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leggere le prime righe per chiosare "è un allieva di
Franco Fabbri!". Il risvolto di copertina lo conferma "presso
il Dams di Torino si è diplomata in popolar music" (corso
tenuto da Franco Fabbri. Una lunga divagazione su chorus, bridge,
intro, tonalità, undici battute, cascata di settime lo conferma
una volta di più. Ma la prova definitiva è quando
per parlare di una sola canzone di Capossela ("Contratto per
Karelias") vengono dedicata 14 pagine su 124 a parlare del
rebetico, rispettabilissimo genere musica greco di cui però
solo Franco Fabbri va pazzo in Italia! Ma questa non è una
critica, nessuna diminutio a essere allieva di cotanto maestro.
Anzi: è una garanzia. Il libretto infatti tiene e, a tutt'oggi,
è l'unico saggio critico dignitoso scritto su Vinicio Capossela.
Che di suo, ammettiamolo, non ha fatto nulla per favorire
il lavoro dei critici. Anzi, lo ha complicato disseminando il percorso
di falsi indizi o di trappole manifeste. Ma se conoscete un po'
Vinicio e avete voglia di conoscerlo di più, il libretto
di Elisabetta Cucco è l'ideale.
Nella considerazione che si tratta di un "libretto" c'è
il suo unico limite. Sembra più un saggio universitario gonfiato
di qualche pagina. E qua e là tira dritto accorciando i tempi,
come quando si deve consegnare qualcosa e i minuti a nostra disposizione
sono drammaticamente scaduti. Unico difetto, per l'appunto. Per
il resto si legge in una giornata scarsa (poche ore), ma non è
libro da poco. L'analisi su Vinicio è approfondita e parte
dal primo disco per arrivare fino a "L'indispensabile",
anzi anche oltre, al libro scritto dallo stesso Vinicio: "Non
si muore tutte le mattine".
Non emerge dal breve saggio un quadro completo ed esaustivo di Vinicio,
ma forse sarebbe pretendere troppo, visto anche il poco spazio a
disposizione. Vinicio è personaggio sfaccettato e non semplice
da raccontare: ma tutto sommato Elisabetta Cucco riesce a enucleare
dei temi che forniscono spunti per andare avanti a cercare di interpretare
Capossela. Partenza, come di dovere, con biografia e discografia,
descritte agilmente, in modo comprensibile ed esaustivo. Frase di
Vinicio da virgolettarsi: "L'impreparazione è una
condizione molto fertile" (peraltro anche il titolo è
una citazione da Capossela).
Più impegnativo il secondo capitolo dedicato a "I temi,
la poetica": due fondamentali. La volgarità dei personaggi
che occupano il mondo dell'artista e un suo costante andare, per
l'appunto da "rabdomante senza requie". E anche quando
non si va si resta in un "altrove" non meglio definito.
Il prezzo è la strada, ma anche la sua mercede. Altre passioni
di Vinicio: il giocare con le parole, abbandonandosi al piacere
delle omofonie o dei neologismi e una smania catalogatoria degna
di Perec. Diverse sue canzoni sono lunghi elenchi di oggetti sparsi
e in disordine. Ancora una caratteristica: i testi dei primi tre
album sono scritti sostanzialmente in prima persona, da "Il
ballo di San Vito" in poi entra la terza persona. Lo straniamento
poi, quasi brechtiano, ci viene suggerito, è uno dei mezzi
utilizzati da Vinicio per farci arrivare più forte il senso
delle canzoni, anzi per trascinarci dentro di esse. Vinicio non
giudica e non prende posizione mai: racconta. I personaggi delle
sue canzoni poi non sono riflessivi, agiscono d'impulso. La frase:
"preferisco rimanere un'impressione. Le impressioni emozionano"
Le citazioni letterarie poi: molte sono manifeste, come Celine
in "Bardamù" o Jarry
ne "La canzone del decervellamento"
o ancora John Fante in "L'accolita
dei rancorosi", altre invece meno manifeste.
Dal punto di vista musicale invece niente Paolo Conte, per dichiarazione
esplicita dello stesso Capossela, mentre invece sì a Tenco
e a Tom Waits. Anche se l'interesse musicale di Vinicio è
enciclopedico e un tema in comune con l'avvocato di Asti c'è
certamente nell'affondare la ricerca nelle melodie all'antica italiana,
da cui originerà la tendenza ora emergente della musica "italiana
delle radici". La frase: "è inutile conoscere.
Molto meglio supporre".
La
forma delle canzoni: Capossela afferma di aver lavorato a lungo
sul proprio modo di scrivere i testi per usare l'italiano per cantare
su forme poco aderenti a questa lingua. Il processo evocativo viene
spesso evocato dal suono. E' come se ingaggiasse - scrive la Cucco
- un rumorista in un film. Il suono della parola ambienta e allontana
nello stesso tempo. E qui, geniale, usa il termine di "coliche
immaginative" di Capossela. Seguono una serie di esempi: da
"La contrada Chiavicone" a "Maraja" a "Come
una rosa". La frase: "io non faccio musica leggera italiana.
E non faccio neanche musica italiana, diciamo che mi piace usare
la musica per animare un mio mondo fatto di personaggi e di cose
che ho in testa. Non sono realmente un cantante".
Altri
capitoli sono dedicati alle traduzioni-tradite di Capossela (che
va quasi sempre e solo ad orecchio, infischiandosene del senso reale
di ciò che ha tradotto), al rebetico (inutilmente lungo,
come già detto e, sostanzialmente, fuori tema) e all'interpretazione,
invece fondamentale in un autore come Vinicio. La frase: "ci
sono due modi di far concerti: uno è di celebrare la personalità
dell'interprete ... una cosa abbastanza immorale. Ciò che
conta è la canzone". Come già detto, libro indispensabile
per avvicinarsi a Vinicio. Non fosse anche perché è
l'unico.
Elisabetta Cucco
"Vinicio Capossela, rabdomante senza requie"
Auditorium Edizioni Milano - Pag 124- Euro 8,00
Finito di stampare nell'aprile 2005
Nelle librerie
Ultimo
aggiornamento il 30-01-2006
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