| Quando
muore un amico
di
Giorgio
Maimone
“Beniamino
arrivò, come sempre, senza avvertire. Stavo lavorando sotto
il loggiato quando lo vidi scendere dal taxi. Dalla grandezza della
valigia capii che si sarebbe fermato abbastanza a lungo. Si tolse
la giacca e andò subito nel capanno degli attrezzi. Tornò
con una cesoia e un segaccio”. Inizia così, entrando
subito in tema. Entro la decima riga Beniamino Rossini ha già
detto di avere il cancro e di essere destinato a morire. Quando
si entra subito dentro il cuore delle cose, con sguardo diretto
e impietoso non si può che essere dentro un romanzo di Massimo
Carlotto. E questo infatti è “La terra della mia anima”,
ultimo lavoro, per ora, del prolifico scrittore padovano, che, sia
detto en passant, quest’anno ha compiuto 50 anni.
Beniamino Rossini è il “malavitoso buono”, la
spalla e il sostegno dell’Alligatore, l’eccentrica figura
di investigatore creata da Carlotto. Ma Rossini non è un
eroe di carta. E’ un personaggio reale. E come tutti i personaggi
reali, vive, mangia, invecchia, si ammala, si innamora, muore. “La
terra della mia anima” è la storia della morte di una
persona reale. Raccontata in presa diretta, senza stacchi, senza
trucchi. Così come è stata raccontata da Rossini a
Carlotto. «Voglio raccontarti un po’ di storie. Magari
ci scrivi un libro».
E libro fu. Ma, magia della scrittura, la storia della vita reale
di Beniamino non diventa diario, diventa romanzo, diventa saggio,
diventa studio sul costume, diventa avventura vera. Capita spesso
di dimenticarsi lo spunto di partenza e il vero motivo del libro
per seguire la trama come se fosse l’ennesimo romanzo della
saga dell’Alligatore. Non lo è. E’ la vita di
un personaggio romanzesco, che ha passato 15 anni in prigione, che
è nato al contrabbando tra le montagne al confine tra la
provincia di Varese e la Svizzera, per poi passare in giri più
grandi, al contrabbando via mare, ma sempre restando fedele al cliché
di una malavita cavalleresca, che non sparava, che non uccideva,
che non usava la violenza invano. “La violenza era praticata
quando tornava utile”. “Nel corso degli anni ho conosciuto
tanti malavitosi che sono morti per non aver imparato a usare la
violenza in modo saggio” dice Rossini, arrivando alla conclusione
che “l’universo criminale è composto per la stragrande
maggioranza di persone poco intelligenti, ignoranti e con una certa
propensione alla violenza indiscriminata”.
Una delinquenza romantica e che non esiste più, di cui il
compagno di indagini dell’Alligatore ha sempre rappresentato
l’essenza. Un mondo di contrabbandieri con la tessera del
Partito Comunista, scosso dalle stesse vicende che agitavano la
politica italiana negli anni tra i ’60 e i ’70. Una
appartenenza tanto sentita da far dire a Rossini, in uno dei suoi
ultimi interventi: “In questo preciso istante sono pervaso
da una stanchezza indicibile, pessimo e chiaro segno del progredire
della malattia, e avverto la necessità di riconciliarmi.
Non con la religione, ma con la politica, voglio morire comunista.
E ribelle. Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza”.
Ultime consolazioni:
essere rimasto comunque un “diverso”, un “mutante”
lo definisce lo stesso Carlotto, quando compare come personaggio
all’interno del romanzo (meta-romanzo: l’autore come
personaggio del romanzo stesso), perché non sono gli anni
di galera la vera pena, ma “la gente di merda con cui sei
costretto a trascorrerli” e la squadra di hockey di Feltre,
per la quale ritrova affetti e orgoglio, quasi come un padre: “Per
una volta sono stato solo me stesso. Ed è stato bello, maledettamente
bello”.
Sono 153 pagine
che volano leggere e che non ti fanno sentire il tormento di un
uomo che muore, per quanto la morte sia sempre presente, soprattutto
negli incisi in corsivo, scritti al presente e che riassumono il
pensiero di Beniamino. Tutto il libro è scritto in prima
persona, tranne la prima pagina e l’ultima:
“Sono
sempre più debole” disse Beniamino al telefono con
un filo di voce. “Dovresti sforzarti di mangiare di più”
ribattei poco convinto. “Smettila anche tu con le cazzate”
sbottò “Sto morendo”. Rimasi in silenzio. Beniamino
è morto il 7 maggio 2006. Le sue ceneri sono state disperse
su una cima delle montagne del feltrino e sullo scoglio di Mangiabarche
in Sardegna, secondo i suoi desideri.
Il 19 settembre,
quattro mesi dopo, il libro era già stampato, ma Rossini
non ha fatto a leggerlo. Le storie però sono state selezionate
insieme, da lui e da Carlotto, per dare una trama congruente e continuata
al romanzo. Altre avventure, assicura Carlotto, entreranno a fare
parte delle storie dell’Alligatore, dove il personaggio Rossini
continuerà a vivere.
Il libro è
accompagnato, chiosato, contrappuntato dalle canzoni di Ricky Gianco,
che hanno aiutato Beniamino a riannodare i fili della sua memoria.
Per questo le ultime pagine sono dedicate alla discografia del cantautore
e per questo il libro viene presentato da letture pubbliche di Carlotto
accompagnato da Ricky Gianco, Maurizio Camardi. In memoria di Beniamino.
Massimo Carlotto
"La
terra della mia anima"
Edizioni E/O - Pag 153 - Euro 15,00
Finito di stampare il 19 settembre 2006
Nelle librerie
Ultimo
aggiornamento il 22-10-2006
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