| Un
concept album sulla morte dell'artista: geniale sberleffo
di Giorgio Maimone
E
poi c'è Caparezza. E questo è un altro film. Sarà
l'età, saranno le ambizioni, sarà un altro tipo di
approccio, ma Caparezza c'entra con la musica e con la musica d'autore.
Il suo ultimo disco "Habemus Capa" è un lavoro
coi fiocchi.
Un concept album sul tema della morte dell'artista Caparezza e della
sua resurrezione, un funerale mediatico officiato secondo i riti
della attuale mediocrità: 19 stazioni attraverso le quali
passano tutte le tappe dell'intolleranza verso "tutta questa
bella gente".
Caparezza ha tiro rock, è un musicista che usa gli strumenti:
le chitarre, il banjo, trombe e tromboni, la batteria acustica e
perfino un'armonica. Caparezza poi non gioca solo coi testi e con
le parole ("Mors mea, tacci tua",
"Torna Catalessi", con abbaiar
di cani sullo sfondo, "Gli insetti del podere",
"Dalla parte del toro", "Ti
giri", dedicata ai Tg "che fan notizie ma
che non han notizie" o "Felici ma trimoni"),
il Capa gioca con se stesso, si fa personaggio, si fa interprete
di razza e fa ridere e pensare quando si inerpica sull'"Inno
verdano" di un "meridionale che vuole vestire
di verde e urlare slogan razzistici contro se stesso": "Imbraccia
il fucil, prepara il cannon, difendi il verdano dai riccioli d'or/
Espelli il negron, inforca il terron e servi il tuo popolo con fulgido
amor".
"Habemus Capa" è un ghigno, è
uno sberleffo, è quella risata che vi seppellirà.
Il Capa non prende parte alle camarille tra rappisti, non fa freestyle,
ossia l'arte degli Master of Cerimonies di improvvisare rime e recitarle
con scioltezza, senza ricorrere a rime già scritte in precedenza,
in cui pare sia maestro Mondo Marcio. Se ne sta per i fatti suoi
a scrivere (belle) canzoni e rime geniali, in un enorme spettacolo
continuato in cui recita se stesso, riuscendo, per paradosso, proprio
lui che recita, a essere il più sincero e il più spontaneo
dei rapper italiani.
Caparezza
"Habemus Capa"
Virgin - 2006
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aggiornamento: 30-12-2005 |