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Quel
filo che non vogliamo spezzare...
di
Silvano Rubino
È
proprio vero che è un dialogo ininterrotto. Mai sottotitolo
fu più azzeccato. È la precisa sensazione che si prova
quando ci si ritrova in un’occasione come quella al Dal Verme
di Milano. Una delle occasioni in cui ti guardi attorno e ritrovi
le facce, le persone, le voci. Il popolo di De André. Lasciamo
stare la parola orfani, che non mi piace. Quel popolo che si mette
in fila ore prima per assistere a una serata in suo nome. Quello
che attende paziente, poi alle sette e mezza dà moderati
segni di impazienza di fronte al portone del teatro ancora chiuso,
rumoreggia un po’, brontola, ma non più di tanto. Quel
popolo fatto di migliaia di persone che sono rimaste fuori da un
teatro che è sembrato troppo piccolo.
Ha ragione Vecchioni: “Fabrizio ha bisogno di spazi grandissimi”,
ha gridato dal palco. Perché c’è questo popolo,
che è incontenibile, caparbio nel continuare quel dialogo,
quello che riempie i teatri non solo di persone, ma di una tensione
emotiva che raramente si percepisce in eventi pubblici. Un popolo
esigente, che chiede che di Fabrizio e su Fabrizio si ragioni sempre
con rispetto, capacità, intelligenza. È un popolo
che aspetta al varco chiunque si affacci sul palcoscenico a parlare
o cantare Fabrizio, che ascolta con trepidazione e poi inonda di
applausi chi li merita (questa volta è toccato a Nicola Piovani
ricevere il tributo più caloroso. E meritato). (Vedi
anche il pezzo di Giorgio)
È
un popolo che è come se avesse la consapevolezza di avere
un privilegio, di averlo avuto ma in fondo di averlo tuttora. Quello
di farsi accompagnare per un tratto della propria vita da Fabrizio,
dalla sua intelligenza, dal suo spessore. È l’orgoglio
dei deandreiani, al diavolo chi scambia queste serate come vuote
celebrazioni un po’ da santino, o da presepe, per dirla con
Antonio Ricci. L’intelligenza che Fabrizio ha trasfuso nella
sua opera (e nella sua vita) è già di per sé
un antidoto alla banalità.
E infatti lunedì sera non c’è stato nulla di
banale. È stato compiuto un altro passo avanti nella direzione
(ostinata e contraria) di dimostrare ancora una volta la vitalità,
l’attualità, la ricchezza di un’opera e di un
pensiero. La sua fertilità, nel fornire spunti ulteriori,
nel concimare altre creatività, altri pensieri, altre riflessioni.
Così Erri De Luca è salito sul palcoscenico e ha cantato.
Due canzoni del De André traduttore di Brassins. E una sua
canzone ispirata a Fabrizio. Rendiamoci conto: Erri De Luca che
canta accompagnandosi alla chitarra...
Ma è stata tutta una serata di perfetta fusione di musica
e parole. Perché l’idea del libro è assolutamente
straordinaria. In questi 8 anni nei quali Fabrizio, come ha detto
De Luca, “se ne è andato in qualche posto senza il
nostro permesso”, ogni angolo di Italia ha visto fiorire eventi,
concerti, convegni. Tentare di fissare sulla carta almeno una parte
di quei fiori di pensiero, di riflessione, di approfondimento che
continuano a sbocciare ovunque era quasi un dovere, per la Fondazione.
Perché anche quello è patrimonio culturale firmato
Fabrizio De André.
E
lasciamo perdere pure la commozione, che tuttavia sgorga, intatta,
come se non fosse passato, questo tempo, maledizione, come quando
Franz Di Cioccio rievocava la tourneé con la Pfm e sullo
schermo correvano le immagini di quegli anni, di quel Fabrizio giovane,
sovente ubriaco, sempre scanzonato e ironico. Quel che accade in
queste occasioni (non in tutte, per carità, altrimenti non
avremmo fondato il Casd, il Comitato antiscempio De André...)
è che si fa cultura. Come definire altrimenti il Nicola Piovani
che al pianoforte fa rivivere il Suonatore Jones e Verranno a chiederti
del nostro amore in maniera quasi primordiale, come dovevano essere
usciti dalla sua testa 38 anni fa, quando giovane arrangiatore si
trovò a diventare coautore di quello che era già un
mostro sacro? Come definire la scoperta di un Gianmaria Testa, schivo,
umile, quasi ritroso, nell’affrontare per la prima volta le
canzoni di Fabrizio? O Danilo Rea che condisce di meravigliosi colori
musicali Se ti tagliassero a pezzetti cantata, altra sorpresa, da
Neri Marcoré?
Inesauribile, il tesoro che ci ha lasciato Fabrizio. Tanto che in
due ore di serata si è potuto parlare di carcere, prostituzione,
religione, potere, poesia, musica, giustizia sociale, senza esaurire
nemmeno un centesimo degli argomenti che si potrebbero affrontare.
Un tesoro capace di depositarsi persino in uno spiritoso telegramma
inviato a Paolo Rossi e Piero Chiambretti nel 1993, in cui Fabrizio
smentiva di aver suonato sulle navi con Berlusconi, come il suo
amico (e grande bugiardo...) Paolo Villaggio aveva detto nella trasmissione
I laureati, condotta dai due suddetti. L’ha letto in scena
Paolo Rossi, confessando di non averlo mai ricevuto. Gli è
stato consegnato solo tre giorni fa, perso nei meandri di mamma
Rai...
Citiamo
tutti quelli che hanno partecipato: oltre a Gianmaria Testa, che
ha assolto il ruolo difficile, difficilissimo, di fare da colonna
sonora musicale (ha cantato La canzone dell’amore perduto,
Il Gorilla, Verranno a chiederti del nostro amore e il Suonatore
Jones), i conduttori Neri Marcoré e Lella Costa, Claudio
Bisio, Franz Di Cioccio, Roberto Vecchioni, Fernanda Pivano, Norma
Martelli, Sergio Cusani, un contributo filmato di Adriano Sofri,
don Andrea Gallo, don Luigi Ciotti. E poi Dori, che mi sembra sempre
quasi travolta dall’ondata emotiva del popolo di De André,
quello che, come ha detto lei, “si rifiuta di dimenticare”.
E Cristiano in prima fila, che Dori ha invitato a ritrovare la voglia
di ricominciare, dal palco.
Spiace soltanto per i moltissimi (migliaia) che non sono potuti
entrare al Dal Verme. La Milano che a Fabrizio mostra ogni volta
il suo volto migliore, sia nelle schitarrate in piazza Duomo, sia
al Dal Verme.
Forse il dialogo ininterrotto avrebbe bisogno di più occasioni,
più momenti, più luoghi, in Italia. Perché
di parole per condire quel dialogo ce ne sarebbero ancora tante.
E sempre ce ne saranno. E come ha detto Dori, “senza che noi
facciamo nulla, ha già fatto tutto lui”...
Fondazione
De André
(a cura di Elena Valdini)
"Volammo davvero"
Pag 459 - Euro 10,80
Bur - Finito di stampare nel gennaio 2007
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