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Le BiELLE RECENSIONI
Vinicio Capossela: “Ovunque proteggi”

E va bene, esageriamo pure: tra Capossela e capolavoro
di Giorgio Maimone

Massì, esagerare ogni tanto conviene. Anzi, in musica "l'importante è esagerare" suggeriva qualche millennio fa Enzo Jannacci (vent'anni esatti!). Esagerato è il sistema cresciuto attorno a internet che proprio sulla ridondanza basa la sua forza. Esagerato è il nostro presidente del consiglio (nostro? Loro! Glielo lasciamo tutto intero) quando chiede ancora due settimane prima di sciogliere le Camere. Esagerata è la Juventus dei 52 punti nel girone di andata. Esagerato è Kobe Bryant che segna 81 punti in una partita di basket.

Esagerato, infine, è Vinicio Capossela che sforna un cd gonfio di 71'58" di musica, musica che, peraltro, sembra tirata su alla rinfusa in un bazaar. E' un catalogo da bric-a-brac, da mercatino equo e solidale il giorno prima di Natale. E' un "cupio dissolvi" incrociato con la salvezza eterna. Paganesimo, animismo e culto. La magia profana dei luoghi e l'ironia beffarda delle parole. La dialettica tra il demone e il cherubino che sonnecchiano in lui. Insomma: è un gran disco.

Sono 13 canzoni per un'opera nettamente divisa in due parti, quasi come se fosse la facciata A e la facciata B di un vecchio Lp: i primi 7 brani tirati, divertenti, rumorosi, zeppi di spunti, riusciti e anche non riusciti. La seconda metà composta invece di ballate: lenta, riflessiva, più profonda. La terra col suo caos contro l'ordine dei cieli? La vita coi suoi tumulti e il tempo fermo della morta? L'infanzia e le pause di pensiero e per il pensiero dell'età più matura? Potrebbe essere di tutto un po' o forse niente del tutto. Molte chiavi di lettura non ci vengono offerte, altre addirittura rifiutate. Tentiamo allora di avanzare a tentoni, pezzo dopo pezzo, canzone dopo canzone. E per valutare per bene un disco "abbraccioso" non resta che esprimere il giudizio in "abbracci": 5 il massimo, uno il minimo.

E’ un magnifico disco obliquo e rimbalzante. E’ un disco “abbracciante” come lo ha definito lo stesso Capossela, ma soprattutto “è un disco”, ossia un’opera compiuta con un inizio e una fine, un senso di marcia, delle istruzioni per l’uso che partono dalla copertina e finiscono all’ultima nota dell’ultimo solco un’ora, 11 minuti e 58 secondi dopo. (segue)



1) "Non trattare"
(... "li vendemmierà / finché il sangue arrivi fino al morso / per 40mila cubito, 60mila stasimi")

Si inizia con un brano intenso e rigoroso che è una sorta di mantra blues, ripetitivo, con echi di musica asiatica (i sonagli e lo shofar che è un piccolo corno di montone utilizzato quale strumento musicale durante alcune funzioni religiose ebraiche ed in particolar modo durante Rosh haShana e Yom Kippur - grazie Wikipedia - NdR). Ma ci sono anche chitarre, dobro, banko e violoncello, oltre alle "mascelle d'asino e teste di morto" che suonerebbe Zeno De Rossi, il batterista. Il testo è ricco di riferimenti alle scritture, a volte oscure che neanche Dylan nei suoi periodi più contorti, a volte trasparenti. Snocciolati in questo modo i termini paleo-religiosi finiscono per perdere l'aura e assomigliare al mantra pagano di Shymmtakula di Davide Van De Sfroos. Quattro abbracci . Ma dopo 6 minuti e la frase decisiva ("a mascellate d'asino / difenderai il tuo cuore") è già ora di ...

2) Brucia Troia ("Fai scialo amante mia delle tue braccia / il vino scorra a sangue nei crateri / Brucia Troia / come io brucio per te")
Potrebbe quasi essere un rock, non fosse per il fatto che nella strumentazione rientrano campanacci di Tonara, , corna, tastiera Gem, minotauro, chitarra preistorica, balafon(una sorta di xilofono africano) e il canto a tenores basso dei Tenores di Mamoiada. La canzone è registrata nelle grotte di Ispingoli (Nuoro) in Sardegna. E' una canzone intimamente tribale, che risente dei contatti con gli inferi, della maschera diabolica indossata. Il testo è irridente e indeclinabile. Forse puro nonsenso e gioco di parole. Forse è musica affidata al suono puro delle parole. Ma di suggestione in suggestione ci troviamo dalle parti dell'Iliade, tra le cosce potenti di Jamin-a e nel fondo delle grotte ancestrali della terra di Sardegna, a contatto col demonio (che, guarda caso, in Sardegna si chiama anche Maimone! Quasi a chiudere il cerchio). Mauro Pagani ha fornito la sua complicità in fase di produzione in studio. Quattro abbracci, come la precedente.

4) Dalla parte di Spessotto
("ma siamo tutti finiti per terra / tutti a reggerci le budella /gli ubriachi, i brutti, i dannati / ma pure i sobri, i belli, i fortunati")

Il quarto brano è uno dei punti più alti del disco. Tra Fellini e Nino Rota, tra ricordi di infanzia e scene di paese. Non a caso registrata a Calitri, il paese natale di Vito, padre di Vinicio e suonato anche dalla "Banda della Posta", ossia lo stesso trio che, anni fa, suonò al matrimonio dei genitori di Vinicio. La strumentazione vuole la sua evidenza anche questa volta: organo a bottiglie, xilofono, teste di morto, grancassa, fischioda naso, clarone e clarino e, soprattutto un insistente "shaba dum dum" che sta sotto a tutto ed è prodotto a voce da Vinicio e Sato. Come si fa a non stare dalla parte di Spessotto? Di quelli che stanno "da appena nati dalla parte di sotto / senza colletto, senza la scrima / senza il riguardo delle bambine". No, anche noi "non stiamo per Davide / stiamo per Golia" e soprattutto godiamo per "la flanellosi che ci mangia a letto". Filastrocca lunga e tiratissima, con aperture orchestrali e un "mah!" finale, uscito dal cuore della Banda della posta. Mai più senza: cinque stelle.

4) Moskovalza
("Nelle nuove catacome /aspettando la bomba /Russian roulette metrò")

Se prima abbiamo toccato il vertice, ora ci impantaniamo in un brano minore. Anche a Capossela capita di "caposselare", ossia di rifare sè stesso, ma con meno fantasia e fortuna di altri espisodi del passato. Moskovalza tenta un po' di satira in salsa russa, giocando su una manciata di parole in lingua, prive di fantasia, un appoggio sull'elettronica e una chitarra elettrica. Poche idee e non brillanti. Dimenticabile. Una stella. Sul lettore nel corso dei ripetuti ascolti è di prammatica il tasto skip.

5) Al Colosseo ("Sia sbranato al Colosseo / sia spellato al Colosseo / sia scannato al Colosseo")

Anche qui non ci siamo. La curiosità maggiore è data dall'arrangiamento che si appoggia solo su timpani e corni. Ha un suo fascino selvaggio e tribale e può essere interessante quel rapporto suggerito tra il Colosseo e "la legge della curva". Panem et circenses ieri e oggi? D'altra parte da uno che si chiama Vinicio perché il padre era appassionato del film "Quo Vadis" che si può pretendere se non una canzone sul Colosseo? Interessante l'uso della voce che diventa ancora più teatrale nel frammento di brano che segue, ossia "Il rosario della carne". Torniamo in pieno ai temi religiosi, ma (irriverenza!) prima di iniziare a parlare di carne si sente il ronzio di una mosca. Sacro e pagano ancora a braccetto. Ma non più di 2 stelle. Una curiosità tecnica. "Il rosario della carne" è una sorta di traccia fantasma all'interno del disco: il lettore sta fermo sull'inizio del solco 6, ma il minutaggio resta inchiodato a 00:00 per tutta la durata del brano. Poi inizia "L'uomo vivo" e il contatore scatta su 00:01. In pratica, in un ascolto random del disco e non consecutivo, il brano non salirà mai sul lettore!

6) L'uomo vivo ("Nemmeno il tempo di resuscitare / e l'hanno portato a ballare")

Torniamo a divertirci. Il corpo bandistico di Scicli, rafforzato da un manipolo di "forestieri" nella chiesa di San Bartolomeo, sotto la direzione e con l'arrangiamento di Roy Paci per dare vita a una processione pagana per salutare "L'uomo vivo" che "ha lasciato il calvario e il sudario / ha lasciato la croce e la pena" e si aggira per il paese, festeggiato dagli abitanti che lo prendono in spalla dove lui "barcolla e traballa sul dorso della folla", ma è "pazzo di gioia" e bisogna portarlo a mangiare, a ballare, a vedere il mare. "Esplode la notte in un battimano / per il Cristo di legno / che Cristo com'era è tornato cristiano". E' un mistero buffo inpiena regola che sarebbe piaciuto a Dario Fo. Grande resa teatrale, grande capacità narrativa ed enorme gioia anche per noi, trascinati a danzare, a saltare e pronti ad andare a mangiare. Altre cinque stelle. E non sono sprecate.

7) Medusa cha cha cha ("Non sono monstra / non sono velenosa / soltanto un po' nerviosa")

Una delizia, una piccola chicca, con il Farfisa che ricrea l'appropriato clima anni '50 che neanche se fossero i Caffé Sport Orchestra! O Los cubanos postizos de l'onnipresente, in questo disco, Marc Ribot, ex sodale di Tom Waits e gran chitarrista sotto il cielo. Per il resto profluvio di conga, marimba, bongo, maracas, tromba, trombono e sax baritono (fiati scritti e diretti da Roy Paci), con la piacevolissima voce della Medusa in persona, ossia Georgeanne Kalweit. Dice Capossela che aveva in mente il twist ironico e sciamannato che Pasolini ha filmato ne "La ricotta", quando ha pensato al suo cha cha cha. La suggestione ci sta. Il divertimento è maggiore.

8) Nel blu ("Marzo si è preso anche l'aria dei viali / sciabola il cielo e i piazzali")

Entriamo ora nella seconda parte del disco, quella più meditata e sofferta (forse) oppure solo quella più lenta e riflessiva. "Nel blu" porta come sotto titolo "Grande valse impressionante" e lo è. Sia valzer che impressionante. C'è una partitura per orchestra scritta da Stefano Nanni e c'è l'orchestra d'archi italiana diretta da Mario Brunello, gran capitano di vascello e maestro del violoncello. E' una canzone all'antica italiana. Di un romanticume da stordire. E' una canzone d'amore anche troppo semplice e lineare. Così da farti venire il dubbio e chiedere: dove è il trucco? Dov'è lo sberleffo? Il Rovesciamento? Il controsenso. Forse sta proprio nel fatto che questa volta non c'è. Sembra un pezzo di Nicola Piovani. Carino, ma non vale più di tre abbracci. E non bastano "i fianchi alla zuava" e "una martingala" per fare da soli atmosfera. Un'altra lettura interessante ci viene però proposta da un lettore ed è quasi di sicuro quella esatta. E se tutto questo blu fosse assenzio? In fin dei conti "occhi di biglia in tempesta /sciolgono l'anice, sciolgono l'anice nel vetro dell'atelier". Restano tutte le perplessità sul brano che, comunque, non mi convince.

9) Dove siamo rimasti a terra Nutless ("Abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge")

E' stato il primo brano che ho sentito del disco. Su Radio Capital, una delle poche anteprima. Ma già da quell'ascolto avevo capito che non stavo andando ad ascoltare un disco "normale". D'altra parte nemmeno "Canzoni a manovella" lo era. Anzi, forse stupiva ancora di più. Ma ripetersi è difficile. E ci sono voluti sei anni. Ma se dopo sei anni mi arriva Nutless ... è una sensazione simile a quando dopo quattro anni di attesa del nuovo disco di De André mi è arrivata tra capo e collo "Creuza de ma". Meno rivoluzionario questo. Anzi, se vogliamo è quasi un guardarsi indietro da parte di Vinicio. C' la big band di stampo jazzistico, il piano narrante, la citazione di "C'era una volta in America" di Sergio Leone ("Noodles" è il personaggio interpretato da Robert De Niro), la nostalgia nelle parole e nei suoni. Canzone perfetta che richiama in qualche modo le atmosfere di "Innocent when you dream" di Tom Waits. Nulla in comune se non quel "such a sad old feeling" che cita Tom. Adoro Nutless e gli inserti che strumenti che sembrano di pura fantasia come il susafon (una sorta di grosso basso tuba - grazie ancora a Wikipedia - NdR) o il gamelan (strumento indonesiano) o ancora lo har hu (violino cinese) e tristezza di "un sabato all'iper a far la spesa", poco per chi era uso a "buttarci a piedi pari / nella vasca del Campari / abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge". Tristezza palpabile e (sorpresa!) testo comprensibile. Geniale il finale al telefono. Straniante e raggelante.Un'ultima ventata di foglie morte.

10 Pena de l'alma ("Come negar che soffra il petto mio / come levar dall'anima questa passion")

Tratta da "Prenda de l'alma", tradizionale messicano, tradotto probabilmente da Vinicio al solito modo delle traduzioni sue. Ossia "tradite" nella lettera, ma rispettate nella sostanza. E' un'altra canzone d'amore e, credo, che nemmeno qui ci sia né trucco né inganno. Romantica da star male, nostalgica da patire e disperatamente innamorante. Non servono tante parole. Serve ascoltarla. In particolare se da qualche parte vi batte un cuore. E non è indice di infarto in agguato. Delizia.

11) Lanterne rosse ("Le ombre fanno e disfanno i giganti / nel cielo color di dopo la pioggia")

Dolcezza che procede con lo stesso passo nel brano successivo. Gong delle nuvole, sheng (organo a bocca cinese) har hu (violino cinese), xun (flauto cinese). Più un pianoforte. La casa di Capossela in via Scarlatti (Scarlatti-grad) il 13 di agosto, in pieno week end di ferragosto, città deserta, clima cinese. E le parole mi si rarefanno in gola o sulla punta delle dita, come si rarefa il suono di questa canzone destinata sfumare in un nonnulla che sa di gigante fatto e sfatto dalle ombre, dopo 5 minuti di oscillazioni e meditazioni intense. Il carisma di una canzone. Lanterne rosse è una storia di Capossela, ma ascoltatela bene, perdetevi dentro. Parlerà di voi.

12) S.S. dei Naufragati ("Questa è la ballata di chi si è preso il mare / che lapide non abbia")

Siamo a un altro dei vertici del disco, ma qui sono tutti vertici! "S.S. dei Naufragati" non è inedita, perché già uscita con "Matri mia" di Roy Paci e della Banda Ionica, dove comunque era il brano che valeva la spesa dell'acquisto da solo. Qui è del tutto cambiato. Più intenso e lirico, affidato alla magia del violoncello di Mario Brunello e al teremin magico nelle mani di Vincenzo Vasi (Il "Teremin" (dal nome dell'inventore, circa 1920), è uno strumento musicale
che si suona avvicinando e allontanando le mani da un elettrodo, a forma di piastra metallica, o di lungo filo), cal coro della Cappella di SanMaurizio di Milano, alla partitura corale scritta e diretta da Stefano Nanni, che suona anche l'armonio (il funzionamento di questo strumento si basa su principi pressoché uguali della Fisarmonica: una serie di valvole comandate dai tasti aprono e chiudono i fori corrispondenti alle scale delle ance. L'Armonio fu uno strumento che si diffuse maggiormente nelle piccole chiese e nelle cappelle, per uso liturgico, la dove comunque le comunità non potevano accedere causa la scarsità di fondi, all'organo a Canne). Siamo in chiesa e ci sentiamo in dovere di parlare a bassa voce, pentirci e confessare i nostri peccati. Perché anche noi, bene o male, prima o poi, una volta siamo ben naufragati. Come ispirazioni Coleridge e (forse) Melville.

13) Ovunque proteggi
("Ovunque proteggi /proteggimi nel male / ovunque proteggi / la grazia del tuo cuore")

Siamo alla fine, ma abbiamo spazio per un altro diluvio di abbracci. "Ovunque proteggi", title track abbracciosa dienorme qualità e densità e calore, residuata dal Ballo di San Vito, in cui non era voluta entrare perché priva di parole e rimasta a sedimentare sotto la paglia, fino a maturare e uscire come un fiotto di idromele versato dal coppiere degli dei. Vanno citati tutti. il dobro di Alessandro "Asso" Stefana, il contrabbasso di Glauco Zapparoli, la batteria di Zeno De Rossi, la chitarra ritmica di Marc Ribot, la slide di Gabriel Tentorio, la clave (percussione cubana) di Jacob Hernandez. E le parole, il piano, la voce e il cuore di Vinicio Capossela, grande maestro di cerimonie!


Vinicio Capossela
"Ovunque proteggi"

Warner/Atlantic - 2006
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 21-01-2006

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