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BiELLE INTERVISTE
Valentina Lupi: di cappuccetti rossi e di ghepardi
di Marco Cavalieri

Metti su il cd di Valentina Lupi “Non voglio restare Cappuccetto Rosso” e pensi subito due cose. Uno: il Rock italiano, nonostante 50 anni di Sanremo non è morto, anzi è in ottima salute. Due: grazie al cielo non tutti i giovani artisti accettano che qualche (non) addetto ai lavori metta proditoriamente le mani sulle loro opere, riducendo ogni suono a poltiglia da fm con missaggi che avrebbero ucciso anche un “Revolver” dei Beatles. Meno male! Già, perché uno dei primi pregi di questo disco è proprio il suono, ruvido, Rock, genuino, dove la voce di Valentina si esalta alla perfezione.

Cara Valentina, non inizierò anch’io questa intervista chiedendoti come mai, facendo Lupi di cognome, lo hai intitolato “Non voglio restare Cappuccetto Rosso”…

“(ride) Grazie Marco!”

Un lavoro che colpisce al primo ascolto, per il suono diretto e privo di fastidiose sovrastrutture e soprattutto per la tua voce che dà al tutto un’impronta decisamente rock. Un traguardo che raccoglie ben nove anni di esperienze lavorative, visto che hai iniziato giovanissima ad esibirti…

“Sono contenta per queste definizioni. Come dicevi, si, in questo disco è racchiuso un percorso molto lungo; ci sono pezzi scritti durante l’adolescenza, ce ne sono altri invece come ‘Non voglio restare Cappuccetto Rosso’ e ‘Come scriveva Benni’ che sono stati scritti in età più avanzata…”

Quando eri già anziana, diciamo…

“(ride) Si, dopo i ventuno! Però volevo dire una cosa. Per me questo disco è una grande conquista. E’ stato molto difficile all’inizio pensare alla realizzazione di un cd. Poi, alla fine è arrivato, anche grazie ad un’equipe fantastica: i miei musicisti, gli arrangiatori Corrado Maria de Santis e Matteo Scannicchio, una bella etichetta come Altipiani, la Edel… Volevo ringraziarli tutti, ecco”.


Tra l’altro, hai citato De Santis e Scannicchio (che peraltro fanno parte dei “Cappello a Cilindro”) ed il lavoro è interamente arrangiato da voi tre. Davvero complimenti. Come dicevamo, un bel traguardo, ma io so che hai già pronto altro materiale…

“In realtà, io ho già scritto il secondo album!”

Allora non è poi così difficile arrivare ad un’opera prima, e alla seconda magari?

“No, non è così difficile se si ha qualcosa da dire e se si trovano i canali giusti. Però credo che si debba avere qualcosa di concreto, di molto forte da dire e da manifestare. Bisogna crederci tantissimo, in poche parole. Devi combattere con i locali, con le etichette, con chi non ti paga, con le agenzie… Poi, alla fine le stesse cose contro le quali combatti all’inizio son quelle che ti ripagano”.

Un disco molto aggressivo il tuo. La tua voce è ottima per il rock e graffia al punto giusto. La copertina è completamente rossa ed il rosso, sarebbe pronto a confermarcelo ogni psicologo, è un colore che denota aggressività. Oltretutto, mi dicevi, la bimba stilizzata in copertina e vestita da Cappuccetto Rosso sei proprio tu… Allora è vero che da piccola ti vestivano sempre così a Carnevale?

“Si, si è vero! Solo un anno mia mamma cambiò idea e mi vestì da ghepardo…”

Beh, Lupi… ghepardi… siamo lì!

“(ride) Però si, per sette otto anni sono stata Cappuccetto Rosso”.

Torniamo al disco Valentina. Da fan di Stefano Benni capirai che il titolo che mi ha colpito maggiormente e mi ha ispirato più curiosità è stato “Come scriveva Benni”. Come ti è venuto in mente un titolo del genere e cosa volevi dire esattamente?

“Mah, la storia è questa. Emanuele, il cantante dei ‘Cappello a Cilindro’ mi aveva regalato per i miei diciotto anni ‘Blues in sedici’. Da lì mi sono innamorata di Stefano Benni e ho cominciato a leggere tutti i suoi libri, ‘Baol’, ‘Bar Sport’, ‘Ballate’… e mi ricordo che ci fu una frase che mi colpì particolarmente: ‘Duchi della cultura adulavano i peggiori perché dei migliori avevano paura’. Ed è la verità! Nella sua semplicità questa frase svela tutto un mondo, un malcostume che esiste da secoli. A me è venuto naturale mettere quella frase e poi concepire il pezzo, anche se poi non so quanto il brano possa ‘arrivare’. Non è stato capito da tutti. Io lo adoro, anche perché poi il ritornello parla proprio della mia vita, dice ‘Io mi sento libera / di poter parlare senza pensare / di dover vestire la tunica e la maschera / e i miei compagni di sempre mi sono accanto / anche se mi perdo io li sento / e i miei occhi vedono tutto / vedono al buio / vedono musica’. E però c’è chi non ama questo pezzo, chi addirittura si è schierato apertamente contro, ne prendo atto”.

Ma, voglio dire, perché schierarsi contro? Saranno forse i lettori di Baricco?

“(ride) Saranno loro! No, beh, magari c’è chi ha in testa la forma più classica di canzone e quindi un pezzo che cambia tempo disorienta un po’, non so”.

Come componi? Parti da una storia che magari hai in mente o dalla musica? Te lo chiedo perché all’interno di ogni brano musica e storia sembrano svilupparsi (nella maggior parte dei casi con un crescendo) simultaneamente

“Dipende dai momenti, però in effetti le due cose vanno di pari passo. Quando sento l’esigenza di scrivere mi metto al piano e vengono fuori testo e musica. Raramente mi capita di scrivere solo testo o musica. Infatti, quando amici e colleghi mi chiedono di scrivere qualcosa vado nel panico, perché ho bisogno dei miei tempi. Vivo la musica come un’esigenza personale, non riesco ad andare a comando o a scadenza”.

Mi parlavi fuori onda del tuo amore per Fossati. Amore che condivido in pieno (magari escludendo gli ultimi due lavori…), ma forse non c’è molto di fossatiano in questo tuo bel lavoro rock

“Beh, però analizzando il primo Fossati, quello degli anni ’70, ci ritrovo qualcosa. Peraltro, uno dei primissimi italiani a registrare in America… un sogno! Ma io ho cominciato nelle cover band blues funky, con influenze jazz. Ho ascoltato moltissimo Otis Redding, Aretha Franklin, Bessie Smith e, più recentemente Ani Di Franco, P.J. Harvey. Poi ancora Hendrix, Janis Joplin…”.

Beh, guardate cari ascoltatori: che uno della mia etè adori Janis Joplin non stupisce nessuno, sono anziano, Amedeo me lo dice sempre anche se lui è messo peggio... Ma che una ragazza di venticinque anni dichiari di “essere cresciuta” con Janis, beh, questo credo spieghi molte cose, davvero. Oltretutto, come Pearl, preferisci di gran lunga la dimensione live, mentre su disco ti senti un po’ costretta, no?

“Ma si, perché quel che fai su disco resta lì, cristallizzato. Ad esempio, per quanto ami il mio cd e per quanto mi sia costato fatica e lavoro, in certe parti già lo sento ‘vecchio’, scalpito e dico ‘ecco, qui oggi lo rifarei così, qui cambierei…’ e questa possibilità te la danno solo le esibizioni live”.

Allora, ti suggerisco gli “Instant live”, come fanno Elio e le Storie Tese che ad ogni concerto poi vendono la registrazione della serata…

“Ottima idea, davvero!”

Ricordiamo il tuo sito, che è valentinalupi.it. Per chi usasse il Mac, magari consigliamo anche un altro spazio virtuale che ti riguarda che è decisamente più accessibile ed è myspace.com/valentinalupi, dove c’è anche la possibilità di ascoltare ben tre brani da questo tuo lavoro.

“Si, ti ringrazio, anche se io invito tutti a sentirmi dal vivo. Lì davvero mi vedrete nella mia veste migliore”.

Valentina, un abbraccio grande, ancora complimenti e ti aspetto di nuovo per un live nei nostri studi

“Grazie davvero, te lo prometto, magari in occasione del mio prossimo concerto a Roma”

Intervista effettuata nel maggio 2006

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