| Il
Clan è cresciuto e le canzoni stanno diventando adulte. Applausi!
di Giorgio Maimone
Ma
quanto sono cresciuti quelli del Clan Mamacé? Che fossero
bravi lo avevamo capito dal primo disco (“Accordi e disaccordi”),
tanto da premiarli tra i migliori debutti. Ma gli anni passati non
sono passati invano e il secondo disco ce li restituisce ancora
più maturi e saldi nella loro convinzione che si possa cercare
di fare musica d’autore, senza né cedere a compromessi,
né, necessariamente annoiare ed annoiarci. “Senza ricompensa
alcuna” sono dieci canzoni per complessivi 46’53”,
comprensivi di una ghost track che arriva dopo alcuni minuti di
vuoto (un live del “Blues di Babbo Natale”). Quindi
40 minuti di musica utile, quasi come un vecchio 33 giri, diviso
quasi equamente in due facciate di 5 canzoni l’una.
Il Clan Mamacé
proviene dalla zona di Novara ed è costituito da Francesca
Alleva (oboe, corno inglese e cori), Alex Baré
(chitarre e cori), Carlo Boncompagni (basso, chitarra,
tamburelli, sonagli, piano e cori), Stefano Chirio
(Fisarmonica e pianoforte), Simona Marangon (violino
e cori), Davide Stranieri (batteria, percussioni,
cori) e Enrico Vasconi (voce, chitarra e armonica
a bocca). Nel “Blues di Babbo Natale” ospite al clarinetto
Marco Sorge. Autore di tutte le canzoni (musiche
e testi) Carlo Boncompagni, tranne la conclusiva “Se
dal poco” di Enrico Vasconi.
Due le grandi
canzoni del disco: la title track “Senza ricompensa
alcuna” e “La ragazza porcospino”
che, attraverso un susseguirsi di immagini e di frasi musicali dolcemente
poetiche, riescono a creare suggestione e partecipazione. “La
ragazza porcospino” parte con un delicato arpeggio di chitarra
su cui a poco a poco si innestano tutti gli altri strumenti, con
un magnifico gioco di armonica a bocca, doppiata dal violino nel
cantato e dall’oboe nella coda finale, ma soprattutto con
una grande prestazione vocale di Enrico Vasconi, confortato dai
cori degli altri Mamacé. Siamo su strade americane, ma la
canzone è affascinante, delicata e robusta al tempo stesso.
“Senza ricompensa alcuna” ci riporta in Italia, con
ritmica e chitarre morriconiane ed echi ben presenti di musica popolare,
soprattutto nel canto. Un mix mariachi-mondine, da non perdere per
nessun motivo al mondo. Ottima la ritmica che sostiene il gioco
di tutto il brano. Ed è ancora una volta in più curioso
notare come la musica morriconiana abbia fatto tanta breccia quest’estate
tra i nostri più interessanti cantautori: dopo Tessadri e
Sirianni, anche i Clan Mamacé.
Un piccolo
gioiello è anche “Quattro piccole storie”,
che insiste più sui territori della musica popolare, richiamando
magari qualche ricordo degli esperimenti tentati da Bubola con De
André. Violino e fisarmonica sugli scudi in una canzone che
si dilata fino a toccare i 6 minuti di musica con un’interessante
coda strumentale. Piccole piccole e tenere tenere sono le acustiche
“Amore ascolta” e la finale
“Se dal poco”, sempre ottime sotto il
piano musicale, come pure “Valzer per un sorriso”,
dal testo invece poco fluido.
Perché,
in generale, ma non suoni come una critica, i progressi più
consistenti dei Clan Mamacé li abbiamo riscontrati sul fronte
musicale, dove, seguendo strade che possono ricordare in parte i
Sulutumana, in parte i Luf, in parte i Modena City Ramblers e, in
ottima parte il cantautorato internazionale, riescono sempre a creare
quel mix di suoni e ambiente sonoro che inquadra la canzone, oltre
e al di là di quanto possano fare le parole. Intendiamoci,
anche sul piano della scrittura Boncompagni ha fatto notevoli salti
in avanti e, su 10 brani, canzoni deboli non ce ne sono, però,
qua e là, nello scritto qualche ingenuità ancora emerge,
qualche rima che, con tempo, lavoro di lima e di cesello, ripensamenti
e cancellazione, poteva essere fatta quadrare meglio.
Qualche esempio?
“Persino la luce del posto sembrava giocare lui contro”
ha un’inversione che non si giustifica o le rime “voglio,
scoglio, petrolio” un po’ troppo scolastiche e l’intera
“Ricca signora” corre dietro una metrica
che scappa un po’ da tutti i lati ma, tutto sommato sono magagne
da poco: crisi di crescita. Resta un gruppo che manovra ai territori
dove il folk americano si mischia con la melodia italiana e con
lo swing ricco di spruzzatine jazz di “Un’altra
rivoluzione (Povero Robespierre)”, “Intanto
si fa sera” e il “Blues di
Babbo Natale” e che riesce a confezionare un
disco con cui sorvolare (e senza ricompensa alcuna) le terre riarse
della musica d’autore.
Clan
Mamacé
“Senza ricompensa alcuna”
Autoprodotto – 2006
Ai concerti e sul
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aggiornamento: 24-07-2006 |