| Canzoni
che si sporcano le mani, con leggerezza
di Silvano Rubino
Arriviamo
un po’ tardi a recensire l’ultima fatica di Samuele
Bersani. E poco importa, in questo caso, perché è
un disco tutt’altro che usa e getta, che regge benissimo l’invecchiamento,
anzi, forse ci guadagna in sapori e sentori.
Samuele va avanti per la sua strada. Che è quella di fare
il cantautore, intendendo con questo di fare canzoni che si sporcano
le mani, immergendosi nella realtà (l’Aldiquà
del titolo, appunto), senza paura, con un bell’atteggiamento
di sfida e di consapevolezza. “Sono cresciuto con De André,
Conte, Battiato, Dalla, De Gregori, Battisti. Rino Gaetano l’ho
scoperto dopo”, ha detto in un’intervista alla Stampa
a maggio. “A Fossati la parola cantautore oggi fa ‘senso’?
È più grande di me, evidentemente si è stancato,
ma io sono felicissimo di essere cantautore. Era il mio sogno. E
non è un genere in crisi”. Cantautore sempre più
sicuro nella scrittura, nel suo stile ironico, paradossale, refrattario
alla banalità e alla retorica, nel suo sguardo capace di
cogliere dettagli che illuminano il tutto, nel suo minimalismo sentimentale.
Insomma, la vogliamo smettere di chiamarlo una “giovane promessa”?
Forse è
la precarietà il filo che unisce le dieci canzoni di questo
disco. La precarietà dell’insegnante eterno supplente
protagonista di “Sicuro precariato”,
ma anche quella dei sentimenti. Su questa si apre il disco, con
“Lascia stare”, malinconia
trattenuta, su un tappeto soffice di chitarre e archi. Poi c’è
“Occhiali rotti”, il brano
dedicato a Enzo Baldoni: un incontro felice, quello con Enzo, che
nasce da sensibilità vicine (“Mi sono letto il
suo blog e ho trovato il mio stesso gusto di raccontare con ironia
il dramma”, spiega proprio Samuele) e che quindi non
poteva che portare a un grande risultato. Rubo la definizione ad
Andrea Scanzi: “Cinque minuti di rispetto e di grazia.
Parole nobili e musica quasi allegra”. L’allegria
del sorriso di Enzo, che aveva leggerezza da vendere, anche in pieno
inferno.
“La
soggettiva del pollo arrosto” appartiene alla
vena più surreale e satirica di Samuele, che sbertuccia le
nostre paure di precari globalizzati, tra influenze aviarie e invasioni
di insegne cinesi. Precari, si diceva, spesso indecisi, o meglio
indifferenti al mondo che ci circonda (e alla politica) con colpa.
In altre parole “Lo scrutatore non votante”,
il corrosivo singolo che aveva anticipato il cd (prima delle elezioni...).
Di “Sicuro precariato” abbiamo già detto: contiene
un verso che è un po’ la chiave di lettura dell’intero
disco “Io sono un portatore sano di sicuro precariato/ e anche
nel privato resto in prova”.
“Una
delirante poesia” parla di corsi e ricorsi nelle
vite e negli amori e apre il trio delle migliori canzoni del disco.
La successiva, “Maciste”, è scritta con Pacifico
(autore delle musiche) e recupera la vena più immaginifica
e scanzonata di Bersani: orecchiabile e allegra, ma non disimpegnata.
“Come due somari” è
un gioiellino, costruito con la complicità di un grande come
Armando Corsi. Intarsi di chitarre magiche, voce
e poco più. Un testo intenso. Lo preferiamo così,
Samuele, piuttosto che quando prosegue sulla strada degli arrangiamenti
pop/rock (a volte con batterie eccessivamente invadenti). Lui sostiene
di aver scritto prima le musiche e poi le parole (le prime sono
quasi sempre collaborazioni con Roberto Guarino, Tony Puja, oltreché
con i già citati Pacifico e Corsi). Però, se per i
testi la maturità mi pare raggiunta e già da un pezzo,
su musiche e arrangiamenti mi sarebbe piaciuto trovare scelte più
coraggiose, strade meno battute, in tutto il disco e non solo in
qualche episodio.
“Il
maratoneta” è la canzone più debole
del disco, poco ispirata sul fronte del testo e, appunto, molto
convenzionale negli arrangiamenti. Chiusura intimista, con archi
e chitarre, “Sogni”, arricchita
di un saggio di cultura orale, un monologo in romagnolo di Benito,
un signore settantenne di Cattolica che racconta la storia di Lino
detto “Baratle”. A Lino (“una
sorta di matto del paese, ma non era per niente fatto”),
al poeta Raffaello Baldini (“il De André
della poesia romagnola”) e a Enzo Baldoni
è dedicato il disco.
Da ascoltare e riascoltare, ripensando al sorriso e alla bella leggerezza
di Enzo Baldoni.
Samuele
Bersani
"L’Aldiqua"
Sony Bmg- 2006
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aggiornamento: 20-09-2006 |