| Enciclopedico.
Quindi contestabile ... ma utile
di
Giorgio
Maimone
Bastano
100 dischi per capire "la nuova canzone italiana"? E soprattutto
quale sorta di araba fenice è mai "la nuova canzone
italiana", se notiamo che nei dischi di cui si parla ci sono
nomi come il Perigeo, Piero Ciampi, il Banco del Mutuo Soccorso,
l'Equipe 84, Luigi Tenco, i Giganti e Umberto Bindi che, forse,
proprio nuovissimi non sono. Per la precisione dovremmo anche dire
che il libro non è nuovissimo, ma risale a 4 anni fa. A sufficienza
però per considerare in modo diverso "la nuova canzone
italiana". Qui ci si ferma a Carmen Consoli con "Stato
di necessità" del 2000, come lavoro più recente
preso in esame. Come si diceva nel titolo, il lavoro si picca di
enciclopedismo e perciò stesso è criticabile.
Il che non toglie che sia parimenti utile, soprattutto per chi di
questa materia, la musica italiana, anzi la canzone italiana, si
occupa in modo continuativo, per questioni di studio, di lavoro
o solo di passione. Trovarsi riuniti in un solo libro 100 dischi
giudicati dal curatore "ideali" può essere un buon
aiuto per cercare di capire invece quali possano essere stati i
dischi fondamentali. Il libro è stato organizzato secondo
un principio cronologico, per cui parte da Umberto Bindi
(seppure con un disco pubblicato nel 2000, ma antologico di brani
incisi tra il 1959 e il 1965) e finisce con Carmen Consoli.
In mezzo c'è di tutto. Forse quello che dispiace è
che c'è veramente un po' di tutto!
Se, infatti, il numero 100 sembra sufficentemente ampio per farci
stare dentro qualsiasi scelta, ci si accorge presto che le esclusioni
sono sempre troppoo numerose (e dolorose anche per i compilatori)
mentre le inclusioni sono spesso fatte a capocchia e i criteri a
volte al lettore sfuggono. Bocelli, che è
eminentemente un interprete, non lo avrei mai messo qui dentro.
Di Gianni Morandi viene scelto un disco nettamente
minore ("Cantare" del 1980, il suo unico
periodo oscuro). Nino Buonocore e Renzo
Arbore al massimo possono farmi sorridere, non certo rappresentare
dischi ideali. Ma insomma, quello del compilatore è un mestiere
infame, diciamocelo. E viene sempre più spesso da farsi la
domanda: ma chi gliel'ha fatto fare?
Cerchiamo di definire le regole: Mauro Ronconi
si limita a fare da coach, le schede le scrivono firme note e meno
note come Francesco Paracchini (direttore de L'Isola
che non c'era) o Rosario Pantaleo, Paolo Vites, Roberto
Caselli, Ezio Guaitamacchi e altri (anche Ronconi). Anche
se non viene esplicitamente dichiarato, per ogni autore viene proposto
un solo album o al massimo due (per cui De André
compare "solo" con "Creuza de ma"
e "Volume tre" e Lucio Battisti
con "Don Giovanni" e "Il
mio canto libero"). Per il resto dela loro discografia,
leggendo pazientemente la recensione, se ne trova traccia. Altro
"trucco", alcuni dischi non recensiti, vengono recuperati
citandoli tra i dischi "affini" a quelli recensiti. Questo
comporta però che uno degli album più belli del milennio
trascorso come "Titanic" di De
Gregori qui dentro non ci sia, mentre invece abbiamo Loredana
Berté con "Traslocando".
Un limite che emerge da una scelta di questo tipo, in realtà
un vero e proprio spostamento di focale, è che si crede di
leggere la recensione approfondita di un disco, magari con la storia
del disco stesso e spesso, invece, ci si trova a leggere la storia
del cantante in questione per meglio collocare il prodotto storicamente.
Ma capita così che parlando di "Sugo"
di Eugenio Finardi (è solo un esempio) per
l'intera prima pagina e mezzo si parli di Finardi e della Milano
degli anni '70 e solo per la restante pagina e mezzo del disco in
sè.
Altra "sfocatura", il numero eccessivamente ampio dei
recensori tende a dare un'immagine troppo variegata della realtà
canzonettistica italiana e quindi superficiale. Mancano spesso giudizi
di merito, i pareri critici sono annacquati, anche perché,
parrebbe, ogni recensore ha scelto i dischi che preferiva recensire.
Per cui ne esce tutto un giulebbe di buonismo che non aiuta veramente
a discernere il buono dall'ottimo, dal mediocre di cui invece la
storia discografica italiana è stata pervasa. Ma sono problemi
ovviabili? Forse sì. Se ci fose stata, ad esempio, non una
paginetta di introduzione, ma un piccolo saggio sulla musica di
cui si voleva parlare. Se i discorsi di struttura fossero stati
fatti a parte rispetto a quelli meramente discografici. Se vi fosse
stato, insomma, un ordine e un coordinamento migliore.
Finita la parte "critica" della critica riconosciamo i
meriti. Ottimamente documentato, con qualche recensione che scava
davvero nel profondo del disco e che riesce a farne emergere aspetti
non immediati o non conosciuti, mentre i "Dischi nella medesima
vena artistica", ossia le tre segnalazioni associate con cui
si conclude l'esame di ognuno dei 100 dischi in questione, è
forse la rubrica più azzeccata del libro, in quanto tra l'altro,
fornisce l'occasione per parlare, anche se in pillole, non di 100
ma di 300 dischi, trattando anche autori (come Mimmo Locasciulli)
che sennò non avrebbero avuto diritto di cittadinanza nel
libro. Insomma lavoro difficile, ingrato, da non leggere tutto d'un
fiato, ma da consultare di tanto in tanto. Libro contestabile, quindi,
come sempre, ma prezioso. Anche perché di libri di questo
genere ce ne sono troppo pochi.
Mauro Ronconi (a cura di )
"100 dischi ideali per capire la nuova canzone italiana"
Editori Riuniti - Pag 414 - Euro 19,00
Finito di stampare nel giugno 2002
Nelle librerie
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aggiornamento il 29-07-2006
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