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potrebbe anche chiudere dicendo "non mi è piaciuto"
o "è un brutto libro. Ma non sarebbe giusto. Di sicuro
"Nelle tenebre mi apparve Gesù non è un libro
del tutto riuscito, diseguale, slegato, incerto sul cammino da seguire.
Eppure ha dalla sua una forza, una convinzione e così tante
cose da spiegare che ti costringe a leggerlo fino in fondo, evitandogli
il cestino delle inutilità. E dopo ti porta perfino a ripensarci,
a rivederti certe sequenze, a chiederti il perché di alcune
scelte, a pensare a cosa avresti tolto e su cosa avresti insistito.
Ma allora lo scopo di un libro non è forse stato raggiunto?
La riposta è anfibia: in parte sì e in parte
no. Se aveste poco tempo e doveste leggere un libro solo, il mio
consiglio non cadrebbe su questo libro di Gianfranco Manfredi, di
cui consiglierei a cuor leggero sia "Il piccolo diavolo nero"
(geniale romanzo ambientato a fine '800 tra gli albori del ciclismo
e "la fiaccola dell'anarchia") sia "Una fortuna d'annata"
usciti nel 2001 e nel 2000 sempre per Tropea oppure il remoto "Magia
rossa", edito nella preistoria del 1983 da Feltrinelli.
"Nelle tenebre mi apparve Gesù"
parte già con un titolo faticoso e, fin dall'inizio (il titolo
è la prima frase del libro!) cerca di scavarsi una direzione,
spiazzando il lettore ad ogni cambio (brusco) di scena, anche se
piccoli segnali anticipatori vengono sparsi per il libro. E' una
sorta di cavalcata lunga poco più di un secolo che comincia
con un incontro con Emilio Ghione, attore, regista,
sceneggiatore e produttore del film muto italiano, attivo tra il
1912 e il 1924), prosegue con Eadward Muybridge e Etienne
Maray, precursori a loro modo del cinema, attraverso l'utilizzo
di fotografie in rapida successione (e qui siamo tornati indietro,
a fine ottocento). Restiamo più o meno negli stessi anni
e troviamo il fantasma di Gianfranco Manfredi a colloquio con Carry
A. Nation (la A. sta per Amelia, ma forma anche la frase
"porta una nazione"), la madre del proibizionismo americano.
Brusco salto di tempo e di spazio e ci troviamo nel 1950, nell'allegra
compagnia degli scenaggiatori di "Ai confini della
realtà", ma non abbiamo ancora finito: ci manca
John Holmes, ossia mr. 33 centimetri, re del porno
ai tempi della strage di Wondeland (1981); poi Charles Manson
il mandante della strage di Bel Air del 1969, fino al caso Schlumpf
e al museo dell'automobile di Mulhouse (dagli anni 30 a oggi). Un
bel minestrone nevvero? Difficile orizzontarsi? Eccome! Considerando
peraltro che nel libro vengono poi citati, in ordine sparso, Cesare
Musatti, Ricky Gianco, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Gaber, Ray Bradbury,
Quirino Zangrilli (!). Jimi Hendrix, Mr Natural, Linda "Gola
Profonda" Lovelace e tanti altri.
Ma
non è tutto: il protagonista del libro è uno scrittore
che fatica a scrivere un libro e si trova a dialogare coi fantasmi
della propria mente, decidendosi infine a dare spazio in pagina
proprio a questi fantasmi (e anche qui mi stupisco di come per la
seconda volta in poco tempo, il precedente è Van
De Sfroos, ci si possa imbattere in una trama così simile).
Solo che ... guardiamo da vicino il protagonista (tanto si descrive):
"i miei capelli bianchi e lunghi alla Buffalo Bill, gli
occhialini rotondi alla John Lennon e la maglietta di Emergency",
si chiama Gianfranco, ha una moglie che si chiama
Mirella che si occupa di shiatsu, tai-chi e discipline analoghe,
ha tre figlie: Cora, Elena e Diana. Diana fa la film maker. Gianfranco
nel passato ha scritto sceneggiature di cinema e canzoni, cantandole
con Ricky Gianco, ha fatto una tesi su Jean Jacques Rousseau,
ha lavorato a "Re Nudo" e ha scritto
un libro precedente che si chiama "Magia rossa".
Insomma, non sono cenni sparsi: c'è tutta l'autobiografia
di Gianfranco Manfredi, precisa precisa, punto per punto (manca
forse solo un cenno all'attività di autore e sceneggiatore
di "Magico Vento" e il numero di cellulare
a cui chiamarlo).
Un'esposizione così tanto in prima persona da sembrare strana,
visto che poi la trama non ripercorre la storia di Gianfranco. Ma,
più in generale, una trama fatica a delinearsi. Ci sono questi
spunti, questi toni sospesi tra sogno e vago senso di angoscia,
questi salti temporali così frequenti nell'attività
onirica che viene da chiedere, alla De Gregori "ma dimmi,
sogni spesso le cose che scrivi / oppure le hai inventate solo per
scandalizzare?"
E' una sorta di autobiografia dello scrittore, questa persona sdoppiata,
sempre a cavallo tra il mondo reale che incombe e che preme e il
mondo fantasmatico che gli si agita dentro e che pretende la sua
parte, fino a "scappare" come il latte che bolle e ad
invadere quella parte di mondo che al fantastico non appartiene.
Emblematica una frase, pronunciata nel libro dagli sceneggiatori
di "Ai confini delle realtà",
nel capitolo che più di altri porta avanti questa riflessione
sulla scrittura: "l'importante per uno scrittore è
non smettere mai di pubblicare romanzi, racconti, articoli ... Se
non fai altro che sceneggiature e telefilm, l'industria finisce
per considerarti una puttana al suo servizio. Ma se continui a scrivere
libri, allora ti guardano come un Principe di Terre Lontane".
Chiaro,
no? Eppure in questo pastrocchio intricato, dove ci si trova tutto
e anche di più (comprese analisi su film come "Psyco"
di Hitchcock o "Gola profonda" o "Le
sette facce del dottor Lao" di George Pal,
ma sceneggiato da Charles Beaumont, uno dei personaggi che si incontrano
nel libro) c'è vita e vitamine. C'è cultura, c'è
documentazione, c'è una capacità di scrittura che
non deflette. La trama, è vero, si sfilaccia, ma le singole
storie attirano. E' come se fosse una serie di racconti (e qui ci
siamo di nuovo con il paragone con Van De Sfroos) tenuti assieme
da una cornice che cerca di contenerli. Ma la cornice è friabile,
mentre il racconto regge.
C'è
pure spazio per tutta una serie di considerazioni personali (d'altra
parte, se il racconto è così autobiografico, risulta
anche logico) sulla politica, il proprio passato, le ragazze che
se ne vanno. Capitoli tra i migliori. Ad esempio, da leggere attentamente
"Riflessioni sull'infamia", anche per
capire qualcosa in più sul "come eravamo". Come
pure in "Di nuovo in viaggio" dove si
parla delle occupazioni delle case, delle manifestazioni, degli
scontri con la polizia, prendendo lo spunto per sputare il malcontento
(assolutamente condiviso - Ndr) per la frase becera di Pasolini
sui "celerini figli del popolo e gli studenti figli dei borghesi".
Salvo cadere poco prima nella frase poco bella: "I celerini
spaesati che correvano rinserrati nei loro ridicoli
cappotti". Ridicoli o meno, erano quelli che dovevano
mettersi e non è che noi si fosse molto meno ridicoli di
loro. A trent'anni di distanza dagli scontri di piazza, quel "ridicoli"
mi stona.
Ma, l'abbiamo già detto, è tutto personale, quindi
tutto viscerale. Contradditorio, ma coerente. La frase finale propone
una sintesi: "E le forme, ora oscure, ora rilucenti, che
vediamo immote agli incroci o volteggiare inafferrabili tra le case
e sui tetti, sono fantasmi in attesa. Ciascuno con la sua storia
da raccontare". E Gesù, ma lo immaginavamo anche
prima, non c'entra niente.
Dello
stesso autore:

Gianfranco Manfredi
"Quelli che cantano dentro i dischi" - Battisti,
Mina, Celentano, Jannacci, Milva, Vanoni e altre storie
Coniglio Editore - Pag 263 .- Euro 16,50
Finito di stampare nel novembre 2004
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Gianfranco
Manfredi
"Nelle
tenebre mi apparve Gesù"
Marco Tropea - Pag 220- Euro 15,00
Finito di stampare nell'ottobre 2005
Nelle librerie
Ultimo
aggiornamento il 06-01-2006
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