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BiELLE INTERVISTE
Gianmaria Testa: canzoni senza compromessi
di Giorgio Maimone

Magnifica esperienza intervistare Gianmaria Testa! Persona seria e che ha qualcosa da dire anche quando si fa solo teoria sul poetar cantando. Lo incontrariamo in una pausa del sound check prima del concerto al Ciak di Milano: ne segue mezzora di tranquilla converazione, mentre fuori dal camerino gli impegni spingono per portarlo via (sound check, Feltrinelli e poi concerto), ma noi proseguiamo a parlare con la massima calma. La sensazione è che abbia ancora molto da dire.

Iniziamo con un rimprovero scherzoso: avevamo da tempo chiuso la lista degli imperdibili di Bielle per il 2006, pensando che "Ovunque proteggi" di Capossela fosse, nonostante altre importanti uscite, il più imperdibile dell'anno ed ecco che, quasi alla fine arriva Gianmaria Testa a sconvolgerci piani e classifiche. Disponibile a parlarne e divertito chiede "ma quanti sono gli imperdibili?" "Tredici o quattordici", ma uno solo è "il più" imperdibile". "Fa niente, allora, a me basta stare dalla parte degli altri. Mettimi pure tra gli altri dodici" (ride).

Arrivare al successo con un concept album, serio e rigoroso, che parla di immigrazione e non solo di quella contemporanea, ma anche di quando eravamo noi i migranti non è cosa da tutti. D’altra parte un altro tuo grosso successo era stato “Valzer di un giorno”, cd dove eri solo con una chitarra acustica, intervallato dalle poesia di Pier Mario Giovandone. Insomma, più vai controtendenza e più hai successo?

Guarda, i meccanismi del successo mi sfuggono ... il successo è un terno al lotto. Sono stupito anch’io che abbiano registrato maggiori vendite dischi più ostici rispetto a lavori più morbidi come “Lampo di notte” o “Montgolfieres”. Credo che, in parte, ci sia una sorta di premio alla serietà. Io non esco con un disco se non sono assolutamente convinto di quello che ci metto dentro. Il rapporto delle canzoni che scarto, rispetto a quelle che effettivamente incido è di cinquanta a uno.

Allora possiamo aspettarci, prima o poi, la pubblicazione di cassetti pieni di inediti?

Assolutamente no. Perché se le canzoni non mi piacciono, non mi convincono, le butto via. Le dimentico. Una canzone deve riuscire a comunicare la forza di un’emozione. Se riesce a mantenere questa forza, almeno per me, allora è riuscita. Tra le canzoni che ho pubblicato, magari qualcuno può sostenere che vi siano delle colossali vaccate, ma non che non siano oneste.

Le pagine
Da questa parte del mare
Intervista



Come è nato “Da questa parte del mare”? Hai detto che ci hai messo quasi 15 anni a scriverlo, ma i brani sono nati tutti insieme, qualcuno ora e qualcuno nel corso del tempo? Come l’hai composto?

Bella domanda! Allora, l’antefatto è noto: nel ’91 su una spiaggia di Manacore ho assistito a uno sbarco di clandestini, scaricati in mare da una nave e soccorsi da un peschereccio. Uno morì. Da quel momento ho pensato che avrei dovuto scrivere un disco che raccontasse il destino di quella gente. Ma io non so scrivere a comando. E' rimasto tutto molto tempo in incubazione, mancava sempre qualcosa... poi, a un tratto, come in un puzzle, il disegno ha preso forma; tutti i pezzi sono andati a posto. L'ho scritto per me, a scriverlo per loro non sarei stato capace. Una sola canzone, quella che apre il disco, “Seminatori di grano” è nata già da tempo. Poi man mano sono nati altri spunti, abbozzi, canzoni. Ma il disco non usciva. Tanto che avevo già pensato di inserire quelle due o tre canzoni in qualche disco sparso. A un certo punto invece ho letto un libro di Erri De Luca, scritto magnificamente, come tutti i suoi libri: “Solo andata”, un romanzo in versi. Ed è stato come se mi dicesse “lo vedi che si può scrivere in poesia di questi temi?”. “Seminatori di grano” era nata dall’osservazione del “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo.

E infatti l’immagine di copertina del tuo disco riecheggia l’incedere dei personaggi del Quarto stato.

Infatti. La prima volta che ho visto il quadro dal vivo mi ha colpito il fatto che queste persone del popolo avevano negli occhi la speranza. Andavano verso qualcosa. Ecco, i migranti di adesso non vanno verso nulla. Fuggono da qualcosa. Portano i loro figli a morire da un'altra parte, sperando di poterli far vivere. Peraltro io ho volutamente fatto “Da questa parte del mare” con un produttore come Greg Cohen che è americano e che parla poco l’italiano … io non parlo inglese. E questo ha fatto sì che non ci si sia potuti influenzare. L’argomento, che è di stretta attualità e molto sentito, è risultato così raffreddato, quasi raggelato. Cosa c’è di più lontano di un americano da questi discorsi? Ma in questo modo abbiamo evitato l’afflusso eccessivo dei sentimenti. Così come, facilmente, in questo disco, avrei potuto inserire strumenti etnici o sonorità world per richiamare l’Africa, ma sarebbe stata solo una turbata. L’unico momento è in “Rrock” quando, nel finale, il clarinetto e la mia voce giocano su elementi vagamente africani. Ma in questa canzone io vedevo come il dibattito tra le due voci, del figlio che parte e del padre che resta e il finale è come se fosse il grido del padre che è rimasto.

Dichiari di esserti ispirato nella composizione di questo lavoro ai concept album degli anni ’70. Hai mai pensato di creare elementi musicali di congiunzione tra le singole canzoni? Di pensarle come se fosse una sola lunga suite?

Sì, mi sono ispirato soprattutto a Fabrizio De André e a quella eccezionale trilogia di concept album maturati nei primi anni ’70, da “La buona novella” a “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” fino a “Storia di un impiegato”. Ho pensato anche ai brani di collegamento tra un pezzo e l’altro, ma devo dire che non mi hanno mai convinto. Nemmeno in passato. Neanche in qualche disco che voi sicuramente avrete messo tra gli imperdibili ("Ho visto degli zingari felici" - NdR?). Album in cui c’erano magari canzoni belle e meno belle, ma le musiche di unione tra un brano e l’altro appartengono di più alla categoria della “furbata” che non a una vera esigenza espressiva. Preferisco esprimermi per canzoni. E poi, dalle mie parti si ripete sempre l’invito a non andare fuori dal proprio campo …

Memore delle tue escursioni e frequentazioni teatrali non ti piacerebbe trasformarlo in uno spettacolo?

Sì. E ti dirò di più. A un certo punto stavo collaborando a una colonna sonora di un bravo regista francese Jean-Louis Bertuccelli, di chiara origine italiana e gli ho parlato del mio lavoro, dicendogli che mi sarebbe piaciuto che fosse diventata una “cantata”. Non un musical o che, ma proprio una cantata nel senso medioevale del termine. Poi mi riallaccio sempre al discorso di non andare fuori dal proprio campo e mi fermo lì. Vedi ... nei concerti prendo posizione. Voglio che si capisca chiaramente da che parte sto. Ultimamente mi è capitato dalle parti di Treviso, dove c'è stato quel sindaco che aveva fatto togliere le panchine perché non si sedessero gli extracomunitari, di esserci andato un po' sul pesante. Dopo il concerto è venuta a parlarmi una signora che mi ha detto "bello spettacolo, ma non sono per niente d'accordo con quello che ha detto". Ne è nata una bella discussione, con tutto uno scambio di punti di vista. Ecco, le canzoni devono servire anche a questo.

Magari con un piccolo aiuto dagli amici potrebbe tornare d'attualità lo spettacolo?

Magari. Chissà un giorno …

Dopo sei album in studio, nell’arco di undici anni, non sarebbe ora di un “The best of” o di un live?

Ma guarda, il The best of … no. Per quanto riguarda il live invece non avrei nessuna difficoltà. Tu sai che i miei dischi sono sempre registrati dal vivo, suonando tutti assieme. Sì, certo, poi ci sono le sovraincisioni, come in questo caso quelle di Bill Frisell che ci ha mandato i suoi assoli via internet oppure Paolo Fresu che era sempre oberato di impegni e siamo andati a registrarlo tra una tappa e l’altra delle sue tournée, ma per il resto suoniamo dal vivo.
Mi piacerebbe ricantare oggi qualche canzone di quelle più antiche. Non tanto per la musica, quanto proprio per l’interpretazione. Sai, i dischi hanno il pregio-difetto di essere dei fermi-immagine, delle fotografie di un momento. Però le canzoni si evolvono, si evolvono le capacità espressive, la tecnica e anche le tue capacità di utilizzarla. Adesso credo di cantare meglio di una volta... Quello che mi piacerebbe fare, quindi, sarebbe prendere un certo numero di canzoni, non necessariamente "the best" e penso che oggi, che sono un po’ più padrone anche della tecnica, saprei farle meglio.
C’è, ad esempio un brano, dedicato a mio padre, che, nel momento in cui l’ho inciso ero troppo coinvolto e, cantandolo, sono scoppiato a piangere. Poi ho ripreso a cantare, ma per riuscire a farlo sono rimasto troppo distaccato. Ecco, oggi credo che saprei farlo meglio quel brano.

Più in generale come si svolge il tuo lavoro di composizione?

Parto da un’idea preesistente. Poi mi metto lì con la chitarra e nascono assieme parole e musica. Non scrivo niente da nessuna parte, semplicemente mi limito a canticchiarlo e accennarlo con la chitarra. Poi rimane a decantare. Questa fase può durare anche dei mesi. Metto la canzone sotto la paglia. Se la dimentico vuol dire che probabilmente meritava di essere dimenticata. Altrimenti, se quando la riprendo, trovo ancora le emozioni che mi suscitava al momento della prima stesura, dell’idea di partenza, inizio a farla sentire in giro. E così a poco a poco cresce fino alla forma definitiva. Ma solo se mi convince andrà a finire in un disco.

Si conosce questo tuo grande successo in Francia. Anche ora sei reduce da una tournée caratterizzata da teatri "tutti esauriti" Oltralpe. Ma non ho mai trovato traccia del fatto che tu canti in francese …

Infatti non canto in francese. Il francese per me è come una seconda lingua. Non avrei problema a cantare. Ma bisogna fare attenzione alla differenza tra significato e significante delle parole. Io posso tradurre la mia canzone in francese, ma se pensiamo, ad esempio che la maggior parte delle parole di uso comune tra le due lingue cambia “genere” … Il mare, ad esempio: in italiano è maschile, è un concetto virile. La mer è femminile e poi ricorda per assonanza “la mere”, la mamma. E’ tutta un’altra cosa. Così come può essere diverso la catena di simboli associata a una parola che è diversa in italiano e in francese. Ecco, io non posso padroneggiare il francese fino a sapere cosa una certa parola può scatenare a livello di suggestione. Ho cantato solo qualche volta in francese: “Il disertore” di Boris Vian, simile alla versione bellissima fatta da Ivano Fossati che lo ha spogliato da quella musica da marcetta con cui era nata, oppure dei brani di Leo Ferré, ma erano canzoni che nascevano già in francese. Quello che faccio, prima di eseguire i miei brani in Francia è spiegarli bene, raccontarli. Poi li eseguo in italiano. Ma è la stessa cosa in America o in Spagna o in Germania (in Germania con qualche problema in più, per via della lingua). Cerco se c’è qualcuno tra il pubblico che abbia voglia di tradurre le mie parole e lo trovo spesso. Anche perché l’italiano è una lingua molto apprezzata, è la lingua delle lirica, è una lingua di cultura e allora capita spesso di trovare gente che mi possa capire. Io non sopporto quei cantanti che fanno versioni dei loro brani in spagnolo o in inglese per i mercati esteri. Ma lasciate perdere!

Come ascoltatore che tipo di ascoltatore sei? Cosa ti piace ascoltare?

Devo dire che, ma forse questa è una questione d’età, sto tornando verso la musica classica. Sto ascoltando il "Requiem di Mozart" a manetta... Oramai ascolto musica solo in macchina, perché a casa col bambino piccolo non è possibile. Certo ascolto tutti i dischi degli amici: se Enrico (Rava, ndr) fa un disco o se lo fa Stefano (Bollani, ndr) li ascolto. Poi mi piace molto Vinicio Capossela. Non tanto l’ultimo disco, non sono d’accordo con voi, ma i precedenti. Credo che sia riuscito a fare un uso delle parole, della lingua italiana, molto creativa.

Guarda, proprio recentemente sostenevo che tu e Vinicio siete due esempi, quasi i due corni del dilemma, di come si possa utilizzare benissimo la lingua con finalità affatto diverse. Tu più chiaro, lineare ed essenziale con l’uso di poche parole, lui più fantasioso ed onirico e fluviale nell’uso delle parole.

Sì, è vero. Mi piacerebbe scrivere come lui, se pensiamo che l’italiano è una lingua così viva che basta che un nuovo lemma, magari lanciato in provincia di Viterbo, inizi a essere parlato in giro, per poi arrivare nel giro di poco sui vocabolari. Il mio modo di scrivere è più “vecchio”, tradizionale.

Beh, insomma, non mi butterei giù. Sono canzoni magnifiche le tue. Testi che fanno poesia.

Ma aggrappati a schemi classici … Tornando al tema della musica che ascolto ho apprezzato molto l’ultimo Bob Dylan, quello di “Modern Times” , con quella voce da crooner e quell’aria di chi si diverte con quello che fa e non importa se i ritmi non sono squadrati. Anzi, meglio. E’ proprio questo che fa la differenza tra artigianato e impresa! Che i ritmi non devono essere tutti pari, se la canzone rallenta o accelera, ha solo da guadagnarne.

Questo per la musica che ascolti adesso, ma per la tua formazione chi è stato più importante?

Contrariamente a quanto si pensa o si dice fu Fabrizio De André, ascoltato in vacanza a casa di un amico, di nascosto, perché così si faceva allora. Era “Il Gorilla”, la versione del pezzo di Brassens dal francese. Ecco De André, di cui poi, sempre a casa dell’amico, ho ascoltato il resto della produzione, mi ha insegnato che era possibile parlare di argomenti seri in canzone. Per me è stato uno shock passare dall’ascolto di Rita Pavone, con tutto il rispetto, ma era quello che passava per radio e televisione, a Fabrizio De André. E anche questo aspetto che non voleva comparire ha contato. Poi, per contagio diretto, sono passato a Brassens e ai francesi, e quindi a Leonard Cohen, sempre ascoltato a casa dell’amico.

Sia benedetto l’amico! Sapesse il bene che ha fatto alla musica d’autore italiana!

Poi il jazz, anche se non sono mai diventato un intenditore. Paolo Conte invece è arrivato molto dopo. E non mi sono mai ispirato a lui. Le mie canzoni più “contiane” sono precedenti alla mia conoscenza di Paolo Conte. Nel senso che tutti e due ci siamo ispirati a un substrato comune: un certo jazz americano, la provincia piemontese, indipendentemente l’uno dall’altro. Quando poi si parla di una mia vicinanza artistica a Fossati, mi ritrovo ancora meno. Certo è splendida la sua “Mio fratello che guarda il mondo”, tra l’altro su temi affini al mio “Da questa parte del mare”, così come è molto bella la sua versione del “Disertore”, ma se devo riconoscermi in qualcuno in Italia è più De André che gli altri nomi citati.

Mi dicevi che preferisci firmare per contratti che prevedano un disco solo per volta. Come mai? E tra l’altro continui a fare il ferroviere. E’ vero che andrai presto in pensione?

E’ un concetto che ha a che fare con la libertà. Non mi va di fare un disco perché costretto da un contratto. Voglio fare i miei album quando ho qualcosa da dire. E non so nemmeno se continuerò per sempre a fare il cantautore. Per questo ho scelto di continuare a fare il ferroviere, per trovare una collocazione anche fuori da questo ambiente. Continuo a fare il ferroviere perché così mi tengo attaccato al mondo "reale". Mi serve per avere un contatto con il quotidiano, per mantenermi con i piedi per terra. In quanto alla pensione, no, non è vero niente. Andrò in pensione a 65 anni, come tutti gli altri. E devo dire che lo trovo anche giusto.

Intervista rilasciata il 13 novembre 2006

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