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Le BiELLE RECENSIONI
Bob Dylan: "Modern Times"

Tocchi di modernariato, girovagando nel passato
di Giorgio Maimone

Di sicuro si è divertito a farlo questo disco e altrettanto di sicuro ci stiamo divertendo ad ascoltarlo. Il paradosso dei "tempi moderni" di Bob Dylan. Da tempo, il grande Bob vive in un tempo al di là del tempo dove tutto è permesso e le epoche, soprattutto musicali, ma anche quelle dei ricordi, si mescolano e si danno la mano. In questo caso i "Modern times" sono gli anni '50, che effettivamente "allora", mentre li si viveva, erano stati battezzati "era moderna", da cui termini come "modernariato" per definire gli oggetti, mobili e suppellettili di allora.

La musica di Dylan parte da quegli anni a ritroso: gli anni delle radio, più che della televisione, gli anni delle grandi orchestre, dei crooner dal cantare caldo e sussurrato. Tutto questo ci arriva con grande dignità e magnifica resa del tempo: quasi che il bianco e nero della copertina sia filtrato nel disco per giungere fino a noi. Copertina che, vale ricordarlo, è di Ted Croner, lo stesso fotografo che ha immortalato il fungo atomico di Hiroshima. La foto in questione è "Taxi, New York night" ed è stata scattata nel 1947. La foto in copertina di "Chronicles" invece, per quanto ricordi questa, è di Don Hunstein, l'autore della foto di copertina del mitico "The Freewhelin' Bob Dylan". Corsi e ricorsi ...

Dicono, i critici più agguerriti, che Dylan sia stato indulgente, che avrebbe dovuto non pretendere troppo da sè stesso, visto che oltre che ad averle scritte e interpretate le canzoni, le ha poi anche arrangiate e prodotte col suo noto pseudonimo di Jack Frost. Dicono che avrebbe forse dovuto appoggiarsi a un produttore come Daniel Lanois, tanto per fare un nome di uno con cui aveva già fatto due dischi. E forse hanno ragione. Resta il fatto che "Modern Times" è sulla falsariga di "Love & Theft", ma lo supera in bellezza. Soprattutto perché contiene un grande pezzo come "Ain't Talkin'".

Anzi, ma è un parere del tutto personale, "Modern Times" è migliore di "Love & Theft", meno improvvisato, più pensat e più sentito e poi, per quanto costruito con una gradevole varianza di brani lenti e più mossi, il colore predominante di "Modern Times" è il bianco e nero lucido della foto, in "Love & Theft" dominavano le calde tonalità seppia. Il problema con Bob Dylan è che è estremamente difficile stilare giudizi di merito in corsa: guardate album disprezzati al loro uscir come "Slow Train Coming" come sono stati poi rivalutati. Per converso "Planet Waves", festeggiato come la rinascita di Bob, dopo il lungo periodo di appannamento conseguente all'incidente motociclistico ed al suo ritiro della scena, è confinato tra i ricordi di quei pochi di noi che ne posseggono ancora il vinile.

"Modern Times" non mi pare un album di passaggio. Non sarà il nuovo "Freewhelin" e nemmeno "Oh mercy" e forse neanche "Time out of mind", ma appare come un lavoro solido, costruito esattamente come lo voleva lui (con tutte le sbavature del caso, le critiche sostanzialmente sono condivisibili) , al servizio di un pugno di grandi canzoni come "Spirit on the water", "Thunder on the mountain", "When the deal goes down", "Workingman's blues # 2" e, soprattutto, "Ain't talkin'". Cinque su dieci fa un bel 50% dell'album. Se poi aggiungiamo che "Nettie Moore", "Beyond the horizon" e "Rollin' and tumblin'" non sono affatto male (soprattutto la prima), abbiamo due soli punti deboli: "Someday baby", scolastica e ripetitiva e "The leeve gonna break", dedicata all'alluvione di New Orleans, ma lunga (oltre 5 minuti) e non ficcante come avrebbe potuto essere e come sarebbe stata in altri tempi.

La lunghezza è un problema di molte delle canzoni dell'album: "Nettie Moore" raggiunge i 6'52" e oltre i sei minuti stazionano anche "Workingman's blues # 2" e "Rollin' and tumblin'", rafforzando la convinzione che forse un produttore avveduto e non affezionato ai brani come l'autore stesso, avrebbe proceduto di forbici almeno per qualche strofa di quelle più ripetitive, senza modificarne il senso. Certo che poi "Ain't talkin'" dura 8'48" e quello che ti viene da fare appena finita è rimetterla sul lettore! Nel complesso Modern Times è ripieno di 1h 02' e 46" di musica sempre di buon livello. La voce di Dylan è più calda del solito, quasi a cercare delle impossibili atmosfere alla Frank Sinatra e la base è quell'insieme di folk, blues e rock & roll che da sempre sostanzia la musica del nostro, ma che qui si pigmenta di modernariato.

Insomma, Dylan è Dylan e Modern Times è un suo disco. Scopriamo l'acqua calda! Se non piace non c'è niene da fare e non sarà questo il disco che vi farà cambiare parere. Ma se vi ha già scottato l'anima, ugualmente non c'è riparo e le tonalitò basse di "Ain't Talkin'" vi si incideranno dentro come ferite, su cui fare scorrere il sale del tempo. Tempo che passa e amore come ancora per la vita. Bob continua a vivere in un mondo fuori dal tempo e in un tempo fuori dalla mente ("Time out of mind"?) e la parola che gli viene più spesso sulle labbra (o sulla penna) è "dawn", (alba) oppure otte o fine della notte (ancora una volta alba), quasi una serie di risvegli dopo una serie di sogni? E poi quel finale, di quell'uomo colto ancora sul limitare della notte, che non parla, ma è uscito per camminare e l'alba lo soprenderà da solo in mezzo al nulla, alla fine del mondo. Le parole sfumano e la musica continua fino a finire il disco. Geniale! Degno di un racconto morale di Raymond Carver. Geniale e glaciale. Molto affascinante, ma si sa, il mondo di Dylan è pieno di fascino, metafore, segni e segnali, così stratificati che solo più esegeti messi insieme riescono a coglierli tutti. A me resta il piacere. Senza filtro. Pieno. Ricco. Di un disco per l'evo moderno.

Ps: la Limited edition è in cartonato pesante, formato libretto e porta, oltre al cd, un dvd con quattro brani inediti: "Blood in my eyes", "Love sick", "Things have changed" (la canzone con cui ha vinto l'Oscar, tratta da "Wonder Boy") e "Cold Irons Bound". Se il clima sonoro non cambia granché, resta da seguire con attenzione i filmati. Il primo, "Blood in my eyes" è un vero video che vede Dylan, con il caratteristico cilindro, immortalato anche in copertina di "World gone wrong", alle prese con i suoi fans (un Dylan svagato che si diverte anche a fare il giocoliere con le tre palle).

"Love sick"
è una versione dal vivo in un studio televisivo, da segnalare per un pezzo di solista di Dylan alla chitarra elettrica da applauso. "Things have changed" è un altro video che vede Dylan tra la folla in un bar, poi sotto la neve, poi a colloquio con Tobey McGuire, il futuro Spiderman, in questo caso ancora "Wonder boy", in una continua sovrapposizione tra le parte di Michael Douglas nel film e il ruolo di Dylan. Infine "Cold irons bound" ancora dal vivo in studio, pezzo grintoso, forse anche troppo, e un po' estraneo al mood globale del disco. Insomma, quattro video e, tra loro, due chicche. Equo. Lo stesso valore di tutto il disco.

Bob Dylan
"Modern Times"
Columbia Recordsl - 2006
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Ultimo aggiornamento: 03-09-2006

 
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