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BiELLE LIBRI
"Vinicio Capossela, rabdomante senza requie"
di Elisabetta Cucco
di Giorgio Maimone

Basta leggere le prime righe per chiosare "è un allieva di Franco Fabbri!". Il risvolto di copertina lo conferma "presso il Dams di Torino si è diplomata in popolar music" (corso tenuto da Franco Fabbri. Una lunga divagazione su chorus, bridge, intro, tonalità, undici battute, cascata di settime lo conferma una volta di più. Ma la prova definitiva è quando per parlare di una sola canzone di Capossela ("Contratto per Karelias") vengono dedicata 14 pagine su 124 a parlare del rebetico, rispettabilissimo genere musica greco di cui però solo Franco Fabbri va pazzo in Italia! Ma questa non è una critica, nessuna diminutio a essere allieva di cotanto maestro. Anzi: è una garanzia. Il libretto infatti tiene e, a tutt'oggi, è l'unico saggio critico dignitoso scritto su Vinicio Capossela.

Che di suo, ammettiamolo, non ha fatto nulla per favorire il lavoro dei critici. Anzi, lo ha complicato disseminando il percorso di falsi indizi o di trappole manifeste. Ma se conoscete un po' Vinicio e avete voglia di conoscerlo di più, il libretto di Elisabetta Cucco è l'ideale.

Nella considerazione che si tratta di un "libretto" c'è il suo unico limite. Sembra più un saggio universitario gonfiato di qualche pagina. E qua e là tira dritto accorciando i tempi, come quando si deve consegnare qualcosa e i minuti a nostra disposizione sono drammaticamente scaduti. Unico difetto, per l'appunto. Per il resto si legge in una giornata scarsa (poche ore), ma non è libro da poco. L'analisi su Vinicio è approfondita e parte dal primo disco per arrivare fino a "L'indispensabile", anzi anche oltre, al libro scritto dallo stesso Vinicio: "Non si muore tutte le mattine".

Non emerge dal breve saggio un quadro completo ed esaustivo di Vinicio, ma forse sarebbe pretendere troppo, visto anche il poco spazio a disposizione. Vinicio è personaggio sfaccettato e non semplice da raccontare: ma tutto sommato Elisabetta Cucco riesce a enucleare dei temi che forniscono spunti per andare avanti a cercare di interpretare Capossela. Partenza, come di dovere, con biografia e discografia, descritte agilmente, in modo comprensibile ed esaustivo. Frase di Vinicio da virgolettarsi: "L'impreparazione è una condizione molto fertile" (peraltro anche il titolo è una citazione da Capossela).

Più impegnativo il secondo capitolo dedicato a "I temi, la poetica": due fondamentali. La volgarità dei personaggi che occupano il mondo dell'artista e un suo costante andare, per l'appunto da "rabdomante senza requie". E anche quando non si va si resta in un "altrove" non meglio definito. Il prezzo è la strada, ma anche la sua mercede. Altre passioni di Vinicio: il giocare con le parole, abbandonandosi al piacere delle omofonie o dei neologismi e una smania catalogatoria degna di Perec. Diverse sue canzoni sono lunghi elenchi di oggetti sparsi e in disordine. Ancora una caratteristica: i testi dei primi tre album sono scritti sostanzialmente in prima persona, da "Il ballo di San Vito" in poi entra la terza persona. Lo straniamento poi, quasi brechtiano, ci viene suggerito, è uno dei mezzi utilizzati da Vinicio per farci arrivare più forte il senso delle canzoni, anzi per trascinarci dentro di esse. Vinicio non giudica e non prende posizione mai: racconta. I personaggi delle sue canzoni poi non sono riflessivi, agiscono d'impulso. La frase: "preferisco rimanere un'impressione. Le impressioni emozionano"

Le citazioni letterarie poi: molte sono manifeste, come Celine in "Bardamù" o Jarry ne "La canzone del decervellamento" o ancora John Fante in "L'accolita dei rancorosi", altre invece meno manifeste. Dal punto di vista musicale invece niente Paolo Conte, per dichiarazione esplicita dello stesso Capossela, mentre invece sì a Tenco e a Tom Waits. Anche se l'interesse musicale di Vinicio è enciclopedico e un tema in comune con l'avvocato di Asti c'è certamente nell'affondare la ricerca nelle melodie all'antica italiana, da cui originerà la tendenza ora emergente della musica "italiana delle radici". La frase: "è inutile conoscere. Molto meglio supporre".

La forma delle canzoni: Capossela afferma di aver lavorato a lungo sul proprio modo di scrivere i testi per usare l'italiano per cantare su forme poco aderenti a questa lingua. Il processo evocativo viene spesso evocato dal suono. E' come se ingaggiasse - scrive la Cucco - un rumorista in un film. Il suono della parola ambienta e allontana nello stesso tempo. E qui, geniale, usa il termine di "coliche immaginative" di Capossela. Seguono una serie di esempi: da "La contrada Chiavicone" a "Maraja" a "Come una rosa". La frase: "io non faccio musica leggera italiana. E non faccio neanche musica italiana, diciamo che mi piace usare la musica per animare un mio mondo fatto di personaggi e di cose che ho in testa. Non sono realmente un cantante".

Altri capitoli sono dedicati alle traduzioni-tradite di Capossela (che va quasi sempre e solo ad orecchio, infischiandosene del senso reale di ciò che ha tradotto), al rebetico (inutilmente lungo, come già detto e, sostanzialmente, fuori tema) e all'interpretazione, invece fondamentale in un autore come Vinicio. La frase: "ci sono due modi di far concerti: uno è di celebrare la personalità dell'interprete ... una cosa abbastanza immorale. Ciò che conta è la canzone". Come già detto, libro indispensabile per avvicinarsi a Vinicio. Non fosse anche perché è l'unico.


Elisabetta Cucco
"Vinicio Capossela, rabdomante senza requie"
Auditorium Edizioni Milano - Pag 124- Euro 8,00
Finito di stampare nell'aprile 2005
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 30-01-2006

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