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Una
storia gotica tra sogno e realtà
di
Lucia Carenini
A volte capita di arrivare
a uno spettacolo senza saperne nulla. O meglio, conoscendone
gli autori - sia del testoche delle musiche, ma è
tutto. Si ha un’idea di cosa aspettarsi, si
sa che non se ne uscirà delusi, ma tutto si
ignora della trama - se non il contesto ambientale
- e tutto si ignora delle musiche, se non il loro
humus creativo. Mica poco, direte, ma i suonatori
arrivano da una vicenda che ha addirittura cambiato
loro nome, e il racconto è un inedito, scritto
appositamente per l’attore.
Come saranno, le nove canzoni dei SemiSuite? Chi viaggia
attorno ai quarant’anni forse ricorderà
la pubblicità – o réclame, come
si diceva allora - di una ditta che forse non esiste
più. Coabitava il Carosello, assieme alla pancia
che non c’era più, a Carmencita e il
Caballero, a improbabili tavolini piazzati in mezzo
al traffico e a un uomo in ammollo. Una pubblicià
che terminava invariabilmente con quel "a scatola
chiusa compro solo Arrigoni". Ecco, il clima
è quello. In tutti i sensi. Uno spettacolo
da comprare a scatola chiusa ambientato in un bianco
e nero datato 1966. Il 5 gennaio, per la precisione..
Buio in sala. Entrano.
Ora la scena è appena illuminata, una quinta
semitrasparente divide l’attore dal gruppo,
lo isola. La garza separa, ma impalpabilmente, la
storia dalla sua musica; ma lascia che le due entità
si intreccino, si penetrino, si fondano. Così
il racconto si srotola, il personaggio si svela, i
contorni diventano più nitidi e la storia prende
per mano e conduce passo a passo sulle strade acciottolate
che si definiscono sempre meglio, acquistano particolari,
personaggi, colori, suoni. Anche profumi, pare.
Racconto e canto si alternano; a tratti si fondono,
i due piani si uniscono. La musica è scritta
apposta per l’occasione, sono tutte canzoni
inedite, una colonna sonora che racconta storie di
paese, delinea figure, ma parla anche di musica, di
sensazioni, di emozioni piccole e grandi. Musica che
a tratti sottolinea e a tratti diventa protagonista
assoluta, come nella riuscitissima traduzione de “La
mauvaise reputation” di Georges Brassens, nella
storia - deliziosa - di Rosina, la sarta di paese
che cuce e cerca l'amore, o in quella della "Légura", la lepre che corre a balzi, che anticipa, forse,
la primavera in una notte d'inverno.
Anche le luci, curatissime, hanno un ruolo fondamentale:
aprono porte, sottolineano spazi, muovono piani. E
poi nascondono, oppure accentuano, o ancora suggeriscono.
Ad un tratto uno scossone. L’atmosfera, fino
a quel momento pacata e sfumata, cambia di colpo e
si fa festaiola. Sembra di essere finiti in un altro
luogo, in un’altra dimensione, in un mondo parallelo.
Quasi una nota stonata nell’aria calma regolare
del lago. La cosa spiazza, stordisce, poi si spiega.
Ci sono davvero due mondi paralleli, due spazi, due
tempi in quella sera d’inverno, e questo era
forse l’unico modo di renderlo tangibile, di
farlo sentire.
Non dirò della trama, perché è
bello scoprirla sul posto. E’ giusto lasciarsi
portare per mano tra le sue pieghe dalla voce di Antonio
Ballerio, attore e regista, e dalle canzoni dei SemiSuite.
C’è della suspence, c’è
del mistero. Basti sapere che è una storia
di paese e di fantasmi e che il finale è geniale.
Difficili i finali, c'è sempre il rischio di
uno scivolone. Qui no. Tutto torna, la linea tracciata
si chiude splendidamente in un cerchio perfetto.
Non perdetevi "Pianoforte vendesi", se ne
troverete una replica. Lo spettacolo vale, i SemiSuite
sono cresciuti, si muovono agilmente nel loro territorio
musicale, ma anche quando fanno da spalla all’attore.
Non perdetevi lo spettacolo, dicevamo e, se uscirà,
portatevi a casa quelle musiche fatte di neve e d’inverno,
di dolcezza e di festa, di crepuscoli e di leggerezza,
di delicatezza e di brume. Portatevi a casa quella
musica gentile.
E ringraziate la magia del teatro, e tutti loro. Che
ci credono.
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