece vogliamo separare le note dalle parole, non è ancora, musicalmente parlando, un prodotto finito. Saranno cinque, forse sei brani in tutto, e non c’è traccia impressa su cd che possa farci ritornare sui nostri passi per capire e apprezzare meglio certi passaggi. Andiamo a naso dunque, a sensazione, e cominciamo col dire che si tratta di cinque (o sei) piccoli gioielli, dove piccolo non è affatto riduttivo, ma indica la portata delle storie di provincia, quelle storie minimaliste e ricche di emozione. Come ci avevano abituato i primi Sulu, quelli de ‘La Danza’, per intenderci.

Basterebbe questo approccio per riportare entusiasmo ai Sulu-fan presi dallo sconforto solo qualche settimana fa per via dello scioglimento del gruppo e del conseguente cambio di nome. Che non è dunque un cambio di rotta, come avevano promesso Gian Battista e compagnia. Sentire la storia della vita di Rosina che cerca l’amore lascia dentro un piacere leggero che è complicato descrivere. ‘Appeso per la luna’ (così si dovrebbe intitolare la canzone, secondo il sito www.semisuite.it) gioca ancora su atmosfere lievi ma si (e ti) scalda per dire che ‘C’è una musica lontana, è il silenzio che la suona’. Quel silenzio in musica che già con ‘Pomeriggio’ (Ci vuole un bel tacere per ascoltare tutto), ‘Il frigo’ (Entra amore mio che hai portato il tuo bel silenzio fin quaggiú) e Anam-ji (Ed il silenzio lassù era voce mutabile) era divenuto tema portante dei Sulutumana-Semisuite, affascinanti e affascinati per quanto possa essere bello trovare una pausa dal rumore in cui ogni giorno tentano di affogarci.

Nel momento cruciale della narrazione, poi, ecco una ‘marcetta’. Una sorta di filastrocca musicata, una poesia deandreiana fino all’osso. Che ci sia un filo rosso tra il modo di scrivere e di porsi di Faber e quello degli ora Semisuite è cosa che, seppur mai detta ad alta voce, si sentiva, almeno in chi conosce la storia dell’uno e degli altri. Stavolta ciò che ascoltiamo è una traduzione de ‘La mauvaise réputation’ di George Brassens, quel cantastorie che già l’artista genovese prese come una vera e propria guida nella sua crescita, anche umana. Pare di assistere ad un (bellissimo e coinvolgente) riassunto del ‘Fannullone’, del ‘Matto’ e del ‘Blasfemo’, fusi assieme per raccontare la vera storia del ladro Pianista. Persino musicalmente l’approccio rimanda a qualcosa del maestro (c’è qualcosa di Don Raffaè), e ciò che ne esce è una godibilissima poesia di un tempo che non c’è più, capace di mostrarsi senza paura di apparire una semplice copia. Perchè un conto è dire, e lo fanno in troppi, ‘creiamo qualcosa che ricordi De Andrè’. Un altro è saperlo produrre, qualcosa che non solo lo ricordi, ma che partendo da Brassens (con un pezzo che ha la bellezza di 54 anni) renda presente quell’Amico fragile tra di noi come (e più di quanto) le sue stesse canzoni possono fare.

Un’operazione, quella di tradurre Brassens, e più in generale i francesi, appena messa in pratica pure da quell’altro personaggio capace spesso di sfiorare la genialità, che risponde al nome di Alessio Lega, addirittura in grado di licenziare un intero cd di musica originaria d’Oltralpe. Sia chiaro che non è lo stesso modo di operare dei Semisuite (quanto è complicato chiamarli così...), ma è particolarmente interessante che due delle realtà più brillanti della musica d’autore di casa nostra vogliano riscoprire un repertorio mai abbastanza perlustrato e troppo presto dimenticato al di qua del confine.

Pare un po’, questa ripresa di note e parole antiche sotto lo sguardo (assente) di Faber, come la vicenda di un Pianista che, mai visto e toccato un pianoforte, ne trova uno per caso la sera dell’Epifania, appoggia le dita ai tasti bianchi e neri e si scopre prodigio, lasciandosi guidare senza farsi domande. Noi vogliamo lasciarci ammaliare, da questi Semisuite, da questa loro musica gentile e dal loro minimalismo che porta racconti di ciò che di più bello ci sta attorno: uomini che sognano, donne che amano, ladri che non rubano, stelle da guardare, nuvole come un cappello sulle nostre teste. Che poi la critica o il ‘grande pubblico’ li premi, francamente, non è affare che ci riguardi. Per noi hanno già vinto: ci hanno provocato qualche brivido lungo la schiena, e per questi e per quelli che verranno, non c’è che da dirgli grazie. Senza retorica, e senza rimpianti. Magari con un augurio di serenità a chi ha semplicemente deciso di prendere un’altra strada..

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Ultimo aggiornamento: 18-02-2007
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