| Un
disco di aria, una ventata di vita: tutta Gianna e il suo grande
cuore
di Giorgio Maimone
C’è
dell’aria nel nuovo disco della Nannini. C’è
molta più aria che nel disco “Aria” di quattro
anni fa. Ci sono melodie che sanno del vento che le ispira e ci
sono archi che solcano veloci le serie infinite di zero e di uno
che trasformano il digitale in suono, quasi vele tese a cogliere
quel respiro, quel battito, quello spirito di vita che si avverte
sotto le canzoni. Gianna Nannini ha sempre potuto unire alle proprie
composizioni un di più che viene dalla sua voce graffiata
e partecipata, da quell’aderenza che si percepisce tra le
cose cantate e le cose vissute.
Anche quando, come in questo caso, Gianna si limita spesso
a essere co-autrice dei brani l’interpretazione restituisce
poi il senso di tutto quanto viene detto come vissuto personale
della stessa Nannini. Tentando un parallelo si potrebbero trovare
in Gianna oggi, alcuni degli accenti che animano l’animo profondamente
turbato di Nada e che consentono alla cantante
di Gabbro di comporre canzone scabre e disidratate ma che contengono
importanti soffi d’anima. Gianna è più solare
di Nada, ma anche dalla sua voce sgocciola su disco una vita intensa
e vissuta con calore.
In questo senso le canzoni della Nannini sono ancora considerabili
“rock”, anche quando sono “lente” (e in
questo disco i lenti “strappacore” non mancano, ma sono
lenti d’effetto). “Grazie”, diciassettesimo
capitolo nell’arco di 30 anni della lunga discografia della
cantante senese, è un disco “collettivo”, dietro
al quale riconosciamo tante mani che contribuiscono a edificare
una suite in 10 brani, per una durata complessiva da vecchio vinile
(41’41”), sulla necessità del vivere ora.
Malessere e benessere. Sofferenze e piaceri. Inconcludenza e decisioni.
Perché un’altra caratteristica di Gianna è di
essere indiscutibilmente “qui e ora”, una teorica e
una cantatrice dell’ hic et nunc fenomenologico. Le sue canzoni
non sono fatte di pietra e non vengono da lontano: sono prodotti
dell’oggi con quel tanto di elettronico e di plastica che
all’oggi complete; sono brani calati nella realtà oggettuale
di un presente che ci scappa, ma a cui Gianna, all’alba dei
50 anni che compirà nel mese di giugno, non si sottrae.
Viaggiatrice dei nostri tempi avventurati, dei nostri spazi metropolitani,
epico rapsodo (proprio nel senso etimologico di “cucitore
di canti”) di conflitti dell’essere così milanesi
da essere improbabili in una senese, per quanto inurbata ormai da
lunga pezza. E se ieri cantava di “Porta Ticinese”
oggi cita la milanesissima “Stazione Nord”,
mentre altre canzoni hanno dentro il suono dell’acciottolato
che fa il pavé, lo sferragliare dei tram o l’inquietudine
dei cieli quando sono improbabilmente tersi in Lombardia.
Un disco collettivo si diceva: Pacifico compare
ai testi in due brani (il singolo “Sei nell’anima”
e l’unico brano non composto dalla Nannini, “Le
carezze”), Will Malone è
in ogni dove: produttore, arrangiatore degli archi, strumentista
(archi e piano), autore (“Le carezze”) e co-autore delle
musiche (“Possiamo sempre”
e “L’abbandono”), Fausto
Mesolella suona da par suo la chitarra in tre brani, mentre
la pianista classica armena Ani Martirosyan fornisce
la base per la conclusiva “Alla fine”
e, per chiudere con le illustri collaborazioni Isabella
Santacroce, nota scrittrice, che figura come co-autrice
dei testi in quattro brani.
Testi
che stanno sempre in piedi, grazie anche a Santacroce e Pacifico
(che scrive meglio qui che nel suo disco solista) e che propongono
piccole gemme qua e là, come: “vado punto e a capo
così / spegnerò le luci e da qui sparirai / ... /
siamo carne e fiato” (“Sei nell’anima”)
oppure “Possiamo sempre far l’amore come comanda
dio” (“Possiamo sempre”)
o ancora “Scaldiamo questa primavera / con il fuoco che
sei bruciami ancora” (“L’abbandono”)
o ancora “Lasciami il tuo silenzio / spegni la voce /
le luci accese / grazie” (“Grazie”)
o “Ho preso il treno lasciando il nostro addio / sulle
tue labbra al posto mio” (“Treno bis”)
o infine “Davanti a me si perde il mare / io sto con te
senza lacrime / tu come fai a darti pace / in questa immensità,
in questa solitudine / Alla fine dell’Italia un bacio fa rumore”
(“Alla fine”).
Tante mani, ma alcune sono di ritorno a fianco di Gianna: Isabella
Santacroce infatti aveva già collaborato ai testi di “Aria”,
Wil Malone (già collaboratore di Verve, Depeche Mode, Massive
Attacks) invece viene da più lontano, perché aveva
collaborato con la Nannini ai tempi di “Cuore”
(1998). Tra i singoli brani colpiscono già da un primo ascolto
“Treno bis”, “Le carezze” e
“Alla fine”, oltre alla title track e
al singolo di apertura. C’è poi “Babbino
caro”, dove Gianna, complice una grave malattia,
fa i conti col difficile rapporto col padre (“meno male
che l’ho scritta. Così è rimasto in vita”)
o ancora “Mi fai incazzare”
dove, senza peli sulla lingua, si parla di un rapporto d’amore
che “mi fa tremare l’Africa”. Una volta
era l’America, ma sempre di sesso femminile si sta parlando.
E i sottili brividi di amor saffico percorrono sia questa canzone
che altri passaggi, dove il sesso del deuteragonista non è
mai specificato.
Tutto concorre a fare di “Grazie” un
disco di ampio respiro, da non seppellire sotto una valanga di cd
dell’inutilità, ma da tenersi stretto, pronunciando
a nostra volta, a bassa voce “grazie”.
Gianna
Nannini
"Grazie"
Universal - 2006
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aggiornamento: 15-02-2006 |