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Buone
vibrazioni alla serata del Dal Verme
di
Giorgio Maimone
Ho capito che De André non morirà mai. L’ho
capito ieri sera seduto in platea al Teatro Dal Verme. Tra dentro
e fuori, forse 5000 persone (la capienza del teatro con posti in
piedi può contenerne meno di 2000) erano convenute per tributare
un ennesimo pensiero a Fabrizio. Era forse l’evento 1001 dalla
sua morte, dopo i 60 libri, i 13 cd post mortem (a cui aggiungere
i 14 dell’intera ripubblicazione del catalogo) e non c’erano
novità clamorose. Solo l’annuncio della prossima pubblicazione
di un libro di testimonianze di altri su Fabrizio, con alcuni inediti
dello stesso De André, inediti solo nella forma scritta,
perché si tratta di frasi pronunciate ai concerti. Niente
di che.
Eppure eravamo in tanti. E Lella Costa, conduttrice
della serata assieme a Neri Marcoré, ha
detto che eravamo anche belli: era una Milano in cui era possibile
riconoscersi. Non c’era il pienone di gente famosa, non si
pagava nemmeno l’ingresso: c’erano però, tra
il pubblico, Ornella Vanoni, Antonio Ricci, Franco Fabbri, Fernanda
Pivano (immancabile), Dori Ghezzi, Cristiano De André
e tanti, tantissimi “illustri sconosciuti” come noi.
(vedi anche il pezzo di Silvano sulla serata del Dal Verme)

Sul palco sono passati, con moderazione degna della causa, Gianmaria
Testa, Nicola Piovani, Danilo Rea, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Don
Ciotti, Don Angelo Gallo, Roberto Vecchioni, Franz di Cioccio e
Erri De Luca. Ognuno ha portato il suo omaggio a Fabrizio.
Parlando i più, suonando alcuni, cantando altri. Ho capito
che De André non potrà morire perché Erri De
Luca è andato sul palco e ha cantato Nell’acqua
della chiara fontana e Marcia nuziale,
nell’ambito di un breve discorso sulle traduzioni di De André
(ed ha aggiunto una composizione sua, di aspirazione deandreiana,
ma forse l’unica nota un po’ stonata della serata),
perché Neri Marcoré ha preso a sua volta la chitarra
ed ha cantato (molto bene) Se ti tagliassero a pezzetti.
Perché Vecchioni ha fatto Hotel Supramonte
e perché quasi tutti quelli che stavano in quella sala avrebbero
potuto andare sul palco e cantare una canzone di De André
(avrei fatto Il Pescatore? O Un matto?).
Perché De André ce lo abbiamo dentro, nel sangue,
che corre come un virus, che ci intasa come il raffreddore, che
ci pervade come un single malt. Abbiamo le sue frasi, come nuovi
proverbi, come moniti perenni: sappiamo che le cose avvengono sempre
“in anticipo sul tuo stupore”, sappiamo che “primavera
ha le labbra di carne e i capelli di grano”, sappiamo che
“le stelle già dal tramonto si contendono il cielo
a frotte” e che il sole quando “scivola al di là
delle dune” lo fa per “violentare altre notti”.
Sappiamo che “coltiviamo per tutti un rancore” e abbiamo
“ricordi tanti e nemmeno un rimpianto” e che “per
quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”.
Non abbiamo neanche bisogno che qualcuno ci canti De André,
perché De André canta dentro di noi, perché
risuona nelle nostre viscere che “vibran di suoni”.
E quante volte abbiamo provato a “buttarci in un cinema con
una pietra al collo” sentendo di avere anche noi “il
cuore troppo vicino al buco del culo”. Perché abbiamo
perso la capacità di essere “meravigliati da luoghi
meno comuni e più feroci”, con “un sollievo di
lacrime a invadere gli occhi” che tracima dalla “bottiglia
di orzata dove galleggia Milano”. Si potrebbe parlare “solo”
citando De André e forse un giorno qualcuno lo scriverà
un radiodramma composto quasi solo con le sue frasi. Potremmo dire,
come si diceva di Bob Dylan, che ogni frase, ogni riga di una sua
canzone è in realtà l’inizio di un’altra
canzone. E la canzone vera di Fabrizio, quella che non ha mai finito
di scrivere, è la vita stessa. La musica delle cose. La musica
delle persone.
Dopo 8 anni dalla sua scomparsa, dopo il “centinaio di canzoni”
che si lamentava di lasciare come unica eredità ai suoi figli,
dopo le risicatissime 5 ore di musiche che ci sono rimaste, che
hanno riempito però 12 mila giorni della nostra vita, dopo
tutto questo Fabrizio smuove la gente. Nel senso che la fa muovere
per andare a vedere un magnifico evento intessuto di niente, di
fragili cose, di gesti cortesi, di pacate parole, di affettuose
corrispondenze e la smuove anche dentro, la commuove, la emoziona.
Tanti i cigli umidi lunedì sera al Dal Verme: eravamo quasi
tutti nella condizione di Lella Costa che, con voce che si stava
spezzando, ha detto: “ho promesso a me stessa di non piangere
stasera. E finora ce l’ho (quasi) fatta”. O come Nicola
Piovani che, dopo aver eseguito con Gianmaria Testa due
emozionanti versioni de “Il Suonatore Jones”
e “Verranno a chiederti del nostro amore”,
colto di sorpresa dall’ovazione del pubblico che gli ha tributato
cinque minuti di applausi con standing ovation, non è riuscito
a trattenere le lacrime. Nicola Piovani presente per la prima volta
a una commemorazione deandreiana e che ha rilevato come soltanto
a posteriori ha capito che cosa grande e bella gli sia successa.
Lavorare con De André, ma soprattutto lavorare in “quel
modo”, con rispetto, con stima reciproca, con capacità
maieutica.
Si svuota il palco e si spengono le luci, la gente piano piano verso
casa se ne va (sembra Modugno, ma è solo ieri sera), ma l’audio
non stacca: De André continua a cantarmi dentro. E sono immagini,
fotogrammi, colori che passano. Umori, piaceri e dispiaceri. Commedia
umana e umidori del cuore.
Quando in anticipo sul mio stupore ….
Fondazione
De André
(a cura di Elena Valdini)
"Volammo davvero"
Pag 459 - Euro 10,80
Bur - Finito di stampare nel gennaio 2007
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