| Dal
viatico della guardarobiera a quello della Cederna: una storia beat
di
Francesco
Racco
Il
libro ricostruisce l’itinerario di una protagonista singolare
della musica italiana che ancora oggi si muove nel mondo della canzone
ma con altri mezzi: come manager, “produttrice” di artisti,
di film e talvolta televisione, la cui attività canora è
ben documentata dal doppio cd del 2004 intitolato "Caterina
Caselli, casco d’oro dal 1964". L’autore ha
operato lo sforzo, come sempre bisognerebbe fare nelle ricerche
relative alla cultura di massa, di individuare l’effetto dell’opera
sui comportamenti dei soggetti a cui è rivolta, in questo
caso della generazione che a metà degli anni sessanta era
nel pieno sviluppo del suo romanzo di formazione: “la canzone
non è più un mezzo di espressione come un altro, viene
meno la separazione tra cantante e ascoltatore. Il cantante non
è più quella persona che sale sul palco, canta, riceve
gli applausi e scompare dietro le quinte. Ora, canzoni e cantanti
diventano entrambi fenomeni di costume. Il cantante è interessante
anche per la vita che conduce fuori dal palco, diventa mito, idolo,
in lui si identificano i fans, il pubblico” (p. 33)
La descrizione si sottrae all’interpretazione che vede i consumi
musicali come soddisfazione di bisogni artificiali indotti unicamente
dal mercato e gli ascoltatori come utenti passivi, e illumina una
crisi e una carenza di vecchi valori che trascendono lo specifico
musicale presso i giovani, i quali dei cantanti “non invidiano
i facili guadagni, anzi identificano in loro le speranze di ‘mutare
stato’, e in questa voglia di mutare la propria posizione
esprimono ‘l’insofferenza per il proprio destino’
fissato dagli adulti che li vogliono studenti diligenti, operai
coscienziosi, contadini, dottori, professori: in fondo, nell’adorazione
del divo i giovani divinizzano se stessi” (p. 34).
E’ realistica questa ipotesi? Quando il termine beat entra
nell’uso corrente in Italia, tra il 1965 e il 1966, la vendita
di chitarre è tale per cui si formano circa cinquemila complessi
dei quali, dopo scomposizioni, riunificazioni e modificazioni di
denominazione, ne sopravvivono circa mille con una diffusione perfino
nei piccoli comuni di provincia. E’ un fenomeno sociale che
si diffonde in particolare tra i giovani lavoratori che alle otto
ore di lavoro ne aggiungono altre tre-quattro per suonare in scantinati
e retrobottega. Talvolta accade che alcuni di essi varchino persino
le porte delle chiese con chitarre elettriche e batterie per suonare
le messe beat o ye ye, provocando scandalo presso i fedeli tradizionalisti
e la stampa conservatrice.
Emuli di questo o quel cantate in voga, questi suonatori improvvisati
prendono la parole aspirando al superamento del semplice consumo,
con una produzione culturale che esprime l’insofferenza della
condizione esistenziale giovanile nei confronti dei genitori e del
mondo adulto: si aiutano con testi sovente tradotti e arrangiati
dall’inglese e dall’americano.
“Caterina, vai a Sanremo, avrai successo”:
queste parole sono l’incitamento della guardarobiera di un
locale di Bologna che ha appena sentito Nessuno mi può giudicare
e si qualificherà così miglior giudice della giuria
del festival di Sanremo del 1966. Il vincitore è il melodico
"Dio come ti amo" cantato dalla coppia
Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, ma il mercato consola gli
sconfitti beat, mentre la canzone vincitrice raggiunge a mala pena
quota 300 mila copie vendute, "Nessuno mi può
giudicare" vende 500 mila copie. Il genere beat trionfa
vendutissimo in tutta la penisola grazie a Caterina Caselli, “la
più autentica trionfatrice della manifestazione. Il suo secondo
posto trascende il valore numerico della classifica poiché
è stato conquistato in un ambiente che, dalla Rai Tv a buona
parte della stampa era chiaramente e faziosamente ostile ai giovani
e alle loro novità” (p. 49).
L’artista stessa è sorpresa dal successo, quando, dopo
l’esibizione sanremese, constatando in seguito a tre tentativi
che nei negozi di dischi non riesce a trovare "Nessuno mi può
giudicare", chiedendo al telefono alla casa discografica spiegazioni
del fatto, si sente rispondere. “signorina sono andati esauriti
in tutta Italia, stiamo stampando i suoi dischi anche di notte”.
Al Cantagiro, racconta Caselli “mentre scorrazzavo per le
strade d’Italia, avevo con me una ragazza inglese che mi faceva
lezione e alle due di notte giravo film come "Perdono"
o "Nessuno mi può giudicare” (p. 50). Non si tratta
né di fortuna né di mercato, anche se quest’ultimo
incombe: “un mese dopo Sanremo, le mie entrate non erano cambiate:
soldi non ne avevo guadagnati, i contratti erano già firmati.
Avevamo un bisogno disperato di denaro. Ecco perché accettai
di giare il film tratto dalla canzone” (p. 51).
Il modo di esibirsi colpisce la memoria e l’intelligenza.
“Il microfono attaccato alla bocca, come fosse una bottiglia
di coca cola. Le vibrano le ginocchia scoperte, i fianchi e le spalle,
mentre da un momento all’altro, a furia di tremiti meccanizzati,
sembrava che la testa si volesse svitare. Seguivano altri gesti
coi quali pareva alle volte ruotare o agitare una bandiera, avviare
un motore, dimenare un codino, mimare l’ansioso pulsare delle
macchine moderne, comunque facendo aderire in modo perfetto quella
musica selvaggia al suo battito fisico, diventandone lei lo strumento
scosso, frenetico, agitatissimo”. Questa descrizione, opportunamente
ripresa da Camilla Cederna, fa venire meno la usuale
distinzione tra autore e interprete quando nell’esecuzione
il corpo dell’artista si muove e comunica. Se ciò avviene
– poiché l’ascolto moderno si differenzia dall’udire
e dal decifrare in quanto non concerne ciò che viene detto
ma l’emittente e si situa in una relazione intersoggettiva
in cui l’io-ascolto equivale ad ascoltami - allora l’artista
riesce ad interpretare i cambiamenti sociali e culturali del suo
tempo incarnandone lo spirito.
“Caselli appartiene a quella schiera delle beat girls il cui
fascino non è più legato soltanto all’avvenenza
fisica ma alla grinta, a un nuovo modo femminile di porsi. Lei infatti
è dotata di una carica trasgressiva che la pone tra gli innovatori
dello stile degli anni sessanta” (p. 52). Giustamente l’autore
titola "La marsigliese delle ragazze ye ye"
l’analisi della ribellione delle giovanissime alla ipocrita
e ottusa morale sessuale, che si trova riflessa e anticipata da
"Nessuno mi può giudicare".
Quando nel 2004 accade alla Caselli di essere fermata per strada
e di sentirsi dire: “lei mi piaceva per la sua prepotenza”,
lei sostiene: “mai ricevuta una recensione più bella;
essere considerata prepotente mi fa sentire orgogliosa perché
in un certo modo con la mia aggressività difendevo anche
le donne come lei” (p. 62), allora significa che tra l’io-ascolto
e l’ascoltami l’interazione è stata intensa e
profonda.
Sentimenti, passioni, amori, delusioni, speranze, tensioni, progetti
di una generazione in formazione si ritrovano nelle canzoni del
“casco d’oro” e sono percorse dall’analisi
tematica che le riconduce al contesto storico-sociale, in cui lo
scopo di ciò che si ricerca non è “uno scontro
frontale con il potere e le istituzioni dominati, quanto quello
di instaurare una comunità alternativa, un modo diverso di
vivere, capace di insediarsi nel territorio, seguendo le inclinazioni
umane e sociali degli individui” (p. 76).
Non potendone seguire i minuziosi sviluppi ci limitiamo a segnalare,
nello scontro tra linea gialla e linea verde nel beat italiano,
l’analisi originale del brano "Le biciclette
bianche" di Francesco Guccini.
Riprende tematiche del movimento olandese dei provos, che elegge
a proprio simbolo il bianco e persegue l’utopia di un mondo
senza sporcizia e inquinamento, la socializzazione dei mezzi di
produzione, le biciclette bianche al posto delle automobili, la
non violenza, la difesa della natura. Una rivoluzione giovanile
divertente e gioiosa contro l’America e l’URSS “perché
il capitalismo costringe gli uomini a lavorare per vivere, il socialismo
li fa lavorare d’autorità. E’ necessario lavorare
in una società ricca ed evoluta, dove la produzione può
essere affidata alle macchine? No, e allora non c’è
più bisogno di capitalismo e di socialismo” (p. 81).
Oggi che, per fortuna, l’URSS non c’è più
sarebbe interessante chiedersi cosa avviene nella mente degli ascoltatori
quando sentono Bisognerebbe non pensare che a te. Il “te”
quale zona dell’inconscio muove? Solamente quella afferente
all’amata/o forse anche assieme quella delle biciclette bianche?
Non bisogna dimenticare che la carriera artistica di Caterina Caselli
inizia quando, giovanissima, può annunciare alla madre un
po’ scettica: “mi hanno detto che ho orecchio”
e che ha mostrato di saper governare con sapienza, lungo tutto il
suo percorso, la dialettica di potere e desiderio.
Diego Giachetti
"Caterina
Caselli, una protagonista del beat italiano"
Edizioni Alegre - Roma - Pag 102 - Euro 11,00
Finito di stampare nel 2006
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aggiornamento il 10-05-2006
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