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Le canzoni di "Amara terra mia"

di Lucia Carenini
"Amara Terra mia" è la trasposizione su cd di uno spettacolo di teatro canzone sul tema delle migrazioni del corpo e dell'anima.In quanto tale, costituisce un corpo unico, difficilmente scindibile nelle sue componenti che, a complicare ulteriormente le cose, sono costituite da canzoni e letture che si intrecciano. Abbiamo comunque voluto provare a giocare al consueto gioco delle preferenze e per esprimere le nostre valutazioni, che in questo caso sono moti dell'anima, trattandosi dei Radiodervish abbiamo deciso di utilizzare i Dervisci.

Quindi 5 dervisci è il massimo del giudizio e un derviscio il minimo. Ribadiamo che sono giudizi del tutto personali che non inficiano in alcun modo il lavoro dei Radiodervish né vogliono essere cosiderati valori universali.
Franco Battiato, da sempre amico ed estimatore della band, ha voluto prestare la sua collaborazione artistica arrangiando le musiche di Franco Battiato, da sempre amico ed estimatore della band, ha voluto prestare la sua collaborazione artistica arrangiando le musiche di Amara Terra Mia e Tu si na cosa grande. Due canzoni storiche di Domenico Modugno che, in chiave Radiodervish, accomunano in tema di migrazione il sud Italia di Michele Baccaro e il Medio Oriente da cui proviene Nabil Salameh, libanese di origine palestinese. I due brani hanno il posto d’onore all'interno del disco. Amara Terra Mia, in particolare, è presente in triplice copia: nella registrazione tratta dallo spettacolo, in versione studio a chiusa di “Io vittima del cpt” e, nel dvd allegato, in traccia video con la regia di Franco Battiato.

"Amara terra mia"

Amara terra mia - e non a caso dà il titolo allo spettacolo - è la chiave di volta dell'intero profetto. Gigantesco inizio, geniale l'idea della trasposizione in arabo, ottiene immediato l'effetto voluto, quello di accomunare le storie. Lirico e struggente, con le sottolineature di hammond e fisarmonica e il ritmo batturo dalle percussioni etniche. Quando inizia il canto in arabo, i "nostri" migranti di un tempo altro si trasformano diventando gli altri migranti del tempo nostro. Ma l'essenza è unica, come gli uomini. E tutto questo introduce il concetto di unità e molteplicità altro tema del disco.

La frase: "Cieli infiniti
e volti come pietre/ tra mani incallite/ ormai senza speranza
"

Tu si 'na cosa grande

Tu si ‘na cosa grande è un delicatissimo velo intimista fatto di pianoforte e archi in cui le parole in napoletano si specchiano nella traduzione in arabo, in una sorta di "testo a fronte" emozionale. Come Amara terra mia è cantata in italiano e in arabo, e in quest'ultima versione diventa universale, sottolineando il concetto che l'amore e la sofferenza sono uguali a qualunque latitudine.

La frase: "
Vurria sape' 'na cosa da tè / pecchè cuanno te guardo accussì / si pure tu te siente morì / nom me o dice a nun me fai capì / ma pecchè"

Le stelle

L’esilio del corpo, partito con gli emigranti italiani cantati da Modugno, rivive in un continuum di cicli vichiani con gli emigranti di altri angoli del mondo che nei luoghi di Modugno oggi arrivano. L’intercalare tra le recitazioni di Battiston e la musica viene sottolineato da un tema ricorrente di adagi di violino. Lentamente, arriva la voce... La lettura, tratta da "Nella pietra e nel vento" di Adonis, è struggente, se chiudete gli occhi vedrete colonne di uomini in marcia, a mille latitudini, nel deserto o tra le montagne, stanchi, curvi, ma determinati, alla ricerca di qualcosa di migliore. Disposti ad abbandonare tutto, ad portare i propri figli a morire da un'altra parte. Nella speranza di farli vivere.

La frase: "cammino verso me stesso, quel che verrà a me stesso"

Spirits / Radio Dervish

Quando nascono i piccoli miracoli. Il brano parlato sfuma nel cantato, e il canto diventa proprio il canto di quegli uomini. Arabo e inglese, questa volta, salgono al cielo in un'invocazione comune. Non c'è stacco tra Spirits e Radio Dervish, tutto è collegato, tutto scorre in un unico canto che diventa viaggio e si apre a voler capire, a riflettere, ad ascoltare.
Infine l'applauso. Liberatore.

La frase:
"mangeremo frutti / gireremo in tondo / sotto altre stelle / altre verità"

Io vittima del cpt / Amara terra mia / Belzebù

E' uno dei momenti più toccanti, una storia che ti entra nelle ossa. E nell'anima. Non si parla di cose sconosciute, quello che racconta Sajad lo racconta il telegiornale un giorno sì e uno no. Solo che la maggior parte di noi non ascolta più. E questa volta, il racconto, è in prima persona. E' la dimostrazione che il giornalismo può essere letteratura. Ma cos'è il cpt? Cpt sta per Centro di Permanenza Temporanea degli immigrati. Nello specifico, qui si tratta del Cpt "Regina Pacis" di San Foca (Lecce), una sorta di prigione di Abu Ghraib all'italiana dove chi chiede asilo politico viene maltrattato amaramente. Il dramma è raccontato dalle parole di Sajad, uno studente socialista islamico del Kashmir fuggito perché rischiava l'arresto per aver partecipato ad una manifestazione pacifista, pena 25 anni di carcere. Nella sua storia - raccolta da Giovanna Boursier - Sajad narra del suo viaggio con i trafficanti di uomini. Dal Kashmir al campo di prigionia di Al Tawara in Libia e finalmente al mare per finire a Lampedusa, a Bari e poi “ospite” del Cpt Regina Pacis, quello con i muri imbrattati di sangue. Ma cos’è il Regina Pacis? Basta fare un giro su internet per trovare montagne di dossier e news sconcertanti. Una su tutte è l'arresto del ex direttore, don Cesare Lodeserto, condannato per sequestro di persona, abuso di mezzi di correzione, violenza privata e minacce. Eppure, delle parole che sgorgano di Sajad, don Cesare non era che la persona più garbata di quell’inferno. “alla sera don Cesare portava caramelle e si scusava" si ascolta nell'album. Il racconto sfuma ancora nella canzone di Modugno, straziante, tradotta in arabo, che riesce a riassumere quel che è stato e quel che è, dimostrando che i nostri motivi di ieri sono i loro motivi di oggi, che il nostro dolore di allora è il loro dolore di ora. Solo che sembra che ce ne siamo dimenticati. Ci sarebbe molto da riflettere…
Con Belzebù il canto narra le possibilità che si schiudono alla nostalgia.


La frase: "Non c'è alternativa, ti trovano loro. Te lo chiedono se vuoi partire, ma sanno che lo puoi devi fare. E sei subito prigioniero, come spesso lo eri anche prima".

Una poesia


Siggil
(Adonis)

" Non sono Gilgamesh e nemmeno Ulisse,
non dall'Oriente, dove il tempo è una miniera di polvere,
né dall' Occidente dove il tempo è ferro arrugginito.
Ma dove vado? E cosa farò se dicessi:
" La poesia è il mio Paese e l'Amore il mio cammino".
Così risiedo viaggiando,
Scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento.
Ed ecco la luce!
Non corre più nei passi dei bambini,
Allora perché il Sole ripete il suo volto?
Non scenderai tu pioggia
Per lavare questa volta l'utero della Terra?
La notte.
Lampi di tessuti del tempo, bruciano,
La verità si vela.
La Terra.
Sognami e dì:
"Ovunque io vada,vedrò una poesia abbracciarmi"
Sognami.
Veramente.
E dì allora:
"In ogni poesia vedrò una dimora per me"



Amara terra mia
(Domenico Modugno - Enrica Bonaccorti)

Sole alla valle
e sole alla collina
per le campagne
non c'è più nessuno
Addio addio amore
Io vado via
Amara terra mia
Amara e bella
Cieli infiniti
e volti come pietre
tra mani incallite
ormai senza speranza
Addio Addio Amore
Io vado via
Amara terra Mia
Amara e bella
Tra gli uliveti è nata
già la luna
Un bimbo piange allatta
un seno magro
Addio Addio Amore
Io vado via
Amara Terra mia
Amara e bella.
Amara e bella.

Lettera a un kamikaze

Grattano in profondità le parole e la musica dei Radiodervish. Grattano una crosta che deve sanguinare. Il loro iter personale è un perfetto esempio di convivenza costruttiva, è la dimostrazione che si può vivere insieme mantenendo la propria identità. Basta non lasciarsi andare negli integralismi, basta volersi capire e voler capire l’altro.
Qui entra in gioco il secondo aspetto dell’opera, l’esilio dell’anima. Giuseppe Battiston, legge alcuni stralci di Lettera a un Kamikaze di Khaled Fouad Allam, opera in cui il sociologo usa le parole, simbolo di civiltà, per contrastare la violenza del gesto di chi si uccide per uccidere e per far comprendere al lettore occidentale l’insegnamento della religione islamica che, nella versione autentica della scrittura, non esalta il suicidio, ma piuttosto condanna chiunque versi sangue innocente. L'Islam e il mondo. Ecco il punto cruciale. Riuscirà un portavoce musulmano a pacificare gli animi?

La frase: “Per lunghi mesi ti hanno insegnato fino a scolpirtelo nella mente che Dio sceglie chi deve restituirgli la vita che lui ha dato…ma questi maestri dell’orrore non hanno fatto altro che rubartela la vita, e trasformare il tuo corpo in uno strumento dei loro piani di distruzione. Sono stati abili nel convincerti a toglierti quel soffio di vita…la morte non è mai una vittoria, quando trascina con sé le ombre inquiete della nostra capacità di capire….Quante volte mi sono chiesto se è perché il dolore del mondo è così grande che la distruzione sembra rappresentare l’unica reazione possibile. E’ perché sono infelici che gli uomini sono così crudeli?… Forse per noi musulmani è venuto il momento di confrontarci di spezzare un lungo silenzio pieno di immani tragedie, do sofferenza, di dolore. Il mondo intorno a noi ci chiede di testimoniare che la violenza non può essere lo strumento per risolvere i conflitti, che la pluralità delle fedi è la traduzione dell’unicità divina perché dio non può mostrarci la sua unicità se non attraverso la molteplicità delle esistenze…”.

Ti protegge

Ancora il violino a fare da intermezzo, da aggancio, da fil rouge che collega i quadri. C'è un uomo disposto a sacrificarsi, a sentire la violenza intorno a sè. Brano tormentato, carico che riflette sull'integralismo islamico e sulle assurde guerre per la pace, citando Al Amiriah, rifugio di Baghdad colpito dalla "pacifica" forza multinazionale durante la guerra del golfo, causando la morte di piu' di mille civili inermi.

Del bene del male

Un'altra delle perle ripescate dal repertorio ormai decennale dei Radiodervish. Qui si parla della parola che talvolta diserta il cuore, e allora il bene e male si confondono e così capita di scopr un po’ di bene nel male e viceversa.

La frase: "Puoi chiamarmi amore mio / per necessità / di un nuovo dolore / se lo vuoi"

Nathan il saggio / Fedeli d'amore / Bombay Salam / L'esigenza

Ebraismo, Islam, Cristianesimo. Qual è la vera fede? Il drammaturgo e saggista tedesco Gotthold Ephraim Lessing nel suo capolavoro del 1779 dedicato al tema della tolleranza, della fraternità e delle affinità tra ebrei, musulmani e cristiani, inventò una parabola morale in stile Mille e una notte. Un saggio ebreo racconta al sultano che gli domanda quale sia l'unica vera religione, di un uomo che aveva tre figli. La tradizione voleva che al figlio più amato venisse donato un anello che portava, oltre al titolo di capo del casato, benedizione e benevolenza. Ma il padre, amando in egual modo i suoi tre figli, non sapeva scegliere. Così chiamò un orafo e fece fabbricare due anelli uguali al suo. Alla sua morte ogni figlio ebbe un anello e cominciò a rivendicare il potere. Ma era impossibile distinguere l'anello originale e nessuno dei tre poteva pensare che il padre l'avesse ingannato. Ebraismo, Islam, Cristianesimo. Qual è la vera fede? Solo il pluralismo può spiegare la molteplicità dell'unità divina. Tra le due parti della lettura, i Radiodervish cantano il fascino del mescolarsi, la ricerca dei punti di contatto, delle fonti comuni a cui attingono le diverse civiltà. Il brano, che utilizza la metafora di due amanti che si uniscono e si distaccano, si ispira alla Bibbia, il libro che trova radici e continuità negli altri libri sacri dell'islam e l'ebraismo che insieme al cristianesimo costituiscono gli elementi di fede dei popoli che vivono sulle sponde del Mediterraneo. Il discorso della ricerca continua in Bombay Salam, sottolineata dal piano, che si fa sentire molto più forte rispetto alla versione originale, anche la voce di Nabil prende più corpo e si staglia, forte e chiara, contro la notte dell'anima. La sezione si conclude con l'esigenza, delicata e sensuale canzone d'amore in cui si ripropone ancora il tema dell'unione e della divisione.
Le frasi: "I miei occhi sono un davanzale / che si affaccia su questo stagno di miserie"
"Ma se è amore perdonami/ Perché unendo diviso anche il mondo a metà"

I giorni / Centro del mundo

"Ci sono giorni in cui ti senti in esilio, in cui nulla o nessuno riesce a farti tornare in Patria" Così inizia la breve letura da da "Modernizzare stanca", di Franco Cassano. Poi sfuma in Centro del Mundo, la canzone che forse riassume forse meglio di tutte l'essenza dei Radiodervish. La mediterraneità nel vero senso della parola. Italiano, arabo, inglese, francese, spagnolo che si mischiano, si confondono, si sovrappongono e raccontano. L'Italia del sud incontra l'Africa del nord e ne nasce una piccola meraviglia.

Siggil / Taci

Il mistero del'esistenza si nasconde anche nelle giornate più banali che, a tratti, possono mandare luci di vita dei giorni passati, quelli di "uomini e donne con le radici al cielo", come quelle cantate dai Radiodervish in Taci, il nemico t’ascolta. Ma alla fine del viaggio qual è la meta? Dov’è il nostro paese, la nostra dimora? In ogni poesia, risponde Adonis, in Siggil.

I bonus in Dvd
Il dvd contiene il video clip della canzone “Amara Terra Mia”, diretto da Franco Battiato e girato in Salento tra Melpignano e Otranto oltre che una registrazione filmata dal titolo GRAMSCI E L’HASHISH, quinto atto dello spettacolo “Amara terra mia” interpretato dai Radiodervish con Giuseppe Battiston, e registrato l’11 aprile 2005 a Teatro Kismet di Bari.
Se il filmato di Amara Terra Mia firmato da Battiato è il fiore all'occhiello d questo progetto, è impossibile non far caso alla bellezza struggente di Gramsci e l'hashish, dove la bellissima canzone Rosa di Turi ispirata alla Lettera dal Carcere del 1° Luglio 1929 di Gramsci si sposa con Dighidam, pezzo inedito in cui i Radiodervish cantano i dolori dei prigionieri di Dighidam a Baghdad. Per ammazzare il tempo, Gramsci osservava il ciclo delle stagioni e il ravvivarsi di una rosa che dopo la neve sarebbe fiorita, così come, per guardare oltre, i prigionieri a Baghdad usano l'hashish. E continuano a sperare.