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BiELLE LIBRI
"Chronicles - Volume 1"
di Bob Dylan

L'uomo che scriveva canzoni forti come tuoni
di Giorgio Maimone

Ho avuto per lungo tempo tra le mani "Chronicles", e prima l'ho lasciato a lungo negli scaffali delle librerie. C'era qualcosa che mi respingeva e mi attirava a un tempo in un libro che, bene o male, era l'autobiografia di Bob Dylan. L'autobiografia è un genere raro nel campo della musica. Fioccano le biografie, ma di autobiografie c'è carenza. Parziali eccezioni in Italia L'album bianco di Franco Fabbri e "Due volte nella vita" di Franz Di Coccio che sono sorte di autobiografia degli Stormy Six e della Pfm. Trattasi di gruppi però. E' difficile parlare obiettivamente di sé in prima persona. Da qui i timori.

Per me Dylan era quello raccontato da Anthony Scaduto o da Robert Shelton. Ma ecco la sorpresa! Il Dylan autobiografico si rivela uno scrittore di qualità. A Bob non interessa raccontare nel dettaglio, procedendo in ordine logico. Preferisce prendere alcuni episodi della sua vita che sono il suo arrivo a New York (ma prima ancora a Minneapolis), i difficili inizi nel mondo della musica e, successivamente, le traversie che hanno portato all'incisione di New Morning e le lunghe session con Daniel Lanois per la registrazione di "Oh Mercy", meraviglioso album che però tanto fluido non è uscito, almeno per Dylan.

Solo poche righe per la scelta del magico pseudonimo. Storia banale: Robert Allen Zimmerman come nome d'arte voleva usare i suoi due nomi, ma poi aveva pensato che Allyn suonava più esotico che Allen (e meno male! Sennò ci saremmo trovati con Woody Allen e Bobby Allen!). Successivamente la lettura di Dylan Thomas suggerì il passaggio da Allyn a Dylan ("suonano quasi uguali")

Cosa emerge da queste Chronicles
volume 1? Una persona di grande cultura, con gli occhi bene aperti sul mondo, una sorta di spugna nei suoi anni giovanili, in fin dei conti non molto dissimile dal personaggio narrato da Scaduto molti anni fa.

Una persona normale, del tutto distante dal luogo comune di superstar: dopo i periodi dei primi grandi successi, il Bob Dylan che si rifugia a Woodstock è una persona che vorrebbe passare la vita con sua moglie e a giocare coi suoi figli, vittima non consenziente della fabbrica del successo. "Sul serio, io non ero niente di più di quello che ero, un musicista folk che aveva scrutato in una nebbia grigia, con occhi accecati di lacrime e aveva composto canzoni fluttuanti in un alone luminoso. Io non ero un predicatore capace di fare miracoli. Ci sarebbe impazzito chiunque". "La tua vita privata è qualcosa che puoi vendere, ma dopo non te la puoi più ricomprare".

Ma ci sono altre perle "dylaniate" sparse per il libro e mi pare giusto citarle, sarà anche perché le parole di Dylan mi hanno sempre emozionato e continuano a farlo anche in questo libro: "Io morivo dalla voglia di incidere un disco, ma non mi sarei mai messo a fare dei 45 giri, quel tipo di canzoni che si sentivano per radio. I cantanti folk, gli artisti jazz e di classica facevano lp, dischi di lunga durata, dove nei solchi stavano un bel numero di pezzi. Erano quelli i dischi che forgiavano un'identità, che faevano pendere la bilancia da una parte, che davano un'idea più completa. Gli lp erano come la forza di gravità. Avevano copertine, fronte e retro, che si potevano guardare per ore"

"Non so esattamente quando mi venne in mente di scrivere canzoni. Anche volendo dare un'idea di come vedevo io il mondo non sarei stato capace di venire fuori con niente di lontanamente paragonabile ai versi delle canzoni folk.Sono cose che accadono per gradi.Non ci si sveglia un bel giorno col bisogno di scrivere canzoni. Non sono le canzoni a venire da te e a farsi invitare a casa. Non è così facile. Bisogna scrivere canzoni che escano dalla norma. Bisogna riferire le stranezze che capitano e che si vedono. Non ho mai diviso le canzoni in "belle" e "brutte", le ho sempre considerate come tipi diverse di belle canzoni".

"Avevo poco in comune, e ne sapevo ancora meno, di una generazione della quale avrei dovuto essere la voce. Me ne ero andato dalla mia città solo dieci anni prima e non stavo facendo da megafono alle opinioni di nesuno. Il mio destino percorreva la sua strada, qualunque cosa la vita gli portasse, e non aveva niente a che fare con l'essere il simbolo di qualche forma di civiltà. Restare fedeli a se stessi era l'unico imperativo. Io ero un cowboy, non un piferaio magico".

"Avrei voluto essere capace di dargli (a Daniel Lanois - Ndr) canzoni come Master of War, Gates of Eden, Hard Rain, ma quelle canzoni erano state scritte in circostanze differenti e le circostanze non si ripetono mai. Non esattamente. Non avrei potuto raggiungere quel tipo di canzoni, né per lui, né per nessun altro. Per poterlo fare bisogna avere potere e dominio sugli spiriti. Una volta l'avevo fatto e una volta era abbastanza. Prima o poi verrà qualcuno che avrà tra le mani lo stesso potere, qualcuno il cui sguardo penetrerà nelle cose, nella verità delle cose e non metaforicamente, ma vedrà davvero, con uno sguardo capace di fondere i metalli, vedrà le cose per quello che sono e le rivelerà per quello che sono, con parole dure e intenzioni spietate".

"Questa non era gente (sta parlando dei rappers, Ice-T, Public Enemy, Run D.M.C. - Ndr) che andasse in giro a darsi delle arie, no, stavano battendo i tamburi fino a romperli, lanciando i loro cavalli oltre la scarpata. Erano tutti poeti e sapevano come stavano le cose. Qualcuno di diverso doveva arrivare prima o poi, qualcuno che aveva conosciuto quel mondo, nato e cresciuto insieme a quel mondo. Qualcuno a cui era saltata la calotta dal cranio ma che era anche radicato nella sua comunità".

Non sono che una serie di citazioni, assolutamente arbitrarie, che però rendono il clima che si respira nel libro. Un libro in cui Dylan non parla male di nessuno (e sì che ne avrebbe l'occasione), ma stila giudizi più che lusinghieri su Joan Baez, Bono, Ray Orbison, John Hammond, Harry Belafonte, Bob Neuwirth, David Crosby e quanti altri personaggi famosi si incontrano in queste pagine. Colpiscono ancora un paio di dettagli: l'amore per la propria moglie (ignorando, almeno così fa nel libro) che nel periodo in questione le mogli di Dylan sono state più di una e la considerazione per le proprie canzoni: la cover che gli è piaciuta di più tra quelle fatte su di lui è "Positively 4th Street" di Johnny Rivers. Inoltre, anche quando elenca i suoi più grandi successi Dylan parla di Mr Tambourine, Hard Rain, Master of War, My Back Pages, Chimes of Freedom, Spanish Harle Incident, ma non nomina mai Blowin' in the wind (l'unica citazione è in bocca a Frank Sinatra Jr).

Alcune curiosità (tra le tante): nel tentativo di fare "smarrire" il ricordo di sé ("Essere famosi è già un lavoro, una cosa a parte" gli disse Tony Curtis), nel periodo dopo l'incidente di moto e il ritiro a Woodstock, Dylan racconta così i suoi passaggi "tattici": "Registrai in fretta un disco che aveva l'apparenza di un country & western feci in modo che avesse un suono ben imbrigliato e addomesticato. I critici musicali non sapevano come giudicarlo" (era "Nashville Skyline"). "Registrai perfino un intero album basato sui racconti di Cechov. I critici pensarono fosse autobiografico" (per quanti sforzi io abbia fatto non sono riuscito a capire quale album di Dylan è ispirato a racconti di Checov - ndr) ."Feci una parte in un film, mi misi stracci da cowboy e andai a cavallo. Credo di essere sempre stato un po' naif" ("Pat Garret e Billy The Kid"). "Quelle canzoni potevano svanire come il fumo di un sigaro, il che mi stava bene. Che i miei dschi vendessero ancora era una cosa che stupiva anche me. Forse tra quei solchi c'erano belle canzoni e frse non ce n'erano, in ogni caso non erano di quelle che ti fanno rimbombare un tremendo tuono in testa. Quelle le conoscevo e sapevo bene che nessna delle nuove apparteneva a quella categoria. Non è che non avessi più talento. E' che non sentivo il vento soffiare a tutta forza. Ascoltavo uno dei provini. Mi sembrava passabile" (sta parlando di "New morning").

Un libro letto con piacere e per piacere, vivendoci dentro e senza potermi sottrarre al dolce obbligo di risentire tutti i dischi dell'ultimo periodo di Dylan. E se non fosse per altro, già solo per questo "Chronicles" varrebbe oro. Ora restiamo in attesa del volume 2, sperando che ci parli anche del periodo in cui le canzoni gli "rombavano dentro come tuoni". Ottima la traduzione di Alessandro Carrera.

"Qualche volta, nel passato, avevo scritto ed eseguito canzoni molto originali, che avevano esercitato una grande influenza. Non sapevo se mi sarebbe capitato ancora e non me ne curavo"

Bob Dylan
"Chronicles - Volume 1"
Feltrinelli - Pag 270 - Euro 18,00
Finito di stampare nel gennaio 2005
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 30-08-2006

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