| Lungo
inverno, lunghe notti: poco sugo senza Cisco
di Leon Ravasi
Troppa
fretta Modena! Troppa davvero. E per dimostrare cosa? Quando finiscono
le lunghe convivenze nei gruppi è normale che chi esca si
precipiti a registrare un disco. Si suppone che siano i brani, i
motivi, le scelte artistiche che erano state un po' coortate o tarpate
nei tempi della militanza nel gruppo. E' molto più difficile
che capiti che il gruppo, che in genere si deve riorganizzare (e
non poco se in un botto solo escono il cantante, il front-man, uno
degli autori più rappresentativi come è il caso di
Cisco per i Modena City Ramblers), che il gruppo, si diceva, corra
a registrare un nuovo disco. Nel caso dei MCR ancora meno si spiega,
perché il notevole "Appunti partigiani" è
solo di un anno e mezzo fa. Il risultato? E' mediocre.
La massima variazione rispetto ai precedenti lavori dei Modena,
fatto salvo il mutamento di formazione, è data dalle quattro
copertine disponibili per simboleggiare le quattro stagioni. Per
il resto "Dopo il lungo inverno" è
un lavoro assolutamente standard: inserti parlati, testi presumibilmente
impegnati, tematiche politico-sociali e grandi ingenuità
al servizio di musiche prevalentemente acustiche, con buone ricerche
di armonie che affondano il loro peregrinare nella storia della
canzone popolare internazionale. Vale a dire un pizzico di Sudamerica,
una spruzzata di Irlanda (ma non troppo), sprazzi di world music
e reminiscenze di ballads che pescano un po' ovunque.
Sgradevole? No, quando mai un disco dei Modena è stato sgradevole?
Ma inutile sì. Siamo tornati ai tempi della grande sbandata
latinoamericana di "Terra e libertà",
quando alla domanda "ma che musica fanno i Modena?" si
poteva tranquillamente rispondere "sono dei compagni che sbagliano".
E allora ancora qui siamo. "Alza il pugno/ Alza il pugno
/ mia dolce rivoluzionaria / Alza il pugno / alza il pugno / non
rinnego la mia vecchia straeda / l'utopia è rimasta / ma
la gente è cambiata / la risposta ora è più
complicata" ("Mia dolce rivoluzionaria").
Se la risposta è più complicata (e lo è) non
è che il modo di affrontarla dei Modena mostri progressi.
Banalità a tempo di combat rock. Ma "Terra e
libertà" era del 1997, qui siamo dieci anni
dopo.
Il
tono, purtroppo resta sempre quello per tutto il disco. Gradevolezza
musicale (commercialità?), innovazioni poche e testi che
sfiorano l'imbarazzante. Se siamo costretti (e siamo costretti,
tutti lo vogliono sapere) a confrontare questo disco a quello di
Cisco, il raffronto è perdente per i vecchi Modena che ora
si presentano con due cantanti: Davide "Dudu"
Morandi, abbastanza anonimo e pacatamente sul solco storico
del gruppo, e Elisabetta "Betty" Vezzani
che, non fosse altro perché è la prima voce femminile
dei Mcr, almeno rappresenta un elemento di novità. Gli altri
Modena sono parte del nucleo storico: "Kaba" Cavazzuti,
Franco D'Aniello, Massimo Ghiacci, "Fry" Moneti e Roberto
Zeno, a cui dal 2003 si è aggiunto Luca
"Gaby" Giacometti. Volessimo proprio specificare,
dal nucleo originario arrivano solo Massimo Ghiacci e Franco D'Aniello.
Cavazzuti girava solo intorno e Roberto Zeno è entrato con
"Riportando tutto a casa".
Oltre a loro, ricca è la serie dei collaboratori: alcuni
si notano e altri meno. Andiamo con ordine: Terry Woods,
ex Pogues, la brass band macedone Original Kocani Orkestar,
Luca “Rudeman” Lombardo, rapper bolognese-catalano,
Massimiliano Fabianelli, fisarmonicista con i Ramblers
in tour lo scorso anno, il quartetto d’archi reggiano Koiné,
il trio di fiati Giardina/Bolognesi/Castagnetti,
il coro delle voci bianche del Teatro Comunale di Modena.
Ne consegue un disco lungo, troppo lungo, frammentato in 19 episodi
tra prologhi, epiloghi e intermezzi che alterna brani di un certo
fascino come "Risamargo" (il
più bello), oppure "Western Union"
con la Kocani Orkestar o la finale e affascinante "Stranger
in Birkenau" e altri pezzi un po' qualunque come
"Il Paese delle Meraviglie"
o "Il treno dei folli" (vecchia,
vecchia, irrimediabilmente vecchia! Non ne possiamo più di
queste ramblers-nenie) o ancora l'iniziale stra-sentita "Dopo
la tempesta", speranzosa e ribelle, ma suonata
e risuonata con abiti diversi dagli stessi Modena almeno cento volte.
Insomma: senza Cisco poco sugo e niente di nuovo sotto il sole.
E se dopo 15 anni e diversi travagli di formazione non si sente
il bisogno di cambiare un poco si fanno sì felici i vecchi
fans, ma difficilmente ci si apre ad altri ascolti. I Ramblers danno
sempre più quell'impressione di un gruppo chiuso su sé
stesso, soddisfatto della propria entropia, di una formula che riempie
i palazzetti ma che gira celibe attorno alle stesse idee musicali
di partenza.
Modena
City Ramblers
"Dopo il lungo inverno"
Mescal - 2006
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aggiornamento: 22-12-2006 |