Patti Smith:
"Twelve"

A covers album makes all kinds of sense for Patti Smith. Smith is one of those children of rock ‘n roll’s early zeal, a kid infected with the dream that audacity and sheer force of will is enough to turn a lowly citizen into an artist of the street. Patti Smith the punk poet was an invention of Patti Smith the Jersey girl, and she had to get the blueprint for that invention from somewhere.
In true rock fashion, the composite Patti Smith that debuted thirty-two years ago on Horses is more than the sum of her parts. No one sounds like Patti Smith. No one welds beat poetry and intellectualism to rock vigor like she does. She appropriated her early inspirations and made herself utterly individual, the high priestess of creative freedom. Knowing this fierce individuality makes listening to Smith’s new album Twelve all the more disappointing. Most of these tracks are faithful covers with little to no deviation from the original artist’s arrangement. Too many lack passion. “Everybody Wants to Rule the World” is straight-up wedding band, stoic in voice and instrumentation. “The Boy in the Bubble” lacks the swing of Paul Simon’s original. “Gimme Shelter” is laced with warning but none of the Stones’ menace. Smith undoubtedly feels many of these songs; anyone who saw her rip up “Gimme Shelter” and “Rock n Roll Nigger” before the number crunchers at the Hall of Fame Induction Ceremony knows that her sincerity is true to the point of making the lay person wince. But what works from a live stage does not always translate to wax. Simply put, Smith makes too few of these tracks hers. Her unmistakable voice alone differentiates them from the set of a Friday night bar band. There are exceptions, of course. “White Rabbit” stomps along at a nice pace and “Are You Experienced?” easily becomes Smith’s own call to higher consciousness. Her version of “Smells Like Teen Spirit,” though, shines as the only true highlight of Twelve. With upright bass and banjo, the song jigs along as a kind of bayou death song, the sort of thing the Handsome Family would play during a hung-over morning after a night in the swamp. In the album’s only variation from protocol, Smith spins off into a spoken word lamentation, decrying over creaky violins the world’s poisoning of its children’s bodies and souls. Smith has always struck out against this sort of ugliness, and the choice of “Teen Spirit” to carry this message feels like a tribute to the generations of artists that came after her, striving for the same sort of rebirth that she achieved. Cobain’s rebirth was so total he was crushed under its own weight and so Smith’s appropriation of his song is a mad-monk elegy, not just for Cobain but for all of the “children of the junkyards, sleepy, illiterate, fuzzy little rats, haunted, forgotten, glassy-eyed.” It is a standout track by any measure, one of the finest things Smith has done in the past few years. It is also, unfortunately enough, the only highlight of a decidedly middling album.
Jason Leahey - harmoniummusic.com

MP3: Smells Like Teen Spirit


Three decades after Smith made the transition from poet to rock & roller, we still don't think of her as a singer, exactly -- more a reciter who can carry a tune, kind of. So a covers album showcasing her interpretive gifts is a questionable vehicle. And like most such albums -- there are dozens by now -- it's somewhat hit-or-miss. But when Smith hits, it isn't just a bull's-eye -- the arrow splits the apple and then brings down the bad guy hiding behind the tree. It takes a poet to extract the lyricism of Jimi Hendrix's "Are You Experienced?" from its guitaristics and an avant-gardist to validate a middlebrow tour de force like Paul Simon's "The Boy in the Bubble." And though other winners are more obvious, you'll be convinced that this woman felt "Gimme Shelter" very deeply -- and many years later, "Smells Like Teen Spirit," too. .
Robert Christgau - Rolling Stone

Se per voi "sacerdotessa del rock" non è la solita stronza frase di rito appiccicata dal critico di turno, se c'è stato un giorno in cui avete pianto, urlato o ballato ascoltando la sua voce, se "Horses" è stato in grado di corrodervi il cuore irreparabilmente, se non siete rimasti delusi ascoltando "Trampin'", se per voi la cover deve essere un furto legittimo, se avete sempre creduto all'esistenza di un'altra America, se avete cantato a squarciagola almeno una volta nel cuore della notte "Because The Night", se in queste mie parole ritrovate almeno un piccolo o infinitesimale barlume di verità, beh... allora prendete questo disco ascoltatelo ed amatelo. Se invece tutto questo non vi basta, non vi interessa e volete annoiarvi sapendo di che si tratta veramente, continuate a leggere.
Patti Smith, la sacerdotessa del rock, torna in uno studio di incisione tre anni dopo il suo ultimo album, il discusso e per molti incerto "Trampin'" (per me bellissimo, importante e profondo, ma che importa). Riprendendo un progetto che aveva nel cassetto da quasi trent'anni e la bella abitudine di re-interpretare altri autori, stavolta Patti Smith sforna un disco integralmente costituito da cover. Dodici canzoni, "Twelve" appunto, filtrate attraverso la sua anima e che curiosamente spaziano tra gli estremi non solo temporali di Jimi Hendrix ("Are You Experienced?") e i Tears For Fears ("Everybody Wants To Rule The World"), scivolando su perle di eterna bellezza ora con delicatezza ("Helpless" di Neil Young), ora con emozione ("Pastime Paradise" di Stevie Wonder), non tralasciando chicche storiche ("Gimme Shelter" dei Rolling Stones, "Within You Without You" dei Beatles e "Soul Kitchen" dei Doors) ed apparenti quanto incantevoli stranezze ("Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana), senza dimenticare la grandezza di autori come Bob Dylan ("Changing Of The Guards") e Paul Simon ("The Boy In The Bubble").
La sua voce, sempre vigorosa e seducente, in alcuni momenti sembra avere meno degli effettivi 60 anni di vita, mentre in altri mostra quella forza intensa, vera, autorevole che l’ha resa una delle icone femminili della musica rock. Oltre i fidati Lenny Kaye (chitarra), Jay Dee Daugherty (batteria) e Tony Shanahan (basso, tastiere) non mancano in questo disco importanti partners di rilievo artistico (Tom Verlaine, Rich Robinson dei Black Crowes, Flea dei Red Hot Chili Peppers, Giovanni Sollima) e familiare (i figli Jackson e Jesse Smith).
Ma questi sono solo dati, aridi dati che troverete ovunque. Non dappertutto, invece, troverete parole benevole per questo lavoro. Un album per me bello, semplice e affascinante, che difficilmente piacerà ai critici statici e stitici. Facile da criticare, perché non consente voli pindarici, digressioni ed analisi profonde. C'è infatti ben poco da dire sulla sua essenza: dodici belle canzoni e una voce senza tempo. Fine. Non c'è altro da dire e non c'è niente da capire..
Hal - DeBaser.it

Certo, riprendere canzoni note sembra esercizio semplice - tant’è vero che in questi anni è pratica diffusa e spesso commercialmente gratificante - ma una cosa è sfruttare autori e titoli di fama più o meno consolidata, altro è arricchire il tutto con tratti stilistici personali. Pochi superano l’effetto “fotocopia sbiadita” e riescono a non far rimpiangere gli originali. La Smith, tornata in grande forma tre anni fa (Trampin’), è una di quei pochi e qui si misura, come da titolo, con dodici brani di varia provenienza, cantautorale e non, rock e pop. Ci sono anche scelte in qualche modo sorprendenti - tra queste Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears, da lei inclusa anche per l’attualità del titolo e del testo, e Pastime Paradise di Stevie Wonder che ebbe già grande successo nella cover di Coolio - ma la caratura della Smith rende tutto “facile” e assolutamente degno di ascolto. Con lei, oltre ai “soliti” Lenny Kaye, Jay Dee Daugherty e Tony Shanahan, troviamo anche Tom Verlaine (chitarra), Flea (basso) Rick Robinson (chitarra) il violoncellista Giovanni Sollima e il tastierista Luis Resto (produttore di Eminem). Niente è da trascurare, ma in diversa misura eccellenti sono Are You Experienced? (Jimi Hendrix), solida ballata rock, la malinconica e delicata Helpless (Neil Young), la simil-psichedelica White Rabbit (Jefferson Airplane), Changin’ Of The Guard (Dylan), canonicamente folk-rock, l’intensa Smells Like Teen Spirits (Nirvana). E ancora, tra ballad come Soul Kitchen (Doors) e Changin’ The Guard (Dylan), un po’ canonicamente folk-rock, e scorribande rock come la torrida Gimme Shelter (Rolling Stones), emergono, inconfondibili, le qualità interpretative della grande artista chicagoana. Passione, energia e sensibilità interpretativa: un album che ha tutte le caratteristiche per fare da riferimento nel tempo e che sarà indubbiamente fonte da cui pescare entusiasmanti versioni live..
Gianni Del Savio - Tratto da M&D Musica e Dischi n.707 del 01/05/2007

Parola di Bielle
Pittrice, scrittrice e poetessa ma soprattutto cantante. Sulla scena musicale da ormai 30 anni, Patti Smith inizia la sua carriera artistica musicale a metà degli anni settanta. In quegli anni è in prima fila nel movimento punk newyorkese. Il suo primo singolo Hey Joe/Piss Factory fa parte della storia della musica. Nel 1975 nasce il Patti Smith Group e in quello stesso anno esce il primo album della band, Horses, capolavoro riconosciuto del rock americano. A distanza di pochi mesi dall’esordio esce il secondo lavoro del gruppo, Radio Ethiopia, un travolgente delirio di rock “totale”. Dopo la pubblicazione di due altri lavori, Easter (1978) e Wave (1979), e un tour mondiale, con memorabili tappe italiane, dove a Firenze ebbi la fortuna di assistere al suo concerto, Patti Smith si ritira a Detroit, sposa di Fred “Sonic” Smith, leggendario membro degli MC5. Solo nel 1988 uscirà un nuovo album Dream Of Life. Gli anni novanta sono segnati da eventi tragici per la perdita del fidato pianista Richard Sohl, dell’amico Robert Mapplethorpe, del fratello Tod e soprattutto del marito. Per uscire dal dolore Patti torna a fare musica e nel 1996 esce lo splendido album Gone Again, dedicato alla memoria di suo fratello e del marito. Negli anni successivi continua una produzione regolare e soprattutto torna a calcare le scene. Nel 2004 esce Trampin’, un disco lirico e intenso, imperniato sull’incedere delle chitarre. Patti è in stato di grazia, nuovamente ispirata accompagnata da una poderosa rock’n’roll band. Ad aprile di quest’anno esce Twelve, un album di covers, Patti Smith interpreta ogni canzone come se fosse propria, con momenti di intimo abbandono e altri di vibrante affermazione, altri ancora di sfumata semplicità. Ad aprire il disco Are You Experienced? di Hendrix, una versione psichedelica con la chitarra acida di Tom Verlaine che ricama mentre in primo piano la voce di Patti si muove in libertà. La versione di Helpless scritta da Neil Young è straordinaria, chitarra acustica e voce che sa evocare le più intense emozioni senza rinunciare alla meditata logica del suo fraseggiare, accompagnata solo dal violoncello di Giovanni Solima. Poi Gimme Shelter dei Rolling Stones, la voce dall’ipnotizzante forza drammatica si muove attraverso dei crescendo e decrescendo senza mai perdere compattezza con le chitarre di Robinson e Verlaine che esplodono in una frenetica sensualità contrapponendosi a passaggi d’una serena , forte dolcezza. Non potevano mancare i Beatles con una versione quasi orientaleggiante di Within You Without You, e ancora una canzone degli anni sessanta, uno dei capolavori dei Jefferson Airplane, White Rabbit, il brano porta inevitabilmente al paragone con Grace Slick, Patti non possiede il canto flautato e cristallino di Grace, ma ha la forza alta e penetrante di una voce che procede aggressiva e inarrestabile, con chitarre e tastiere che annegano in un fiume di suoni acidi e psichedelici. Non poteva mancare un brano dell’amico Bob Dylan, Changing of the Guards, una versione lunga dalla esemplare discrezione e dal gusto semplice, dalla morbida tensione ritmica con piano in sottofondo e le chitarre in evidenza e bastano poche semplici pennellate vocali per personalizzare la canzone. Il brano dei Nirvana, Smells Like Teen Spirit, è una versione straordinaria di una delle canzoni forse più famosa degli anni novanta, anche qui Patti ha un modo tutto suo di carezzare le parole e di avvolgerle con la voce e le chitarre acquistano vigore e forza. Midnight Rider è un brano degli Allman Brothers, una blues ballad scritta da Greg Allman, è una versione rock che acquista elasticità e si fa dinamicamente possente con la voce in primo piano in una moltitudine di emozioni. L’album si chiude con un brano di Stevie Wonder, Pastime Paradise, calibrato nelle armonie, ricco di pathos, la canzone diventa irriconoscibile con le chitarre a sottolineare il lavoro del piano e la voce determinata in una semplice ma eccitante alternanza cromatica. Twelve è un disco bello, intenso e profondo, nel quale ogni straordinario spazio espressivo rivela i pregi poetici delle canzoni prontamente stimolate dal pulsare degli strumenti. . -- A.Fiore