| Ispirazione
a zero, spazio alla prosopopea: la parabola finale del cantautore
di Leon Ravasi
Così,
d'amblé, mi vengono in mente almeno dieci cose che farei
più volentieri che scrivere la recensione dell'ultimo disco
di Ivano Fossati. In ordine sparso: prendermi un whisky, mangiare
un gelato, grattarmi, leggere qualche pagina in più di "Nel
paese di Tolintelsac", magnifico libro di Cristiano Cavina,
fare l'amore, tagliare una fetta di salame, telefonare alla mia
mamma, prepararmi un caffè, fare la doccia, suonare la chitarra,
ascoltare il disco di Francesco
Sullo. Tutto pur di non fare questa recensione. Che sarà
una stroncatura. Perché tutto si può accettare in
musica tranne la malafede di chi fa prodottini pop e cerca di venderci
il nuovo credo. E ancora più fastidio danno i peana servili
della stampa asservita.
Ivano
Fossati ha fatto un brutto disco. Dov'è la novità?
Sono dieci anni che non ne fa più uno bello! L'ultimo è
stato "Macramè" e correva stancamente il 1996.
Ne è seguito un lavoro incompiuto, per quanto rigoroso, come
"La disciplina della terra" poi quel divertissement di
un 50enne appagato che è "Lampo viaggiatore", quindi
un "Tour acustico" di livida presunzione e di rara inutilità
e infine questo: il più brutto. Fossati non ha più
niente da dire e lo dice male. Con una manciata di canzoncine senza
sugo, destinate a un rapidissimo anonimato. Ma soprattutto lo fa
ricorrendo a tutto il bric-a-brac di chi svuota le soffitte e ricorre
ad angeli, dio, arcangeli, preghiere, così sia e luci da
accendere... per la serie "non so proprio più a che
santo votarmi". D'altra parte ce l'aveva anticipato "né
di desta, né di sinistra" e ora affonda: "la classe
operaia nemmeno me la ricordo". Peccato per lui. Peccato per
noi. Ci dimenticheremo di Fossati più in fretta di quanto
ci sia mai capitato di accorgerci che sia esistito.
Cosa
non va in questo disco? Tutto. Le parole, le musiche, gli arrangiamenti.
Per tacere della copertina, che pare messa in piedi da un grafico
improvvisato che ha cercato di citare Muybridge e i suoi studi fotografici
di fine '800 sul movimento. Peccato che di movimento qui non ce
ne sia: né in senso fisico, né in quello figurato.
Più tollerabile ascoltare il cantore dei suoi felici 50 anni
innamorati di "Lampo" che il misantropo
inacidito di "Arcangelo". Una parabola
gaberiana? No. Perché Fossati non tocca né i vertici
di Gaber, né gli inferi. D'altra parte si può anche
considerare che Fossati fino al 1984 è stato un bravo cantante
ed autore pop, poi ha avuto un decennio di splendida ispirazione
con capolavori a distesa, culminata nella collaborazione con De
André per "Anime salve"
e quindi, di gradino in gradino, siamo tornati al pop.
Ma fosse solo pop sarebbe niente. Esiste del pop assolutamente degno.
Forse facile, ma divertente, memorizzabile, frizzante. E' vero che
anche in questo lavoro fatto in fretta e con la mano sinistra, tre
o quattro graffi Fossati li inserisce, ma in mezzo a testi imbarazzanti
come "La cinese" o "L'amore
fa", ad arrangiamenti così anni '70 che nessuno
ormai fa più (abbandonare Quirici non è
stata una buona idea; Cantarelli e il figlio Claudio non hanno il
passo sicuro come arrangiatori, mentre sostituire musicisti come
Mario Arcari o Francesco Saverio Porciello
con onesti turnisti di sala di incisione non è garanzia di
qualità).
Ma il fastidio maggiore viene dal fatto che il tutto sia mascherato
da "culturame" sdato e fossilizzato: un linguaggio zeppo
di anafore (ripetizione della stessa parola all'inizio della frase)
e di anastrofe (inversione dell'ordine normale delle parole) fino
al fastidio, di apparenti citazioni letterarie, in genere malintese,
di rime forzate e scontate (quando usate). Non ci credete? Ecco
che arrivano gli esempi.
Ma prima una citazione da un libro: "Scrivere con la
voce" di Umberto Fiori, poeta, saggista
ed ex Stormy Six: "Le inversioni poetiche (verdi prati
al posto di prati verdi) frusto espediente di cui i parolieri abusano.
Proprio come il carabiniere il paroliere si sente tenuto nell'esercizio
delle sue funzioni a esprimersi in una lingua di serie A, un poetese
sempre disponibile. La poesia agli occhi della canzone è
quasi sempre sentimento (quasi solo amore e i suoi derivati), poi
capacità di creare immagini: ma è soprattutto un lessico
scelto e un'ordine inconseuto delle parole. L'inversione poetica
dell'ordine sintattico ordinario è quasi un tic nella pratica
del paroliere italiano che non dice mai "i tuoi occhi",
ma "gli occhi tuoi".I cantautori danno spesso l'impressione
di fingere di copiare delle poesie che non hanno mai letto".
Fin qui Umberto Fiori. E mai parole sembrarono scritte più
a proposito.
"L'amore fa" è una sola
immensa inversione poetica dalla prima parola all'ultima. Poi, girovagando
per i testi troviamo "di storia futura accelerando / Gabriele
scappando" ne "L'arcangelo", "un glaciale
geroglifico" "parole incompensibili / siano le benvenute"
o ancora "Viene di Latinamerica". Tutto
il resto è "tentativo di creare immagini, lessico scelto"
sulla scia, o la deriva, instaurata nella canzone italiana da Paolo
Conte, che però almeno aveva da offrire immagini originali.
Le canzoni possono essere divise in due categorie: usa e getta o
degne di riascolto. Gettiamo subito "Ho sognato
una strada", "Cara Democrazia", "L'amore fa",
"La cinese", "Pianissimo" e "Aspettare
stanca". Diamo altre chance a "Denny",
"L'arcangelo" (con mille dubbi), "Il
battito" (poi ne parleremo), "Baci
e saluti" e "Reunion".
Ma soprattutto mettiamo in risalto che questo è il disco
di un qualunquista, uno che ha saltato il fosso. Fossati c'entra
con la sinistra come la merda col paté. Dice che non darebbe
mai "Cara democrazia" per l'Ulivo? E meno male! Ma che?
C'è qualcuno che ha mai pensato di chiedergliela? Una canzone
di tre-note-tre dove il concetto più elevato è "La
classe operaia nemmeno me la ricordo"? E poi una serie di rime
baciate, ammuffite, già usate, non calibrate in modo tale
da parere casuale ("Così mi sento tradito / o sono
stato ingannato/ mi sento come partito/ e non ancora approdato")
La democrazia è un concetto. E come tale non può tornare
a casa, non può deludere, non può tradire. Ci si crede
o no. Fossati non ci crede? Padronissimo. Da questo momento in poi
non si ribelli se gli si dà dell'antidemocratico. L'ha chiesto
lui.
Nelle pietose interviste del dopo presentazione con affanno il cantore
di Leivi si è arrampicato sui vetri delle frasi "poco
chiare, quelle che gli italiani non amano capire" per
dire che la democrazia è un sistema imperfetto, ma è
il migliore che abbiamo: "cara gemma imperfetta / equazione
sbagliata / non scritta e mai corretta". Sul fatto che
non si sia mai scritto sulla democrazia posso nutrire seri dubbi.
"Il presupposto della costituzione democratica è
la libertà, tanto che si dice che solo con questa costituzione
è possibile godere della libertà, che si afferma essere
il fine di ogni democrazia. Una delle caratteristiche della libertà
è che le stesse persone in parte siano comandate e in parte
comandino. [...]" questo scriveva Aristotele
ne "La politica" qualche anno fa. Il
concetto espresso da Fossati riecheggia piuttosto quelli dell'uomo
qualunque di Guglielmo Giannini.
Testimone della fretta e della scarsa cura con cui il prodotto è
stato confezionato è questo continuo passare dall'io al noi
all'interno della stessa canzone. Con netta crescita di equivoci
su chi sia "io" e chi siano i "noi". "Così
mi sento tradito ... siamo i ragazzi del coro" oppure
"Dateci parole poco chiare ... voglio una cultura".
Ancora in "Ho sognato una strada" si
dice "Ho sognato una strada che si ferma su un ponte ...
noi si chiedeva la pace" "ci trascinano a fondo ... avrò
sognato troppo a lungo". O in "Arcangelo"
si passa dall'impersonale al personale "Viene di Latinamerica
... un giorno mi chiederai da bere". E pensare che De
André sul passaggio dall'io al noi ci ha costruito un intero
album ("Storia di un impiegato") e il
passaggio era del tutto politico. Qui sembra sciatto e casuale.
E soprattutto non se ne capisce mai il perché: a nome di
chi parla Fossati quando si allarga al noi? Dell'umanità?
Verrebbe da rispolverare il sempre ottimo "Not in my name,
Mr. Fossati!".
Ivano
Fossati
"L'arcangelo"
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aggiornamento: 14-02-2006 |