Devendra Banhart: "Smokey Rolls Down Thunder Canyon"

In the age of computerized music-listening, calling an album "too long"-- a dubious complaint even two decades ago, when CDs first made track-skipping simpler-- seems absurdly outdated. After all, it's easy enough to make an iTunes playlist of a record's best songs, right? So I don't get it when people call Devendra Banhart's albums too long. Not only is that problem easy to rectify, but his rambling style needs room to breathe, and space to wander toward its inspirations. Banhart's valleys have rarely diminished his peaks, and often provided ramps to them. But after spending time with the 16-track, 66-minute Smokey Rolls Down Thunder Canyon, I'm starting to understand. It's not so much that the quality varies, but that a bloated, lethargic feel permeates the record. Banhart has too much skill and creativity not to hit on something good when given 16 chances to do so. But in the context of the album, even the best pieces sag, bathed in a blurry haze that bleeds over from other songs. And it's hard to shake the feeling that the highlights would've been brighter given the extra time and attention they were deprived of by the lows.
Marc Masters - Pitchforkmedia

Mythology is full of metamorphoses, as even a cursory google will confirm. Characters change sex on a whim, men turn into wolves, Gods become any number of animals. Nymphs, poor things, are reconfigured as anything from laurel trees to fountains. It’s rare, though, for exotic beings to permanently assume human form, with all the angst that entails. When you can lead a carefree, lighter-than-air existence, why be burdened with mortal concerns? This is the fate of Devendra Banhart, usually portrayed – somewhat simplistically – as elven king of the acid-folk nation. Smokey Rolls Down Thunder Canyon, his fifth album, still features the sort of transformations that have established him, over the past five years, as a charismatic and mischievous figure on the edge of the mainstream. His gender, as ever, is pretty mutable. In “Lover”, meanwhile, Banhart at least dreams of shape-shifting into a cow, and then into a pear tree. “I want you to climb all over me, try my fruit and taste my seed,” he implores, randily.
John Mulvey - Uncut

Una brezza vivida ti trascina su campi di note scintillanti. Veli tropicali, cavalcate gypsy, soul e funk, gospel e reggae, folk e psicedelia impazzano nel delirio sonoro di Smokey Rolls Down Thunder Canyon. Fantasia, esuberanza e fragilità si danno appuntamento segreto sulla pista di un Canyon misterioso. Topanga Canyon. Nelle montagne di L.A. Magari nell’aria ribolle ancora il polveroso effluvio di Neil Young. Magari si gode anche lui questa folla carnevalesca immersa tra nuvole strampalate. Una chitarra bisbiglia. Una cetra vibra. Tenere voci latine invocano sospiri lievi. Melanconie galleggiano blande nell’aria. Un soffio. Cristobal. Il derwish Devendra Banhart e Gael Garcia Bernal (La Mala Educación) si sussurano segreti di una toccante bellezza. Luccicchio di tristezza e nostalgia implorano cose lontane, cristalline. Ombre. Selvaggi e animali si rifugiano nei loro nidi a origliare il sospiro lontano di Banhart e Rodrigo Amarante nel seducente Rosa. Reminscenze della delicatezza di Caetano Veloso. Sgomenti profondi ti entrano nelle ossa. Cuori spezzati evaporano in un cielo grigio. I lamenti animaleschi di Bad Girl. Le delicate anime sonnambule di Seaside. The Other Woman, col suo amaro borbottio roots reggae.
Nadine Otto - Storia della musica

Questo disco, come il precedente Cripple Crow, non è un disco di Devendra Banhart ma dei Devendra Banhart. Non più una produzione uscita fuori dalle mani di uno strano barbuto omino filiforme ma da una famiglia di personaggi eclettici, nottambuli, casinari e appassionati di musica. Capaci, soprattutto, di buona musica. Un disco corale, di un gruppo molto più rock di molte altre band che nel nome del rock salgono su un palco, continuano a sfasciare imitazioni di stratocaster contro gli amplificatori e sanno suonare solo un paio di accordi. Dentro “Smokey” c’è un pò di tutto, come al solito e farne l’analisi grammaticale sarebbe un peccato che porterebbe via dalle vostre orecchie molte belle sorprese.
Giov - Indie for bunnies

Il "menestrello" apolide produce il suo album più meticcio. Dai tropicalissimi alla Caetano alle sfuriate alla Iggy Pop, passando per valzer, doo-wop e chi più ne ha più ne metta…
Ama definire la sua musica "come un ristorante etiope dove si suona e non si cucina soltanto". Pensate, che questo disco nasce nell'anno più brutto della sua vita. Doveva sposarsi, fare una famiglia e invece è finito da uno psicologo. Così le cose che diceva allo strizza cervelli, sono finite nelle sue canzoni. Quindi, un disco molto ma molto personale! Assegno quattro splendide stelline al disco di Devendra Banhart e inoltre consiglio di ascoltare le seguenti canzoni: Cristobal- The Other Woman- Seahorse- Seaside- Samba Vexillographica.
Lopezzetta - Ciao.it

Parola di Bielle
E fnalmente si sono convinti tutti! Devendra Banhart non è un fuoco di paglia e non è neanche solo il profeta del neohippismo o della postwar generation. Smokey rolls down thunder canyon è un caleidoscopio di sensazioni, un carnevale di brani musicali mossi e trasformisti, dove si passa dai ritmi sudamericani bellissimi di Samba Vexillograpica alle ballate intimiste come Sea horse, senza soluzione di continuità. E se My dearest friend ti urtica il cuore, Carmensita è invece qui per portare allegria. Shabob Shalom è invece immensamente sixty, uscita dritta dritta da American Graffiti e The other woman è un lento reggae sognante. Anche troppa grazia e varietà, Mr. Banhart! Più di un'ora di musica ma senza momenti di stanca.