| Poesie,
racconti e musica. Le parole di Bubola valgono oro
di Leon Ravasi
Ma
che bello! Peccato che ne facciano pochi di dischi così.
E peccato ulteriore, credo che non ne vendano neanche molti. Ma
quando capita di incespicarci dentro, il piacere è tanto
e, almeno in questo caso, aumenta di volta in volta. Devo ammetterlo
di essere sensibili al tema degli artisti che trattano e considerano
di pari livello i poeti. Devo anche ammettere di non condividere
le scontrosità eccessive di De Gregori, quando con tutta
la forza nega di appartenere alla categoria poeti, perché
trattasi di persone che fanno differenti mestiere. "Trattasi
di canzonette"? Ma a volte le canzonette non ci sono. Ci sono
delle poesia, dei racconti, delle parole messe in ordine, in prosa
o in poesia, come in questo caso. E, se si è proprio fortunati,
a volte le parole sono accompagnati a musica.
Qual
è il difetto? Nessuno. Qual è il problema? Ancora
nessuno. Tutto quanto piace e convince. Massimo Bubola con il fido
Michele Gazich ha messo in piedi un prodotto prezioso. Volutamente
non per tutti, ma prezioso. E' meglio che chi si avvicini a questi
oggetti sappia con cosa ha a che fare. E allora va benissimo lo
strillo in copertina, un cartello giallo con su una scritta nera,
che avvisa: "Otto poesie, tre lettere musicate, due canzoni
e un raconto irlandese" e aggiunge, di fianco, "Edizione
limitata". Che non è come dire "spicciatevi sennò
le copie finiscono", ma un mettere in guardia dal fatto che
non sia esattamente un nuovo disco di Bubola. Rischio che non si
corre, in realtà, perché il disco ha il formato e
le caratteristiche di un libro, quale in effetti è. Uno di
quei prodotti (gli altri, più immediati, sono le ultime uscite
dei Luf) che non si sa esattamente sotto quali voci classificare.
Sono libri e sono dischi. Partecipano dell'uno e dell'altro.
In quanto libro la scommessa è vinta: poche pagine ma dense:
belle fotografie, testi puntuali, ottima impaginazione. Solo 37
pagine ma d'autore. La direzione artistica è di Bubola e
Gazich, le foto di Daniele Savaino, Alice Bettolo, Erika
Ardemagni e degli stessi Bubola e Gazich. Per farla breve
partiamo dalle canzoni: due e tutte e due già edite, ma non
nella versione di Bubola. "Sotto un cielo così"
era un brano prestato alla Morblus Band di Roberto
Morbioli per il loro disco d'esordio, prodotto dallo stesso
Bubola. Canta Massimo con il background musicale della Morblus Band.
La versione è incisiva, ma sullo stesso solco già
tracciato dalla Morblus Band, molto scura, cantata con voce molto
bassa (esageratamente?) a scapito della grinta che pure ci starebbe.
Sostanzialmente non aggiunge nulla. La canzone era e resta bella.
L'altra canzone
è "I venti del cuore",
in precedenza eseguita da Fiorella Mannoia e con
la musica composta da Piero Fabrizi (solo il testo
è di Massimo Bubola) e in questo caso, ovviamente, il cambio
si nota di più. Con Massimo (chitarra e voce), suonano Michele
Gazich (violino e farfisa), Alessandro Formenti
(basso) e Joe Damiani (batteria). Fascinosa la
canzone lo era anche prima, ma non ci perde nel passaggio da Fiorella
a Massimo e questo può già essere ritenuto un grande
risultato.
Abbiamo lasciato per ultime le poesie, perché in realtà
sono il momento più bello e più profondo dell'opera.
Suonano Bubola (chitarre acustiche ed elettriche, armonica, basso
elettrico e percussioni), Michele Gazich (violino, viola, organo
Hammond, flauto) e Roberto Cetoli (organo Hammond,
pianoforte, basso elettrico). Indimenticabile la title track "Neve
sugli aranci": "neve sulle rotaie /
sui paesi da presepe là davanti / neve sugli aranci // Neve
sulle cupole rosse di San Giovanni / sulle statue nere dei Santi
/ neve sugli aranci", con un accompagnamento di grande
delicatezza e spessore insieme. La si ascola coi brividi. Ottima
anche la resa recitativa di Massimo. "L'uno e l'altro"
è invece un po' una storia non risolta: una continua contrapposizione
tra due individui o tra due facce dello stesso individuo, ma di
cui alla fine non si ha una soluzione, solo un'andare sfumando della
poesia, espediente tecnico più adatto a una canzone che a
una poesia.
"Massimo dì le tue preghiere"
è una lunga poesia, con un delicato accompagnamento di piano.
Ricordi d'infanzia (cerobottane, aeroplanini, le matite Superacobaleno).
Frase dubbia: "chi ci asciuga con la lingua le narici".
Frase forte: "nel nostro grande letto / l'unica cosa che
non avremmo mai venduto / e che piangiamo / inconsolati / ancora".
Gran bel finale, commovente.Di piglio più rock la musica
che accompagna le poesie successive: "Elegia per
l'uomo con il lungo cappotto nero" (dedicata
verosimilmentea Johnny Cash), la breve"Tiepidi
& obliqui" e "Ora mi arriva
il vento", forse necessaria per rinsanguare una
materia più esangue. Da notarsi la rime "chitarra/scimitarra"
nella prima e le frasi "settembre / cosparge di chiodi
a tre punte / la via maestra/ tra le narici e il cuore"
e "impiastricciato / il collo / la nuca / il viso / muco
/ saliva di rondini / tre le alghe / del tuo ventre" della
terza, che mi sembrano veramente eccessive anche per un rimare libero
e sciolto.
Meglio il "lento", inteso in senso musicale,"Il
letto ruotante sulla Majella" ricco di immagini
suggestive e di frasi ben costruite. L'atteggiamento di Bubola è
spesso fotografico-descrittivo, come una sorta di Ansel Adams tradotto
in parole e costruito con le frasi artefatte della poesia. L'effetto
arriva bene e arriva sicuro. "Tempi migliori",
la nona poesia, è un altro punto forte del recitar-suonando
di Bubola e Gazich: "Abbiamo conosciuto tempi migliori
/ bevuto neve, vino, psichedelici liquori / letto con le candele
e dormito tra le betulle / abbracciato lenzuola come fossero fanciulle".
Ottima. Delicata, ma intensa. Come tutte le volte che si tira in
ballo la memoria. Ma questa poesia funziona. Finisce un po' brusca,
ma funziona.
Seguono due lettere musicate: "Stai in guardia",
breve ed ermetica e"Appunti sul traghetto Olbia
Livorno". Nella prima vale ricordare la citazione
della foresta del Magico Alverman (telefilm della Tv dei ragazzi
degli anni '60), la seconda funziona molto bene e ancora una volta
salta fuori l'attitudine fotografica di Bubola, per questi bianchi
e neri folgoranti, che richiamano la tecnica americana. Chiude la
parte parlata "Lettera sulle parole".
Il "racconto irlandese", molto breve invero, resta invece
solo sul libro. In questo modo Bubola, che in fin dei conti è
un autoprodotto, seppure di lusso, persegue la strada di non lasciare
mai un anno "buco" di nuove produzioni. Ma finché
i risultati sono questi, ben vengano!
Insomma sono 40 minuti tirati di parole e voce che non annoiano.
Non sempre tutto corre fluido, c'è un eccessivo interesse
per le narici e secrezioni affini e un richiamo insistito a figure
anni '60 come il Sor Pampurio del Corriere dei Piccoli, ma sono
piccolezze davvero. Resta un lavoro valido e coraggioso, più
convincente dell'escursione estrema precedente, che aveva trasportato
i canti degli alpini in pieno west ("Quel lungo treno")
in un'operazione, a mio parere, troppo ardita, per quanto suggestiva.
Qui restiamo ai margini dei canoni, ma con tanto di cappello per
l'idea e la realizzazione.
Massimo
Bubola
"Neve sugli aranci"
Echer Music - 2006
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aggiornamento: 12-08-2006 |