| Ovvero
dell'incontro con il buio delle paure
di Vincenzo Greco
Dal
6 ottobre echeggia, per le strade della musica italiana, un nuovo
canto oscuro.
Il suo nome non poteva che essere “Nero”, il suo genitore
all’anagrafe risulta Alessandro Zannier; ma si fa chiamare
Ottodix.
Otto Dix era anche il nome di un pittore tedesco del Novecento,
a cavallo tra espressionismo a dadaismo. L’attribuzione di
questo pseudonimo, ci avverte il sito internet di Ottodix (www.ottodix.it),
è casuale. Ma noi sappiamo che il caso, spesso, genera percorsi
che, seppure non voluti, danno senso alle cose.
E una chiave di lettura dei testi e delle atmosfere di
“Nero” potrebbe ritrovarsi proprio nelle inquietudini
dei primi dipinti di Otto Dix, dove la realtà
è presentata in modo sghembo, sofferto, travagliato.
In più, c’è da considerare che Alessando
Zannier è anche un artista contemporaneo, autore
di numerosi assemblaggi e disegni (www.alessandrozannier.com).
Io credo che “Nero” vada ascoltato
proprio attraverso la chiave di lettura fornita dalla comprensione
artistica. Altrimenti troppo scontato sarebbe il rischio di catalogarlo
come l’ennesimo album nato sulla scorta del linguaggio Depeche
Mode – Massive Attack e, in Italia, della linea tracciata
dalla recente fase elettronica di Garbo (che produce l’album
attraverso la sua etichetta Discipline; il distributore, invece,
è Venus dischi).
Che sono riferimenti sicuramente presenti. Ma non esaustivi.
Ottodix non replica, in modo fine a se stesso, i suoi modelli.
Si inserisce senz’altro nel loro solco, ma ne continua il
percorso a modo suo, sviluppando due temi che, da sempre, hanno
ispirato gli artisti più inquieti: l’amore e la morte
(chi ricorda il verso di Leopardi “Fratelli, a un tempo
stesso, Amore e Morte Ingenerò la sorte”?).
L’album, non a caso, contiene una dedica “all’amore,
alla morte, e alla morte di ogni amore”.
Dicevo della chiave di lettura della comprensione artistica.
L’arte spesso non si manifesta in modo esatto e nitido. Non
basta a sé.
Non c’è l’opera da una parte, e dall’altra
il fruitore. Il rapporto non è a due. Il fruitore entra dentro
l’opera, e viceversa, in modo che si formi un tutt’uno.
Ora, le atmosfere di “Nero” non sono fatte per essere
semplicemente ascoltate, in modo oggettivo e passivo. “Nero”
è un album che, in qualche modo, va vissuto e compenetrato.
L’ascolto passivo renderebbe l’album freddo e non comunicativo.
“Nero”, invece, non è un lavoro freddo, perché
parla delle nostre inquietudini più profonde, come se si
entrasse in una “casa dalle mura sussurranti…dove
i muri mi conoscono da sempre…ogni mobile racconta i miei
momenti”.
Inquietudini che sono il passare inesorabile del tempo (“appesi,
sospesi, ai fili del cosmo siamo tesi”), l’impermanenza
delle cose, l’”urbana solitudine” e i ritmi implacabili
e vacui delle illusioni del moderno (“Ho vissuto la modernità,
la nevrosi delle tangenziali, delle piazze, la vastità, ho
vissuto la velocità” ).
Il suono è elettronico sino al midollo. La voce è
come permeata. Non concede più del dovuto e del necessario.
Non ci sono virtuosismi, per fortuna (né è già
indecorosamente piena gran parte della musica italiana). Tutto è
linearmente tortuoso. L’album non è affatto consolatorio.
Il rischio è che sia ossessivo, nella sua circolarità
oscura: ma è un rischio di cui credo lo stesso Ottodix sia
conscio quando, in una delle canzoni più belle, “Vedova
nera”, dice :”Sparo agli angeli perché
non so più perdere, senza fare vittime”. (Tra
le altre, segnalo anche “Cuore/Coscienza”,
“Ossessione” e “La
clessidra”).
Non è detto, d’altronde, che ogni storia debba avere
un finale buono. In “Nero” non ci sono molti spiragli:
e, quando ci sono, sembrano travolti dalla voglia di fermarsi ad
assaporare la malinconia inquieta del non conosciuto e, quindi,
del tutto possibile.
“Nero” racconta, infatti, momenti di ricerca e di buio.
Si parla di amori finiti, e di come la morte di ogni amore sia quasi
paradigmatica di uno stato, ancora più umano, quasi naturale,
di assenza e di mancanza. La morte di un amore ci fa accorgere di
essere, fondamentalmente, soli e ci fa incontrare le paure.
“Nero” racconta, con ritmo sinuoso e avvolgente, e con
colori introspettivi, questo percorso.
Che è, in definitiva, l’incontro con le proprie paure.
Che, come insegna il buddismo zen, è un passo necessario
per conoscere meglio se stessi. Ogni volta che abbiamo paura, ci
avviciniamo un po’ di più alla verità.
“Nero” non fornisce di certo verità, ma può
essere una buona colonna sonora per rendere l’idea dell’incontro
con le paure. Il passo successivo potrebbe essere proprio quello
verso lo spiraglio e l’elaborazione delle paure stesse. Ma
questo può saperlo solo Ottodix, al quale, per ora, auguriamo
di mantenere coerenza di obiettivi e coraggio di scelte: il suo
percorso non è dei più facili, nell’indistinto
e anonimo magma musicale radiofonico italiano, dove persino le solite
tre parole sole/cuore/amore sono diventate troppe.
Ottodix
"Nero"
Discipline/Venus - 2006
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aggiornamento: 04-10-2006 |