Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
Le BiELLE RECENSIONI
Ivano Fossati: "L'arcangelo"

Energia e semplicità. Sporcandosi le mani
di Silvano Rubino

Difficile fare l’altra campana rispetto a una stroncatura così senza appello. Tuttavia ci provo. Partendo da un presupposto: concordo sul fatto che il periodo di grazia di Ivano Fossati coincida con gli anni ’90, un periodo di grazia sfociato in un capolavoro come il doppio live di Cremona e con la collaborazione con Fabrizio De André (contemporanea all’uscita di un disco bellissimo come Macramè).

Cosa è seguito: un album denso, ambizioso e spesso oscuro (quando non verboso) come “La disciplina della terra”. Dopo, come una sorta di catarsi purificatrice, un disco interamente strumentale “Not one word”. E’ lì la cesura, la discontinuità. Con “Lampo viaggiatore” Fossati sembrava aver recuperato un rapporto nuovo con la parola, un rinnovato gusto della leggerezza, dell’immediatezza. Sia nei testi che nelle musiche. Tanto che qualcuno aveva definito quel disco “un divertissment”. Invece l’arrivo dell’”Arcangelo” dimostra che si trattava non di un’eccezione, di una svirgolata, ma di un percorso costruito e consapevole. Che può spiazzare, che si espone a rischi enormi (anche di stroncature...) ma che è un percorso.

La semplificazione, nell’”Arcangelo”, è la nota dominante. Nei testi, che arrivano subito al dunque, nelle melodie, negli arrangiamenti. Fossati si rimbocca le maniche, scende dal Parnaso e si sporca le mani, calandosi nella realtà e parla di guerra (“Ho sognato una strada”) di gay (“Denny”), di politica (“Cara democrazia”), di migranti (“L’argcangelo”, conclusione di un’ideale trilogia formata da “Mio fratello che guardi il mondo” e “Pane e coraggio”), persino di economia (“La cinese”). Lo fa usando un linguaggio semplice. Che raramente (qualche volta sì, devo ammetterlo...) cade nella sciatteria. Lo fa rivestendo il tutto di un sound molto energetico, tornando al suo vecchio amore, il rock. Anche qua: semplificazione assoluta, chitarra, basso, batteria, hammond. Un ritorno al passato che a volte sa addirittura di retrò (con addirittura qualche assolo di sax!), ma che pare una scelta assolutamente consapevole e perseguita. Ora: che si possano preferire le rarefatissime atmosfere della “Pianta del tè”, con le arpe celtiche, i fiati di Mario Arcari, è legittimo (noi le preferiamo). Ma poi non si sarebbe finiti col dire che Fossati fa sempre lo stesso disco?

Diverso Parere
Leon Ravasi
Antonio Piccolo
Canzone per canzone

Insomma, io non posso non stimare chi prova a rinnovarsi, magari anche a spiazzare. Poi c’è da dire che Fossati mi piace praticamente sempre, è uno di quegli artisti sui quali faccio fatica a essere obiettivo. Però riconosco che dentro questo disco ci sono cose più riuscite, altre meno. Che non finirà tra i suoi capolavori. Ma che comunque è un disco di Ivano Fossati e la zampata del genio la si sente.

“Ho sognato una strada” introduce subito nel clima: è una bella canzone rock, schitarrata e pacifista. Come dire: signori, questo disco mi andava di farlo così. Prendere o lasciare. Anche l’uso della voce sembra quello del Fossati di un quarto di secolo fa. “Denny” è una delicatissima canzone su un amore omosessuale. Un amore, per di più, non da alte sfere sociali, ma ambientato tra gente che lavora (“c’è il capo al cancello/che aspetta/Un’altra sigaretta/ poi vado/ E lui di carto nonsa / E di certo non capisce / Lui non vede l’amore e nemmeno lo intuisce)”. Poi “Cara democrazia”: a me non fa impazzire, ma non ci vedo qualunquismo. C’è più uno sfogo su un sistema amato, ma così imperfetto da produrre (per esempio) un Berlusconi quinquennale... “L’amore fa...”: e va bene, questo è un testo scritto un po’ con la mano sinistra, forse non se ne sentiva il bisogno.

Però mica si può stare sempre lì accigliati e pensosi, no?. “L’arcangelo” è un bel canto della migrazione, come dicevamo, tema che Fossati ha caro e sa cantare senza retorica: qua il tappeto musicale è latino, con una chitarra santaneggiante. “Il battito” è un piccolo gioiello, il testo più denso del disco, la musica più raffinata (per quanto sempre essenziale). Una deliziosa contraddizione: un testo che rivendica il diritto a “parole poco chiare/ quelli che gli italiani non amano capire”, dentro un disco che invece sceglie la semplicità assoluta... “La cinese” è un tentativo quasi gaberiano di satira socio-economica: riuscito? Mica tanto, anche se resta un brano piacevole... “Baci e saluti” è la più classica delle ballate fossatiane, “Reunion” un cha cha cha delicato e ironico, “Aspettare stanca” un telegramma sotto forma di canzone, malinconico e sincopato. Si chiude con “Pianissimo”, quindi in sordina, abbassando il volume rispetto all’energia sprigionata sino ad ora, secondo canoni più vicini al percorso più recente dell’Ivano nazionale: “e mai nessuna/ nostalgia / mai più nessuna / nostalgia”. Nemmeno del Fossati anni '90, aggiungeremo noi...



Ivano Fossati
"L'arcangelo"

Sony - 2006
In tutti i negozi di dischi

Ascolti collegati

Ultimo aggiornamento: 16-02-2006

HOME