Altri Ascolti - Parola di Bielle

Mary Gauthier: "Between daylight and dark"
Lacrime, sofferenze, dolori, anime esulcerate e in primo piano. Soffrire per vivere. Soffrire e poi vivere. Soffrire, perché è questa la vita. Mary Gauthier è tutto questo. Una sorta di Nada (mi si passi l'accostamento bizzarro) dall'altro lato dell'Oceano, in grado di mettere in musica, superare e stigmatizzare le tante stazioni di una passione che, contrariamento alle attese, non passa mai. Come tutto questo possa tradursi in canzoni e in grandi canzoni è tutto da ascoltare. Se possibile Mary migliora ancora dai livelli pur alti toccati in Mercy Now e parte del merito va condiviso con Joe Henry. Non dimenticatevela, non perdetela. Ascoltatela e cercate di capire il significato etimologico della parola compassione: soffrire insieme. Meglio se con dell'ottima musica ed un eventuale bicchiere di vino. Rosso.

Xavier Rudd: "White moth"
Polistrumentista australiano di grandissime doti, finora non ancora del tutto dimostrare, ma con White Moth (farfalla bianca) Xavier Rudd centra completamente l'obiettivo: un disco dai sapori variegati e dalle molteplici suggestioni. Dal rock delle origini, all'etnico, dalla ballata allo stacco acido. Il suono del didgeridoo sullo sfondo che si miscela con l'armonica, la chitarra, il basso, il banjo, il diembè e ancora altri strumenti. Da Dylan a Nick Drake nei cromosomi, ma c'è anche dell'altro (sembrerà paradossale ma la sua "Message Stick" ricorda in maniera decisa "Mieli" di Luigi Maieron!). Il risultato è un curiosissimo melange ben riuscito di culture e di stimoli diversi per quello che risulta essere uno dei dischi di musica internazionale più convincenti del 2007.

Mark Knopfler: "Kill to get crimson"

Mark Knopfler ormai può limitarsi anche a leggere in musica l'elenco del telefono e il livello di pacevolezza non scenderebbe di una tacca. Sfiora la chitarra, non sforza le proprie corde vocali, si appoggia sui toni bassi e sui suoni tenui eppure riesce ad avere una forza incisiva che pochi sanno trovare. Mak ha preso la lezione di J.J. Cale, l'ha fatta propria ed ha portato il discorso alle estreme conseguenze. Il risultato? E' strepitoso. Ma, verrebbe da dire, come sempre. Ormai Mark ci ha abituato ai miracoli. L'unico rischio è che un disco non si distingua troppo dall'altro. Il rischio esiste, ma brani come "We can get wild" e "Secondary waltz", peraltro successivi su disco, allontanano il pericolo.

Devendra Banhardt: "Smokey Rolls Down Thunder Canyon"

E finalmente si sono convinti tutti! Devendra Banhart non è un fuoco di paglia e non è neanche solo il profeta del neohippismo o della postwar generation. Smokey rolls down thunder canyon è un caleidoscopio di sensazioni, un carnevale di brani musicali mossi e trasformisti, dove si passa dai ritmi sudamericani bellissimi di Samba Vexillograpica alle ballate intimiste come Sea horse, senza soluzione di continuità. E se My dearest friend ti urtica il cuore, Carmensita è invece qui per portare allegria. Shabob Shalom è invece immensamente sixty, uscita dritta dritta da American Graffiti e The other woman è un lento reggae sognante. Anche troppa grazia e varietà, Mr. Banhart! Più di un'ora di musica ma senza momenti di stanca.
Grinderman: "Grinderman"
Nick Cave è artista assai amato alle nostre latitudini, specialmente per i suoi ultimi sforzi artistici che lo hanno portato a divenire una sorta di dark crooner, con le sue toccanti liriche a base di amore e di morte ed una musica altrettanto drammatica, spesso in forma di ballata pianistica ma “sporcata” dalle intuizioni noise e no wave dei compagni di avventura Bad Seeds.
In molti però rimpiangono il Cave delle origini, furioso rivisitatore, con i Birthday Party, del rumore bianco che tanto caro fu (ed è tuttora) ad Iggy Pop ed ai suoi Stooges e, nei primi album della sua carriera solista, ardito sperimentatore di soluzioni sonore alternative pur nell’ambito di un rock sostanzialmente chitarristico.
“Kicking against the pricks” è il lavoro che probabilmente ce lo ha fatto definitivamente apprezzare, una sorprendente serie di cover, dal blues ai Velvet Undrground, in cui spicca una catacombale versione di “Hey joe” che fu uno dei cavalli di battaglia di Hendrix.
Molta acqua sotto i ponti è passata dai giorni in cui fu pubblicato quell’ album e Cave si è addirittura recentemente esibito una sera all’ Auditorium di Milano in versione unplugged, tanto che avevo praticamente perso ogni speranza di vederlo recuperare un’anima più visceralmente rock’n’roll.
Ed ecco invece uscire a sorpresa l’ album di un side-project del nostro, una band che prende il nome da un vecchio standard blues (grinderman in slang è il macinatore, inteso in senso sessuale naturalmente) formata essenzialmente da outsiders dei Bad Seeds ed in cui Cave incredibilmente suona anche la chitarra elettrica.
L’ opera è molto compatta, una breve serie fulminante di brani, uno meglio dell’ altro, molto influenzati dal blues ma con quella giusta dose di follia propria dei grandi rocker– quale il buon Nick essenzialmente è, eccome! -, ed è come entrare in una macchina del tempo, dato che è da parecchio che l’ australiano non spingeva così il piede sull’ acceleratore di una ruvidezza sonora e vocale che un tempo era una sua caratteristica imprescindibile.
Sono passati alcuni mesi dalla sua uscita e mano a mano che passa il tempo “Grinderman” diventa un gigante: sicuramente uno dei capolavori rock dell’ anno in corso. -- A.Craxi

Patti Smith: "Twelve"
Pittrice, scrittrice e poetessa ma soprattutto cantante. Sulla scena musicale da ormai 30 anni, Patti Smith inizia la sua carriera artistica musicale a metà degli anni settanta. In quegli anni è in prima fila nel movimento punk newyorkese. Il suo primo singolo Hey Joe/Piss Factory fa parte della storia della musica. Nel 1975 nasce il Patti Smith Group e in quello stesso anno esce il primo album della band, Horses, capolavoro riconosciuto del rock americano. A distanza di pochi mesi dall'esordio esce il secondo lavoro del gruppo, Radio Ethiopia, un travolgente delirio di rock “totale. Dopo la pubblicazione di due altri lavori, Easter (1978) e Wave (1979), e un tour mondiale, con memorabili tappe italiane, dove a Firenze ebbi la fortuna di assistere al suo concerto, Patti Smith si ritira a Detroit, sposa di Fred “Sonic”Smith, leggendario membro degli MC5. Solo nel 1988 uscirà un nuovo album Dream Of Life. Gli anni novanta sono segnati da eventi tragici per la perdita del fidato pianista Richard Sohl, dell'amico Robert Mapplethorpe, del fratello Tod e soprattutto del marito. Per uscire dal dolore Patti torna a fare musica e nel 1996 esce lo splendido album Gone Again, dedicato alla memoria di suo fratello e del marito. Negli anni successivi continua una produzione regolare e soprattutto torna a calcare le scene. Nel 2004 esce Trampin', un disco lirico e intenso, imperniato sull'incedere delle chitarre. Patti è in stato di grazia, nuovamente ispirata accompagnata da una poderosa rock’'n’'roll band. Ad aprile di quest'anno esce Twelve, un album di covers, Patti Smith interpreta ogni canzone come se fosse propria, con momenti di intimo abbandono e altri di vibrante affermazione, altri ancora di sfumata semplicità. Ad aprire il disco Are You Experienced? di Hendrix, una versione psichedelica con la chitarra acida di Tom Verlaine che ricama mentre in primo piano la voce di Patti si muove in libertà. La versione di Helpless scritta da Neil Young è straordinaria, chitarra acustica e voce che sa evocare le più intense emozioni senza rinunciare alla meditata logica del suo fraseggiare, accompagnata solo dal violoncello di Giovanni Solima. Poi Gimme Shelter dei Rolling Stones, la voce dall'ipnotizzante forza drammatica si muove attraverso dei crescendo e decrescendo senza mai perdere compattezza con le chitarre di Robinson e Verlaine che esplodono in una frenetica sensualità contrapponendosi a passaggi d'una serena, forte dolcezza. Non potevano mancare i Beatles con una versione quasi orientaleggiante di Within You Without You, e ancora una canzone degli anni sessanta, uno dei capolavori dei Jefferson Airplane, White Rabbit, il brano porta inevitabilmente al paragone con Grace Slick, Patti non possiede il canto flautato e cristallino di Grace, ma ha la forza alta e penetrante di una voce che procede aggressiva e inarrestabile, con chitarre e tastiere che annegano in un fiume di suoni acidi e psichedelici. Non poteva mancare un brano dell'amico Bob Dylan, Changing of the Guards, una versione lunga dalla esemplare discrezione e dal gusto semplice, dalla morbida tensione ritmica con piano in sottofondo e le chitarre in evidenza e bastano poche semplici pennellate vocali per personalizzare la canzone. Il brano dei Nirvana, Smells Like Teen Spirit, è una versione straordinaria di una delle canzoni forse più famosa degli anni novanta, anche qui Patti ha un modo tutto suo di carezzare le parole e di avvolgerle con la voce e le chitarre acquistano vigore e forza. Midnight Rider è un brano degli Allman Brothers, una blues ballad scritta da Greg Allman, è una versione rock che acquista elasticità e si fa dinamicamente possente con la voce in primo piano in una moltitudine di emozioni. L’album si chiude con un brano di Stevie Wonder, Pastime Paradise, calibrato nelle armonie, ricco di pathos, la canzone diventa irriconoscibile con le chitarre a sottolineare il lavoro del piano e la voce determinata in una semplice ma eccitante alternanza cromatica. Twelve è un disco bello, intenso e profondo, nel quale ogni straordinario spazio espressivo rivela i pregi poetici delle canzoni prontamente stimolate dal pulsare degli strumenti. -- A.Fiore.

Mavis Staples: "We'll never turn back"
Mavis Staples nasce artisticamente nel 1953, quando si unisce al padre, Roebuck “Pops” Staples fondatore di uno dei più noti gruppi gospel degli anni sessanta: gli Staple Singers. Il gruppo composto anche dagli altri giovani figli di Pops, Cleotha e Pervis, incide per la Vee-Jay nel 1955 la splendida Uncloudy Day, primo hit della band. Lo stile chitarristico di Pops, il suo canto esile, umettato di falsetto insieme alla voce solista di Mavis, contralto forte e solenne e l’armonizzare compatto e sincopato delle altre voci rendono lo stile degli Staples incredibilemente moderno. Nella seconda metà degli anni sessanta il quartetto entra a far parte dei folti ranghi della soul music incidendo per la Stax. In quegli anni la lotta per i diritti civili li coinvolge direttamente tanto da trovarsi al fianco di Martin Luther King nelle numerose manifestazioni per i diritti civili. I testi delle loro canzoni coniugano il messaggio religioso del gospel e l’impegno sociale conservandone il senso di fratellanza. Negli anni successivi Mavis inizia una carriera solista non sempre all’altezza delle sue capacità con svolte verso la disco, da ricordare invece la significativa collaborazione con Curtis Mayfield. Nel 2004 incide per la Alligator l’ottimo Have a Little Faith, con questo nuovo album Mavis torna ai fasti delle incisioni con gli Staples Singers. L’album è certamente il suo più bel disco da solista, merito anche della attenta produzione di Ry Cooder che vi partecipa anche come musicista scrivendo tra l’altro due brani contenuti nel disco.I brani sono per lo più dei traditional gospel e blues, canzoni di libertà, We’ll Never Turn Back riprende i grandi temi della lotta e delle ingiustizie sociali, un disco di forza straordinaria che riesce ad esprimere la tensione sentimentale del blues e quanto di autenticamente ed emotivamente profondo c’è nel canto soul. La musica afroamericana possiede ancora la freschezza e l’intensità di un tempo. Disco candidato ad entrare tra le incisioni più belle di questo 2007. -- A.Fiore.

Findlay Brown: "Separated by the sea"
Siamo su altre lunghezze d'onda. Siamo forse su altre sintonie temporali. Findlay Brown non può essere un prodotto d'oggi con questa attitudine così Donovan oriented, così Bert Janschiana, o potremmo dire, così tanto Strauliniana per venire da noi! E invece lo è. Cantautore al primo disco, giovanissimo inglese (di Londra), aiutato da pochi amici (hanno suonato quasi tutto lui e Simon Lord) mette in piedi un gioiello di adamantino splendore, in cui i suoni sono scintillanti e puliti come pulita sembra tutta l'atmosfera intorno. Non siamo qui e ora. Non è un prodotto di pre-war, è folk vero, è cantautorato sottile come nebbia che ti intride: grande chitarra e grande voce. Ma per fare le canzoni non serve altro. Se non l'ispirazione. Che qui non manca. Uno degli imperdibili dell'anno.

Lucinda Williams: "West"
Beh, è Lucinda Williams. Questo potrebbe già bastare per chiudere eventuali altri discorsi. Da dieci anni almeno la signora del contry rock americano non sbaglia un brano, non dico un disco! E West è nello stesso splendido solco dei dischi che l'hanno preceduto. Come Car wheels on a Gravel Road, come Essence, come World without tears, tutte perle di una collana di inestimabile valore. Ascoltate già con il groppo alla gola l'iniziale e lunga Are you alright (5'18"), ottimamente contraddistinta dalla chitarra solista di Bill Frisell e capirete che questo disco è fatto per quelle anime sensibili e ulcerate che hanno attraversato il tempo. Non è musica da ragazzi, da giovani. E' musica che ha fatto il suo tempo, il nostro tempo. E l'ha fatto molto bene, perché questa è la nostra musica: quella di tutti i cuori solitari. Il dolore che si sente nei solchi è quello della morte della madre. Molto intimo, qasi indiscreto. La produzione è di un grande come Hal Wilner. Non è tutto all'altezza di Are you alright perché sarebbe di una bellezza insopportabile. Ma anche così ...

Tinariwen: "Aman Iman - Water is life"
Il problema di fondo è l'acqua. Con l'acqua c'è vita, senza no. E questa è l'ennesima frontiera che ci tocca affrontare e ai popoli dell'Africa tocca prima che a noi. I Tinariwen fanno musica meravigliosa e per niente addomesticata, che ibridizza canoni rock con la musica popolare delle loro terre, per cantare questa epica battaglia per l'acqua. Siamo nell'ambito di un blue rock contagioso e ipnotico he contiene note sciamaniche e che anche nella totale incomprensione delle parole, ci incatena alle nostre responsabilità per lo spreco d'acqua e la cattiva suddivisione delle risorse. Guerriglieri sahaariani armati di chitarre elettriche, impegnati in una guerra senza confine. Ci dichiariamo prigionieri politici! Schiavi delle musiche dei Tinariwen.

The Beatles: "Love"

Usciti a cavallo tra il 2006 ed il 2007 due riusciti tributi alla band più importante della storia del rock. Uno è The beatles - "Love", raccolta di quei Beatles che praticamente hanno inventato tutto prima degli altri, dai testi all’interno della copertina degli album ai video al look da imitare, mentre compositivamente dagli inizi beat passarono a vere e proprie sperimentazioni che li portarono a mischiare musica classica a canzonette, folk e psichedelia, hard rock e soul.
George Martin - che ha rilavorato il materiale dei "fab four" era il produttore/arrangiatore che ad un certo punto prese per mano i quattro di Liverpool per condurli lungo sentieri di innovazione melodica avanti decenni rispetto all’epoca, un po’ come fece Phil Spector negli Stati Uniti con il suo “wall of sound” orchestrale che trasformo’ oscuri complessini di rhythm and blues in macchine da guerra e da classifica. Con lui venne realizzato “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band”, tuttora considerato il più riuscito album della storia, ma anche tanti altri lavori dei Beatles, sempre un po’ sopra le righe, ma d’altronde nessuno si era mai spinto più in là nella musica commerciale.
“Love” è la colonna sonora dello show sui Fab Four realizzato dal Cirque du Soleil, appositamente commissionata a Martin che, avvalendosi del contributo del figlio Giles e con il consenso di McCartney e Starr, oltre che naturalmente delle vedove Joko Ono ed Olivia Harrison, ha revisionato montagne di materiale per tentare di proporci una versione “moderna” di cio’ che furono i Beatles.
Esperimento riuscitissimo, specialmente nel suo accentuare quel lato psichedelico e “flower power” di molte canzoni come ad esempio “Strawberry fields forever” scremata dall’arrangiamento d’archi originale o nel potenziare sempreverdi rock come “Drive my car”, arricchita in maniera formidabile
dall’ aggiunta dei fiati, quand’anche lasciando la canzone cosi’ com’era, semplicemente con un mixaggio che renda gli strumenti piu’ nitidi, come
in “Come together” o “Revolution”, inni lennoniani con distorsioni chitarristiche inusitate per l’ epoca..

AAVV: "Butchering the Beatles"

Altrettanto godibile il tributo del mondo heavy metal al Mito Beatles “Butchering the beatles”, doppiamente tributo sin dal titolo e dalla copertina dato che “The butcher album” (album del macellaio) è una, oggi rara, raccolta dei nostri distribuita solo in U.S.A. in cui i 4 damerini erano fotografati tutti imbrattati di sangue in una macelleria.
“Macellando i Beatles”, questa la traduzione letterale della raccolta, presenta un bel po’ di classici doverosamente “metallizzati” a partire dall’ iniziale “Hey bulldog” in cui un truculento Alice Cooper, ben accompagnato alla chitarra dal grande Steve Vai, fa letteralmente a pezzi l’originale rendendolo una delle sue tante “horror songs”, a seguire Lemmy, Deus ex machina dei Motorhead, presta la sua abrasiva vocalità a “Back in the U.S.S.R.”, mentre Billy Gibbons degli ZZTOP estrae da “Revolution” il suo primigenio succo blues. “Hey Jude” poi presenta un’orgia di chitarre capitanata da George Lynch già axeman negli anni ottanta per i Dokken e gli striduli vocalizzi di Tim “Ripper” Owens noto per avere sostituito alle vocals per quasi un decennio nei Judas Priest il “metal god” Rob Halford.
Insomma ce n’è per tutti i gusti (metallici s’intende) ma il brano piu’riuscito è una formidabile versione di “Magical mistery tour” con Yngwie Malmsteen solito Speedy Gonzales della sei corde e Jeff Scott Soto particolarmente arrembante alla voce: difficile non muovere almeno il piedino, provare per credere!

Bob Dylan: "Modern Times"

Insomma, Dylan è Dylan e Modern Times è un suo disco. Scopriamo l'acqua calda! Se non piace non c'è niene da fare e non sarà questo il disco che vi farà cambiare parere. Ma se vi ha già scottato l'anima, ugualmente non c'è riparo e le tonalitò basse di "Ain't Talkin'" vi si incideranno dentro come ferite, su cui fare scorrere il sale del tempo. Tempo che passa e amore come ancora per la vita. Bob continua a vivere in un mondo fuori dal tempo e in un tempo fuori dalla mente ("Time out of mind"?) e la parola che gli viene più spesso sulle labbra (o sulla penna) è "dawn", (alba) oppure otte o fine della notte (ancora una volta alba), quasi una serie di risvegli dopo una serie di sogni? Molto affascinante, ma si sa, il mondo di Dylan è pieno di fascino, metafore, segni e segnali, così stratificati che solo più esegeti messi insieme riescono a coglierli tutti. A me resta il piacere. Senza filtro. Pieno. Ricco. Di un disco per l'evo moderno.

Ali Farka Touré – "Savane"
Abita nell’alto dei cieli e si sente. Ma la sua musica ha ancora tutte le scorie di quel patto col diavolo stretto al crocicchio di quella strada che dall’Africa porta all’America. Ali Farka Touré ci aveva lasciati con un capolavoro come “In the heart of the moon”, inciso assieme a Toumani Diabate, ma non gli bastava. Dopo morto ha voluto tornare tra noi per ricordarci che il mondo della musica è fatta di angeli e diavoli. I diavoli sono molti di più e, in genere, suonano meglio. “Savane” è anche un album “politico”, dedicato al progressivo inaridimento delle terre africane, ma suona terreno e sensuale. E’ un album non pacificato e non assimilabile. E’ blues ed è musica rurale africana, è tecnica e sentimento. E’ un anziano signore, seduto in poltrona che suona alla notte africana, come riportato in copertina, ma anche un capo tribale, uno sciamano che porta la sua tribù a suonare nella notte per cercare l’acqua, per far piovere, per commuovere gli dei del cielo e per far vergognare gli dei in terra. E’ musica che ti entra dentro e ti lascia graffi sull’anima. Che non ti appartiene eppure che ti parla da così vicino. Ebbene sì: quest’anno con Dylan, le Seeger Session di Bruce Springsteen e la Rogue’s Gallery ci sta anche questo tra i dischi da non perdere.

The eighteenth day of may: "The eighteenth day of may"

Ma è una delizia questo disco! Più lo ascolto e più ne resto preso o perso nei gorghi di una musica circolare, acustica, assolutamente e solarmente acustica che si appoggia a pochi strumenti e tanta atmosfera. Una voce femminile, quella di Allison Brice, flautista e cantante evocativa che si arrampica con ancora più grazia (ma meno malizia) sulle scale su cui cammina la divinga Margo Timmis dei Cowboy Junkies e un accompagnamento che comprende due chitarre acustiche, un basso e batteria e percussioni, a cui a volte si aggiungono sitar, viola, autoharp, mandolino, glockenspiel e una voce maschile, quella di uno dei due chitarristi, Richard Olson, mentre l'altro Ben Philipson, in genere si occupa dei cori. E' folk inglese sulle orme più sulle orme dei Pentangle che non dei Fairport Convention, con qualche piccola spruzzata di psichedelia. Le canzoni sono in genere scritte da loro, tranne due traditional e un pezzo di Bert Jansch (rieccoli i Pentangle!). Il gruppo è di base inglese, ma la Brice è americana e Olson viene dalla Svezia: non conta. Il mood è molto british. "Lady Margaret" strappa il cuore per bellezza. Ma tutto il disco vola su livelli assoluti. Il miglior disco, per ora, del 2006 tra gli altri ascolti.

Bert Jansch - Black Swan

Non sarebbe potuto che tornare fuori. E lo ha fatto a modo suo. Alla grande. In epoca di musica post-war, di neo-folk trionfante, di musica acustica e riscoperta delle radici fino alla progressive music, un maestro, un personaggio seminale come Bert Jansch nohn poteva restare fuori. E non è un caso che tra gli ospiti ci sia Devendra Banhart, figura di spicco del movimento che si rifà alle atmosfere promosse tre decenni fa da Jansch. Dico spesso che Lino Straulino è il Bert Jansch di casa nostra: in questo lavoro è quasi vero il contrario. Jansch è lo Straulino d'Inghilterra! Tanto vicine sono le atmosfere, il tocco chitarristico, la passione per la buona musica e le ballate popolari. Tanti ospiti, tra cui il figlio Adam alle tastiere. Non è comunque un monumento. E' un album di oggi. Da ascoltare e godere per quello che dice ora, non per la lunga e gloriosa storia che Jansch si porta sulle spalle.

AAVV : Rogue’s Gallery – Pirate Ballads, Sea Song & Chanteys

Da un brutto film può venire fuori un meraviglioso disco. A furia di fare film di pirati Johnny Depp, ha deciso, con l’aiuto del regista Gore Verbinski (l’accoppiata di “I pirati dei Caraibi”, che sta già girando il terzo episodio della serie), di raccogliere in un cd o meglio in due, il meglio delle canzoni marinare o piratesche del mondo. Messa insieme una compagnia di giro d’arte varia di elevatissime proporzioni (qualche nome soltanto: Nick Cave, Bono, Sting, Bryan Ferry, Lou Reed, Jolie Holland, Antony, Lucinda Williams, Mary Margaret O’Hara, Martin Carthy, Loudon Wainwright III e tanti altri) ed affidata la produzione a quel vecchio pirata di Hal Wilner (vi ricordate? I dischi dedicati a Brecht/Weill e alle canzoni della Disney oltre a un tributo a Thelonius Monk che non conoscevo) è riuscito a raccogliere oltre due ore di splendide canzoni. E non è tutto, perché pare che queste siano solo la prima parte di materiale già registrato per un latro disco doppio che vedrà la luce con l’uscita del terzo episodio dei pirati. Niente a che vedere con la colonna sonora, ovviamente, ma un’unitarietà di temi e di intenti eccezionale. Livelli altissimi sempre con brividi per Nick Cave, per la Akron/Family, sconosciutissimo gruppo dell’America rurale. Un progetto che a me ha ricordato “Will the circle be unbroker” della Nitty Gritty Dirt Band, per la quantità di materiale e di ospiti impiegati. Vogliamo dircelo? È un imperdibile! .

Lucinda Williams - "Car wheels on a gravel road"
Ne avevamo già parlato anni fa, quando il disco era uscito per la prima volta. Correva il 1998 e dopo sei anni di silenzio segnava il ritorno di Lucinda Williams alle canzoni. Ma più che un ritorno era una storia nuova. Perché con questa grinta, con questo dolore nell'anima, con queste sensazioni non l'avevamo mai sentita. Sono ormai otto anni che quel cd non scende se non per brevi periodi dal mio lettore e non posso quindi che accogliere con enorme gioia la pubblicazione dell'edizione deluxe di questo amato cd. Che significa due cd al prezzo di uno (un po' di più a dire il vero, ma ne vale la pena), un pugno di inediti e un intero concerto dal vivo, sempre risalente allo stesso periodo. Ecco che il termine deluxe, per una volta, non viene speso a cazzo. Capolavoro era e capolavoro resta. Da ascoltare in silenzio nelle sere d'estate e da sentire sulla pelle e nel cuore. Eì America profonda, ma è soprattutto storia di una donna. Da non perdere se già non l'avete (ma io ho regalato il vecchio cd e l'ho sostituito con questo. Ne vale la pena).

Jerry Garcia: "The very best"

The very best of Jerry Garcia non è roba qualunque! Se uno si chiama Jerry Garcia e ha inciso come pochi altri al mondo, sia come quantità che come qualità, tirare fuori un "the very best" è quasi impossibile. Ce l'hanno fatta questa volta? Non saprei dirlo. Anche perché quando siamo nel campo dell'uniformemente bello è difficile distinguere e discriminare il bello dal meglio. Pur tuttavia possiamo parlare di un cd doppio, di quasi 140 minuti di musica, divisi tra un primo disco di studio e un secondo dal vivo. Il secondo è forse la gemma più preziosa della collezione: performances che sfiorano o superano i 10 minuti, cavalcate elettriche ed acustiche sulle corde di una chitarra magica che non conosce confini. Per appassionati, ma anche per tutti quelli che amano lasciarsi trascinare dalla musica. Garcia trascina, sia da solo che in gruppo.

Jack Johnson & Friends: "Sing-a-longs and lullabies for the film Curious George"
Una delizia! Non ho altre parole. Passione novella appena sbocciata. Jack Johnson: "Sing a longs and lullabies for the film Curious George". Tra Donovan, James Taylor e Devendra Banhart. Armonie fragili che restano in piedi anche quando sono appoggiate solo a una chitarra (spesso). E' musica acustica, ma solare, ricorda il miglior Jimmy Buffett con cui divide una passione per le steel drums e le armonie vocali, così curata da richiamare anche qualche pallida tendenza beatlesiana. Il libretto del suo disco è illustrato in modo strepitoso, con tutta una serie di disegni finto infantili di Anthony De Rosa. Jack Johnson è amico di Ben Harper, ex surfista, nato alle Hawaii ha fatto altri tre dischi.

BruceSpringsteen: "We shall overcome"
Con The Seeger Session, Springsteen non solo omaggia Pete Seeger, ma alza un grido di protesta e un grido per la pace. Un Boss arrabbiato, un Boss impegnato, che non ha perso occasione di ribadire quanto sia contrario alla guerra, a tutte le guerre. “We Shall Overcome: the Seeger sessione” si può considerare un’ampliamento di “Where Have All The Flowers Gone”, un omaggio collettivo al padre della canzone di protesta Usa uscito nel 1998 in cui Springsteen era presente con una versione “casareccia” di We Shall Overcome. Evidentemente l’esperimento era piaciuto a Bruce, che questa volta ha deciso di dedicare un intero disco a Seeger. Ed è quasi un regalo di compleanno: Pete compie infatti 87 anni il 3 maggio. In realtà i brani non sono di Seeger (tranne We shall overcome che è un adattamento fatto da Seeger miscelando inni dei primi dei ‘900) e datano dalla metà del 1500 (Froggie went ‘a Courting) al 1961 (My Oklahoma home) ma sono fatti come Seeger li faceva; sono tutti associati alla voce leggendaria della musica folk americana. Il disco arriva dall’ascolto fatto fino alla consunzione dei suoi vecchi Lp ed è stato registrato da Bruce durante una tre giorni nella sua fattoria passati a suonare con una dozzina di amici musicisti armati di banjo, ottoni, violini e fisarmoniche mentre il registratore girava. Il risultato è spettacolare: non ci sono prove, non c’è né remix né postproduzione, ma ci sono spontaneità, semplicità e sincerità. Ci sono l'America, con i suoi paesaggi del West, con le sue illusioni e la sua Guerra Civile, con le lotte razziali e le ferrovie, con quelli che sono rimasti operai e quelli che sono diventati padroni. E ci sono strofe riadattate alla bisogna odierna. Ma ci sono anche i sogni. Sì, i sogni, per fortuna al Boss sono rimasti.

Mark Knopfler & Emmylou Harris: "All the roadrunning"
Mi piace, senza se e senza ma. Potrebbe non essere un prodotto per adolescenti, come suggerisce qua sopra Andrea Silenzi. Ma io adolescente non sono. Sento classe e cuore. eleganza e stile, passione e mobidezza. Una grande signora e un gran signore del mondo della musica che si incontrano e producono un disco che ha dentro tutte le loro qualità assommate. Ascoltatelo con calma, ascoltatelo con lentezza, ascoltatelo in campagna. E' un respiro di aria pura. E' musica per il piacere di farla e di ascoltarla.

Ayo - Joyful
Non è Carmen Consoli che canta in qualche strano dialetto siciliano. E’ vero che la cantantessa ha scoperto le proprie radici recentemente, ma non fino a questo punto. Ayo è una cantante nigeriana, di buon presente e di promettente avvenire che ricorda un po’ nel canto Carmen Consoli, ma anche Tracy Chapman se si vuole o la primissima Joan Armatrading. E’ nata in Germania da padre nigeriano e madre gitana e ora vive tra Parigi e New York. Come è facile pensare non fa musica africana pura, ma propone una gradevolissima contaminazione di generi, tra il reggae, il rock, un approccio cantautorale e una spruzzata (non di più) di musica delle radici. Personaggio metropolitano e che occhieggia alla musica pop, così come l’establismhent occhieggia spudoratamente a lei. Infatti il primo disco, questo, entra subito in classifica in Francia e si piazza bene anche da noi. Personaggio costruito? Può darsi. Il disco comunque è piacevole e si beve in un attimo. Un “Cartizze” fresco d’estate, diciamo. Qualcuno può dire che sia male?.

J.J.Cale & Eric Clapton: "The road to Escondido"
Ecco una volta, tra le tante, in cui la somma dei fattori dà un risultato inferiore al peso delle sue componenti. Ciò detto non si sta parlando di un brutto disco, tuttaltro. Ma di un album da cui, visto il gran nome delle persone coinvolte, ci si aspettava di più. "Slowhand" Clapton assieme a uno dei suoi maestri, anzi il suo maestro per eccellenza che è J.J. Cale, uno che fa un disco al secolo e solo dopo averci pensato bene a lungo. Ecco, forse questa volta poteva pensarci un po' di più. "The road to Escondida" suona elegante, ma un po' qualunque, con qualche passaggio troppo smerigliato e alcune derive radiofoniche. Dei bluesettini molto gradevoli, ma non di più. Mi aspettavo ben altro da due leggende della musica, per quanto appannate dal tempo.

Brad Meldhau/Pat Metheney: "Metheney/Medhau"
Siamo alle soglie del sublime, in quell’area di paradiso in cui le cose avvengono per diretta illuminazione divina. Una chitarra e un pianoforte arrampicati sulle nuvole, senza aver bisogno di nessun segno distintivo né in copertina, né nel libretto se non le nuvole e l’immensità del blu. Cosa dobbiamo dire? Siamo ai massimi livelli nei rispettivi strumenti. Il piano di Mehldau e la chitarra di Metheney sono anni che stanno tra noi a miracol mostrare. E ora i miracoli li mostrano insieme, moltiplicandoli per due , come i pani e i pesci. Potrebbe solo risultare per alcuni troppo rarefatta, ma, credetemi, è un rischio minimo. Prodotto da Pat, con l’uso solo in due brani di altri strumentisti (basso e batteria), il disco risulta registrato nel dicembre 2006, come informa la copertina del disco: è musica che viene direttamente dal futuro! (è vistosamente un errore, ma mi divertiva).

Cat Power: "The greatest"
La cosa che funziona meno bene è la copertina. Poi il titolo. Insomma, ci si poteva sprecare un po' di più! Anche perché "The greatest" non è "the greatest hits" è un disco vero, uno splendido disco, cantato con classe e suonato con convizione. Disco di musica piena e pieno di musica, eseguito da una "gatta" non di primissimo palo, ma dagli artigli affilati. Gran classe, da fare invidia alle varie Norah Jones. Siamo in un ambito affine. Ma la cifra di sincerità sembra alta e gli undici musicisti che affiancano Chan Marshall (la Cat della ditta) sanno fare il loro mestiere. Relax ma di classe e con nerbo ben distribuito.


Renè Aubry: "Memoires du futur"
Basterebbe una sola canzone per consigliarne l'acquisto. Che è quella con cui si chiude il disco e che rivela sempre di più René Aubry come uno dei più attenti ascoltatori del materiale migliore dei cantautori italiani. Lo abbiamo sentito dal vivo fare una grande versione di "Ho visto Nina volare" di Fabrizio De André e questa volta invece si occupa di Pietro Ciampi: "Ha tutte le carte in regola" che si conferma una canzone che ha "tutte le carte in regola" per emozionare. Basterebbe solo questo, ma non è solo questo. Sono 13 canzoni, per la maggior parte musiche, che ti avvolgono e ti lambiscono lente, guidati da un gioco di bassi profondi. Aubry compone musica per teatro e per film, musica d'ambiente che, mai come in questo ci fa stare bene. L'ambiente, questa volta, è casa nostra. Alzate i bassi e fatevi vibrare ai ritmi di Aubry!

Neil Diamond: "12 Songs"
Morto un Cash, se ne fa un altro. Rick Rubin, il mago barbuto e diavolesco dietro Def Jam ed ultimamente American Recordings che ci ha regalato Johnny Cash nella versione gothic american, ne tira fuori un'altra delle sue. Prende Neil Diamond, lo infila in uno studio e gli fa incidere 12 canzoni (con due outtakes nel cd...quindi sono 14) in style.
Arrangiamenti sparsi, chitarre e dobri vari, un piccolo capolavoro di low-fi acustico. Commovente e sentito, un disco che farà diventare Neil cool. Ne sono sicuro. Quel che viene fuori sono una serie di canzoni stupende, una voce pulita. Un disco da primavera. O per tutti i momenti di grazia che durano una stagione.

Kris Kristofferson: "The old road"
Kris Kristofferson non lo si giudica. Lo si accetta. O, in caso contrario, ma è molto raro, lo si rigetta. Da una vita sulla scena e sempre in primo piano, come cantante, come attore, come personaggio impegnato nel sociale e, soprattutto, come uno degli ultimi "Outlaw" della musica americana. I cosiddetti "fuorilegge" come Johnny Cash o Willie Nelson o Waylon Jennings, esattamente il quartetto che ha dato vita anni fa agli Highwaymen. Questo disco contiene tutto il bene (e anche il poco "male" esistente) di Kris Kristofferson. Canzoni essenziali, asciutte e precise come lame. Tutto da ascoltare.

Isobel Campbell & Mark Lanagan: "Ballad of the broken seas"
Non bisognerebe mai meravigliarsi di meravigliarsi. Ma dal connubio tra la ex "Belle & Sebastian" degli esordi e il leader dei ruvidi Screaming Trees era difficile pensare potesse uscirne niente di buono. E invece, ecco la meraviglia, il disco che hanno messo insieme (e che, in fondo, è quasi tutta opera di Isobel) è una cannonata. Lui canta basso che pare Leonard Cohen e lei è molto più angelica della Mrs Robinson degli ultimi lavori coehniani a doppia voce. Ne esce una miscela inquietante dove l'inferno e il paradiso duettano e si spartiscono i regni, anche se ad ogni brano capita di chiedersi se il diavolo sia questo omone col vocione fondo e scuro o quella voce finto angelica, ma ammaliante di sensualità e brividi sottili che gli gioca in controcanto, attorno, sotto, sopra e di fianco in un coito ininterrotto che dura12 brani. Le cronache non narrano se i due abbiano fatto l'amore. Spero di sì. Noi possiamo solo assistere e godere per interposta persona. Geniale, ammaliante.

James McMurtry: "Childish Things"
McMurtry è un vecchio eroe che nel cuor mi sta. Desolate e polverose musiche suonate su chitarre senza remissione. Accordi sospesi e testi declamatori, pregni, belli e cantati con una voce vissuta che va diritta al cuore. Quando poi, come in questo caso, oltre al cuore le parole parlano anche all'intelligenza, al servizio di canzoni che "sono" politiche tanto più quanto vengono dal profondo sud dell'America, dal Texas, casa dello stesso Presidente guerrafondaio della dinastia di petrolieri Bush. James McMurtry non conosce perdono e spara parole che fanno male ai fascisti. Questa è un'altra America, queste sono le storie di un'altra America, scarna, disidratata, isolata, che non ha di sicuro votato per Bush.

Chumbawamba: "Singsong and a scrap"
Innanzitutto stanno a sinistra e sanno dove stanno (oltre a starci benissimo). In secondo luogo hanno tirato fuori un album intriso di umori folk., di cui sulla stampa anglosassone non si trova traccia (e questa è la prima volta da quando curiamo questa rubrica), tranne in un'intervista sul sito della BBC. I Chumbawamba non hanno molto da spartire con le suggestioni del loro hit milionario Tubthumping. Hanno dato una decisa svolta folk alla loro musica che però non perde un'oncia in carica rivoluzionaria. Le canzoni rivoluzionarie non hanno tempo o data di scadenza e possono andare da "Bella ciao" dedicata a Carlo Giuliani, ad altre canzoni dedicate a personaggi delle lotte del passato, come Joe Hill o Alexander Berkman e Emma Goldman. Insomma, suona come un gioiello incastonato in un cameo, ma ci ricorda che è giusto ribellarsi. In alto i cuori!

Thelonius Monk with John Coltrane: "At Carnagie Hall"
Uno dice: tutto già sentito, tutto già noto. E poi cosa ci può essere di stupefacente in un concerto del 1957? Niente. E contemporaneamente tutto. In primo luogo perché due leggende del jazz suonano nello stesso disco: uno, John Coltrane, ancora all'inizio del suo viaggio e l'altro, Thelonius Monk all'apice della fama e non ancora inghiottito dal suo oceano di silenzio. La registrazione purissima e la sensazione di essere di fronte a un grande documento ritrovato fanno il resto. La magia si compie. Utile sia per chi già conosce il lavoro dei due, sia per i neofiti che possono cercare di capire da questo disco come il jazz abbia affascinato tanti cuori. Riscoperto ed ora imperdibile.

Ali Farka Touré & Toumani Diabaté: "In the heart of the moon"
Così si canta e si suona sulla luna. E così si canta e si cantava e si canterà suonando in Mali. Il risultato è emozionate. Angelico in certi passaggi. Due leggende della musica centro-africana che incidono un disco insieme, in equilibrio tra tradizione e studiate aperture d'avanguardia. Raga ipnotici di chitarra su cui ricama la kora nella ricerca di una profondità armonica che sa di natura e sa di spiritualità, come ben suggerisce la barca in viaggio sul fiume Niger riportata in copertina e nel bellissimo booklet che correda il disco. Musica per meditare, ma anche per sentirsi in armonia con l'ambiente circostante. Musica che parla, anche se accompagnata da rare e incompensibili parole. Ma non ce n'è bisogno perché parla al cuore e parla al corpo. Ricami infinite di perle inanellate che gocciolano dalle dita sensibili dei due straordinari esecutori ed autori. Uno dei dischi più affascinanti e importanti dell'anno.

Arctic Monkeys - I bet you look good on the dancefloor
Il primo singolo che mi avevano consigliato, Five Minutes with... Suonava bene, chitarre molto anni '80 ed un'ispirazione che arrivava direttamente dalla New York dei Television, la Londra dei Gang of Four e la Detroit dei White Stripes. Due canzoni carine, though niente di nuovo sotto il sole. Una settimana fa vedo che gli Arctic Monkeys, questo gruppo di adolescenti del nord dell'Inghilterra, aveva prodotto un altro mini-cd, I bet you look on the dance floor. Lo scarico soprattutto perchè mi piace il titolo, genialmente adolescenziale. Una specie di I saw her standing there 2005. E la canzone è esplosa nelle mie orecchie, un fuoco di artificio di chitarre, batteria che parte heavy e diventa un "middle of the road". "i bet that you look good on the dancefloor Don't know if you are looking for romance or else Don't know what you are looking for..." Un piccolo statement sul cambiamento di costumi, il ragazzino che si sente osservato, corteggiato piuttosto che il contrario. "Stop making eyes on me And i will stop making them on you..."

Iron Wine with Caleixico: "In the reins"
E' un extended play, dura circa mezzora. Ma è musica dolcissima. Dai deserti e dal cuore pulsante dell'America, quella che ci piace, quella del mito, quella che canta Guccini in Amerigo: "L'America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino, / l'America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, / l'America era il mondo sognante e misterioso di Paperino". Vecchie canzoni che sembrano nuove ogni volta che le si ascolta. La bellezza dell'incontro tra composizioni scarne, ma intense, con la ricchezza di suoni che portano i Caleixico. E parole che galoppano nelle orecchie e panorami con un sole sempre al tramonto sullo sfondo. Il vecchio West come in un film di John Ford e melodie che sembra di avere già sentito tante volte, tanto da averle incise dentro in fondo al cuore, ma che invece stillano necessità di ora. Morbido sottofondo per pensieri da spazi ampi.

Vai al 2005