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Le BiELLE RECENSIONI
Massimo Priviero: "Dolce resistenza"

Tra Storia e storie, la dolce resistenza del rocker
di Giorgio Maimone

Parliamo di rock in Italia, di quel pochissimo rock che si fa in un Paese rockisticamente depresso come l’Italia. Non parlo delle milleeduecento varianti possibili del fenomeno: intendo proprio il sano e sudato rock americano, quello che dal primo Elvis, via via per li rami è disceso fino a Bruce Springsteen, Bob Seeger, Brian Adams, Joe Grushecky. Ossia quella musica carica e gonfia di stamina che, a volte, a sprazzi, ci hanno offerto anche Ligabue o Vasco Rossi (ma in anni ormai remoti). Uno ne era rimasto. Sufficientemente carico e con una bella attitudine rock.

Anni fa, al suo apparire sulle scene, era stato etichettato da un discografico improvvido come “il futuro del rock & roll”. Etichetta massacrante e difficilissima da togliersi. Ci sono voluti quasi 10 anni e 5 dischi per scollarsi di dosso questa nomea. Ma non il rock! Ché per Massimo è ragione di esistere e di scrivere: lui, peraltro pacatissimo, amante della poesia e della Storia, la grande storia, quella con la “S” maiuscola, ma anche le piccole storie che, dal suo Veneto al resto del mondo, percorrono le strade.

E’ uscito da poco il suo ultimo disco, “Dolce resistenza”, a tre anni di distanza dal peraltro ottimo “Testimone”, e tutto quanto di buono si poteva pensare su Massimo risulta ampiamente confermato. Sono dodici brani dal ritmo incalzante e dall’epica possente, tutti scritti da Massimo Priviero, in un caso con la collaborazione del bassista del suo gruppo Alex Cambise (con cui ha curato anche la produzione artistica dell’intero album), e con la piacevole riscoperta di “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco, secondo la prima dizione antimilitarista, mai incisa da Tenco, e recuperata dal libro “Luigi Tenco – Io sono uno” di Enrico De Angelis.

Versione ingenua, ma ruspante, diversa da quella proposta a Sanremo e, per i tempi, più dirompente, più in linea con “La guerra di Piero” che con un motivo sanremese. Risentendo la canzone oggi, mi sembra superiore la versione portata da Tenco a Sanremo, la cui eliminazione ne causò il suicidio. Ma l’interpretazione che Priviero ne dà è grintosa e scattante. Un urlo antimilitarista che si coniuga come un guanto con la canzone successiva, la lenta, solenne e bellissima “La strada del davai” in cui fanno la loro comparsa Dario Canossi (voce) e Lorenzo Marra (fisarmonica) dei Luf. Potente è la suggestione di una canzone che inizia in italiano, passa al veneto e transita poi dal camuno di Canossi (che viene dalla Val Camonica), quasi a rappresentare la koiné linguistica che attraversava l’esercito italiano, così come è bene rappresentata nel libro di Nuto Revelli sulla spedizione italiana in Russia, da cui prende il titolo il brano. Unico piccolo neo, la musica è tratta quasi di peso da “Billy 4” di Bob Dylan, dalla colonna sonora di “Pat Garret e Billy the Kid”, un “quasi plagio” che appare del tutto involontario .

Peraltro anche la magnifica “Pane, giustizia e libertà” che chiude l’album in un duetto con i Gang (Marino alla voce e Sandro Severini alla chitarra elettrica) ricorda qualcosa di già sentito (forse “Love minus zero/No limits”, sempre di Bob Dylan) e pure “Tommy Eden” sembra avere qualche rapporto di parentela con il Neil Young di “Trasher”. Ma non importa, in fondo. "Pane, giustizia e libertà" è bella e raggiunge la considerevole lunghezza di oltre sette minuti, senza far sentire nemmeno un attimo di stanchezza. Il tema, ancora una volta è storico: quasi una canzone biografica dedicata ancora a Nuto Revelli, dove si parla di Resistenza, questa volta con la maiuscola, non come nel titolo dell’album. Massimo Priviero è del ramo, perché in effetti si è laureato in Storia contemporanea con una tesi su “Giustizia e libertà”, il movimento politico antifascista fondato nel 1929 da Carlo Rosselli esule a Parigi.

Ma già che stiamo ricordando in ordine sparso non possiamo dimenticare l’ottimo tiro rock di “Clandestina” o la morbidissima già citata “Tommy Eden” o l’altrettanto dolce “Biglietto di un musicista di strada”, che contrappunta con “Italia libera” le due anime di Priviero, quella energica (rock) e quella più meditativa (lento). Che se solo fosse stato più conosciuto, uno come Priviero Celentano non poteva certo farselo scappare, tanto aderente è il rocker veneto al suo tormentone su rock e lento.

Insomma tutto bene. Disco bello, non leggero, ma energico. Da urlare e tenere il ritmo. Con anche una ghost track finale (una versione alternata di “Ciao amore ciao”), che porta il totale a un’ora tonda di musica che però passa in un attimo. Tutto bene, non fosse che, sul suo sito (www.priviero.com) Massimo ci sorprende con un annuncio: “Penso che “Dolce resistenza” sia probabilmente il mio miglior album di sempre e, vi chiedo solo di non domandarmi perché, sarà forse anche il mio disco di addio”. Ci atteniamo ai desideri. Non domandiamo. Ce ne dispiace però molto. E speriamo, speriamo fortemente che anche Massimo riesca a mettere in atto una sua forma di “Dolce resistenza” che lo faccia restare con noi a cantare di Storia e di storie. Ne abbiamo bisogno.


Massimo Priviero
"Dolce resistenza"

MBO - UNiversal - 2006
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Ultimo aggiornamento: 04-11-2006

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