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Le BiELLE RECENSIONI
Stefano Maria Ricatti: "Ad ore piene"

Tante buone intenzioni ...
di Giorgio Maimone

C'è qualcosa che non va in questo disco. C'è anche qualcosa che va. Ma cosa non va lo vediamo subito. E' come se Marcel Marceau avesse acquistato la voce e leggesse la Divina Commedia! Stefano Maria Ricatti da almeno dieci anni è un nome conosciuto nell'ambito della musica strumentale, sia da solo, sia con il Ricatti Ensamble, con cui solo due anni fa aveva dato vita a un bellissimo album di musica come "Suites". Ora un nuovo album di Ricatti poteva essere atteso con attenzione, senonché ... Marcel Marceau (famoso mimo, per chi avesse ancora dubbi) ha iniziato a parlare! Anzi, a cantare. E come cantante, diciamolo subito, non lascia la stessa piacevole impressione che lasciava come musicista.

Ora, come possiamo saperlo noi, puri ascoltatori, che Ricatti, nei suoi anni giovanili, cantautore era stato? E con un "padrino" d'autore come Gualtiero Bertelli! Eh sì, ma qui si parla del 1978: Ricatti era un giovanotto che vagava verso i 25 anni (io pure, ma da tutt'altre parti) e faceva parte di quell'insieme di belle teste che darà vita al Canzoniere Veneto. Il suo primo disco si chiamava "La corriera" e alternava brani in dialetto veneto ad altri in lingua. Curiosa era però già allora la formazione che lo accompagnava. Riporto dal suo sito: Stefano Maria Ricatti: voce, chitarre, mandola; Gualtiero Bertelli: fisarmonica, piano, mandolino; Dante Borsetto: fisarmonica, piano, flauto traverso, saxofono contralto, ottavino; Igor Korman: basso elettrico, bombardino; Oreste Sabadin: clarino, sax tenore; Giuliano Nalesso: Violino; Stefano Brunello: fagotto; Sergio Trevisan: corno francese. Un ensamble che già allora poteva ambire a fare più che accompagnamento a ballate di musica popolare.

La fase cantautorale di Ricatti terminò con il secondo disco. "Blu" del 1993 (in mezzo tra i due lavori 15 anni senza registrazioni) e il gruppo di accompagnamento prende sempre più spazio. Il disco è composto "di canzoni, ognuna delle quali è un teatro in miniatura, con tanto di drammaturgia, luci e ombre, ritmo narrativo e tanti suoni" . Da lì in poi la scelta di fare musica strumentale. Quest'anno il ripensamento. Malaugurato.

Intendiamoci: il disco non è affatto male e anzi, le musiche sono molto interessanti. E' a livello di prestazione vocale che, di tanto in tanto, Ricatti lascia perplessi e il resto delle volte se la cava con la sufficienza, ma si continua a non capire chi gliel'abbia fatto fare. Il problema non è nelle canzoni, è nell'interprete! Sono comunque dodici canzoni che, abbandonato il filone sociale dei primi lavori, si occupano dei problemi del vivere di una persona che viaggia attorno ai 50 anni. La canzone d'ingresso, quella che dà il titolo al lavoro, "Ad ore piene" è una tenera ballata per un amore che dura attraverso gli anni. Solo voce e chitarra. Scelta quanto mai minimalista per un musicista abituato a pensare per ensamble. Graziosa è "Chi", la canzone che segue, ritmo vivace e intenzioni simile alla "Quelli che ..." jannacciana.

"Le tue mani" è ancora un quadro intimista che parla ancora dei piaceri di un amore che non avverte l'urgenza della giovinezza, ma forse la sapienza della maturità. Buona la musica, ma la linea melodica lascia a desiderare e il canto appena accennato, per cui sarebbe stato adatto un crooner affermato, non riesce a riscattare il brano che resta una linea sotto la sufficienza. Il quarto brano è "Ma sono qui" ed è una nuova puntata di questa storia d'amori cinquantenni: siamo messi meglio del brano precedente ed ascoltiamo con piacere anche se qualche caduta di scirttura la troviamo nei testi dove si parla di "tondi chiari mondi" e "dei giorni a fiotti vuoti" con giochi di allitterazione di cui avremmo potuto anche fare a meno, per gustarci di più il clima generale della ballata.

"Single" ci fa salutare la metà del disco e per la prima volta si supera di netto la soglia dei 3 minuti che i brani precedenti appena sfioravano. Ci siamo, come canzone, clima lieve e brano facilmente memorizzabile. Testo abbastanza divertito e divertente che però sceglie scorciatoie facile verso il piacere immediato, rinunciando a qualche scatto di reni che lo avrebbe potuto trasformare in qualcosa di più che una piacevole canzone per l'estate.
"Solo con te" ha suoni e atmosfera da anni '60: un buon Buongusto d'annata o un Domenico Modugno dei più romantici. Canzone da juke box sulla spiaggia, da ballo check-to-check, da rotonda sul mare. Per sognare amori reali, presenti o scivolati via con la memoria. E' uno dei brani meglio riusciti. Fascinoso.

"Auchan" è la canzone più lunga del disco con i suoi 5'07", dedicata ad un sabato in un centro commerciale. Tema che si fa fatica a giudicare poetico, ma la poesia questa volta lascia il passo a una garbata satira sociale. Siamo dalle parti di Gaber o di Alloisio. L'obiettivo è centrato. Era facile, d'accordo, ma viene centrato con grazia e leggerezza. Anche qui spira una piacevole aria fuori dal tempo. "Fuggiasco" ritorna in tema e ripendiamo a considerare le angosce, le gioie, le tristezze (soprattutto) le tristezze che lascia il tempo che passa. Ricorda, come impostazione, la canzone d'autore degli anni '60/70, tra Gaber e Pietrangeli. Una canzone triste. C'è bisogno di qualcosa per tirarci su dall'anima questo mood distillato malinconia che il sax incisivo ci ha appena scavato in cuore.

"Ulissi di mari in eclissi" (peraltro derivata da precedenti spettacoli teatrali) serve allo scopo: tripudio di allitterazioni come il titolo o come "di colpo celti colti a culti ed arcimboldi" e folgoranti visioni come "la cultura la si conquista metro a metro". "Noi brilleremo come lanterne" e "noi vivremo di sete e di perle" come dice il protagonista, che immaginiamo intruppato in tristi traffici turistici tra trentatre mostre di tele in trittici tricomatrici, dentro tristissime sale, dove sogna tigri tropicali. Mi sono lasciato trascinare dall'allitterazione! Ma la musica aiuta. Ironica e brillante. Fatiche d'estate. Fatiche di culto. Fatiche da colti. "Cammina cammina" invece ne ha fatta di strada, ma fatica a farsi notare. Composizione più normale, che resta sottotono, dopo la brillantezza del brano precedente, corredato pure di qualche showaddywaddy-du-du.

Arrivamo a "Cinquant'anni" che, forse in fondo, è il tema dell'opera. Canzoncina senza grosse pretese. Forse per il mezzo secolo ci si può regalare qualcosa di meglio che un rockettino di scarse pretese che non graffia più di tanto. Ed è peraltro una delle canzoni meno riuscite sotto il profilo canoro, con un coro "Tanti auguri a te" che spingerebbe anche il più paziente degli ascoltatori a prendere una pala e darla sulla capa di tutti i componenti del coretto. Canzone imbarazzante. Con un testo che sfiora la vergogna, in rima baciata (sorpresa/difesa, tramortito/partito, niente/gente, alluvione/comprensione). Il modo migliore per raccontare i 50, caro Ricatti poteva essere la tua musica. Il titolo e una musica. E' così che potremmo compiere con tranquillità e relativa gioia i 50 anni. Splendidi! Ricordati cosa diceva Nanni Moretti dieci anni fa.

"Se ripasserò" chiude invece benissimo il disco con 3'45" secondi lievi come piume, delicati e armonizzati da un fischio piacevole che ci spinge a ripassare e a ritornare. Anche il testo segna un colpo d'ala e vira decisamente verso l'alto. Ecco un brano dove tutto sta al suo posto con piacere, si lascia ascoltare, è un ottimo congedo, anche a tema e offre l'appiglio pr ripartire da capo ad ascoltare il brano. Disco diseguale quindi, ma non letale.

Stefano Maria Ricatti
"Ad ore piene"

Storie di Note / Caligola - 2006
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Ultimo aggiornamento: 20-03-2006

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