| Magnifica
esperienza intervistare Gianmaria Testa! Persona seria e che ha
qualcosa da dire anche quando si fa solo teoria sul poetar cantando.
Lo incontrariamo in una pausa del sound check prima del concerto
al Ciak di Milano: ne segue mezzora di tranquilla converazione,
mentre fuori dal camerino gli impegni spingono per portarlo via
(sound check, Feltrinelli e poi concerto), ma noi proseguiamo a
parlare con la massima calma. La sensazione è che abbia ancora
molto da dire.
Iniziamo con un rimprovero scherzoso: avevamo da tempo chiuso la
lista degli imperdibili
di Bielle per il 2006, pensando che "Ovunque proteggi"
di Capossela fosse, nonostante altre importanti
uscite, il più imperdibile dell'anno ed ecco che, quasi alla
fine arriva Gianmaria Testa a sconvolgerci piani e classifiche.
Disponibile a parlarne e divertito chiede "ma quanti sono gli
imperdibili?" "Tredici o quattordici", ma uno solo
è "il più" imperdibile". "Fa niente,
allora, a me basta stare dalla parte degli altri. Mettimi pure tra
gli altri dodici" (ride).
Arrivare
al successo con un concept album, serio e rigoroso, che parla di
immigrazione e non solo di quella contemporanea, ma anche di quando
eravamo noi i migranti non è cosa da tutti. D’altra
parte un altro tuo grosso successo era stato “Valzer
di un giorno”, cd dove eri solo con una chitarra acustica,
intervallato dalle poesia di Pier Mario Giovandone. Insomma, più
vai controtendenza e più hai successo?
Guarda, i meccanismi
del successo mi sfuggono ... il successo è un terno al lotto.
Sono stupito anch’io che abbiano registrato maggiori vendite
dischi più ostici rispetto a lavori più morbidi come
“Lampo di notte”
o “Montgolfieres”.
Credo che, in parte, ci sia una sorta di premio alla serietà.
Io non esco con un disco se non sono assolutamente convinto di quello
che ci metto dentro. Il rapporto delle canzoni che scarto, rispetto
a quelle che effettivamente incido è di cinquanta a uno.
Allora
possiamo aspettarci, prima o poi, la pubblicazione di cassetti pieni
di inediti?
Assolutamente
no. Perché se le canzoni non mi piacciono, non mi convincono,
le butto via. Le dimentico. Una canzone deve riuscire a comunicare
la forza di un’emozione. Se riesce a mantenere questa forza,
almeno per me, allora è riuscita. Tra le canzoni che ho pubblicato,
magari qualcuno può sostenere che vi siano delle colossali
vaccate, ma non che non siano oneste.
Come
è nato “Da questa parte del mare”? Hai detto
che ci hai messo quasi 15 anni a scriverlo, ma i brani sono nati
tutti insieme, qualcuno ora e qualcuno nel corso del tempo? Come
l’hai composto?
Bella domanda!
Allora, l’antefatto è noto: nel ’91 su una spiaggia
di Manacore ho assistito a uno sbarco di clandestini, scaricati
in mare da una nave e soccorsi da un peschereccio. Uno morì.
Da quel momento ho pensato che avrei dovuto scrivere un disco che
raccontasse il destino di quella gente. Ma io non so scrivere a
comando. E' rimasto tutto molto tempo in incubazione, mancava sempre
qualcosa... poi, a un tratto, come in un puzzle, il disegno ha preso
forma; tutti i pezzi sono andati a posto. L'ho scritto per me, a
scriverlo per loro non sarei stato capace. Una sola canzone, quella
che apre il disco, “Seminatori di grano”
è nata già da tempo. Poi man mano sono nati altri
spunti, abbozzi, canzoni. Ma il disco non usciva. Tanto che avevo
già pensato di inserire quelle due o tre canzoni in qualche
disco sparso. A un certo punto invece ho letto un libro di Erri
De Luca, scritto magnificamente, come tutti i suoi libri: “Solo
andata”, un romanzo in versi. Ed è stato
come se mi dicesse “lo vedi che si può scrivere in
poesia di questi temi?”. “Seminatori di grano”
era nata dall’osservazione del “Quarto stato”
di Pellizza da Volpedo.
E infatti
l’immagine di copertina del tuo disco riecheggia l’incedere
dei personaggi del Quarto stato.
Infatti. La
prima volta che ho visto il quadro dal vivo mi ha colpito il fatto
che queste persone del popolo avevano negli occhi la speranza. Andavano
verso qualcosa. Ecco, i migranti di adesso non vanno verso nulla.
Fuggono da qualcosa. Portano i loro figli a morire da un'altra parte,
sperando di poterli far vivere. Peraltro io ho volutamente fatto
“Da questa parte del mare” con un produttore come Greg
Cohen che è americano e che parla poco l’italiano
… io non parlo inglese. E questo ha fatto sì che non
ci si sia potuti influenzare. L’argomento, che è di
stretta attualità e molto sentito, è risultato così
raffreddato, quasi raggelato. Cosa c’è di più
lontano di un americano da questi discorsi? Ma in questo modo abbiamo
evitato l’afflusso eccessivo dei sentimenti. Così come,
facilmente, in questo disco, avrei potuto inserire strumenti etnici
o sonorità world per richiamare l’Africa, ma sarebbe
stata solo una turbata. L’unico momento è in “Rrock”
quando, nel finale, il clarinetto e la mia voce giocano su elementi
vagamente africani. Ma in questa canzone io vedevo come il dibattito
tra le due voci, del figlio che parte e del padre che resta e il
finale è come se fosse il grido del padre che è rimasto.
Dichiari
di esserti ispirato nella composizione di questo lavoro ai concept
album degli anni ’70. Hai mai pensato di creare elementi musicali
di congiunzione tra le singole canzoni? Di pensarle come se fosse
una sola lunga suite?
Sì,
mi sono ispirato soprattutto a Fabrizio De André
e a quella eccezionale trilogia di concept album maturati nei primi
anni ’70, da “La buona novella” a
“Non al denaro, non all’amore, né
al cielo” fino a “Storia di
un impiegato”. Ho pensato anche ai brani di
collegamento tra un pezzo e l’altro, ma devo dire che non
mi hanno mai convinto. Nemmeno in passato. Neanche in qualche disco
che voi sicuramente avrete messo tra gli imperdibili ("Ho
visto degli zingari felici" - NdR?). Album in cui c’erano
magari canzoni belle e meno belle, ma le musiche di unione tra un
brano e l’altro appartengono di più alla categoria
della “furbata” che non a una vera esigenza espressiva.
Preferisco esprimermi per canzoni. E poi, dalle mie parti si ripete
sempre l’invito a non andare fuori dal proprio campo …
Memore
delle tue escursioni e frequentazioni teatrali non ti piacerebbe
trasformarlo in uno spettacolo?
Sì.
E ti dirò di più. A un certo punto stavo collaborando
a una colonna sonora di un bravo regista francese Jean-Louis
Bertuccelli, di chiara origine italiana e gli ho parlato
del mio lavoro, dicendogli che mi sarebbe piaciuto che fosse diventata
una “cantata”. Non un musical o che, ma proprio una
cantata nel senso medioevale del termine. Poi mi riallaccio sempre
al discorso di non andare fuori dal proprio campo e mi fermo lì.
Vedi ... nei concerti prendo posizione. Voglio che si capisca chiaramente
da che parte sto. Ultimamente mi è capitato dalle parti di
Treviso, dove c'è stato quel sindaco che aveva fatto togliere
le panchine perché non si sedessero gli extracomunitari,
di esserci andato un po' sul pesante. Dopo il concerto è
venuta a parlarmi una signora che mi ha detto "bello spettacolo,
ma non sono per niente d'accordo con quello che ha detto".
Ne è nata una bella discussione, con tutto uno scambio di
punti di vista. Ecco, le canzoni devono servire anche a questo.
Magari
con un piccolo aiuto dagli amici potrebbe tornare d'attualità
lo spettacolo?
Magari. Chissà
un giorno …
Dopo
sei album in studio, nell’arco di undici anni, non sarebbe
ora di un “The best of” o di un live?
Ma guarda,
il The best of … no. Per quanto riguarda il live invece non
avrei nessuna difficoltà. Tu sai che i miei dischi sono sempre
registrati dal vivo, suonando tutti assieme. Sì, certo, poi
ci sono le sovraincisioni, come in questo caso quelle di Bill
Frisell che ci ha mandato i suoi assoli via internet oppure
Paolo Fresu che era sempre oberato di impegni e
siamo andati a registrarlo tra una tappa e l’altra delle sue
tournée, ma per il resto suoniamo dal vivo.
Mi piacerebbe ricantare oggi qualche canzone di quelle più
antiche. Non tanto per la musica, quanto proprio per l’interpretazione.
Sai, i dischi hanno il pregio-difetto di essere dei fermi-immagine,
delle fotografie di un momento. Però le canzoni si evolvono,
si evolvono le capacità espressive, la tecnica e anche le
tue capacità di utilizzarla. Adesso credo di cantare meglio
di una volta... Quello che mi piacerebbe fare, quindi, sarebbe prendere
un certo numero di canzoni, non necessariamente "the best"
e penso che oggi, che sono un po’ più padrone anche
della tecnica, saprei farle meglio.
C’è, ad esempio un brano, dedicato a mio padre, che,
nel momento in cui l’ho inciso ero troppo coinvolto e, cantandolo,
sono scoppiato a piangere. Poi ho ripreso a cantare, ma per riuscire
a farlo sono rimasto troppo distaccato. Ecco, oggi credo che saprei
farlo meglio quel brano.
Più
in generale come si svolge il tuo lavoro di composizione?
Parto da un’idea
preesistente. Poi mi metto lì con la chitarra e nascono assieme
parole e musica. Non scrivo niente da nessuna parte, semplicemente
mi limito a canticchiarlo e accennarlo con la chitarra. Poi rimane
a decantare. Questa fase può durare anche dei mesi. Metto
la canzone sotto la paglia. Se la dimentico vuol dire che probabilmente
meritava di essere dimenticata. Altrimenti, se quando la riprendo,
trovo ancora le emozioni che mi suscitava al momento della prima
stesura, dell’idea di partenza, inizio a farla sentire in
giro. E così a poco a poco cresce fino alla forma definitiva.
Ma solo se mi convince andrà a finire in un disco.
Si
conosce questo tuo grande successo in Francia. Anche ora sei reduce
da una tournée caratterizzata da teatri "tutti esauriti"
Oltralpe. Ma non ho mai trovato traccia del fatto che tu canti in
francese …
Infatti non
canto in francese. Il francese per me è come una seconda
lingua. Non avrei problema a cantare. Ma bisogna fare attenzione
alla differenza tra significato e significante delle parole. Io
posso tradurre la mia canzone in francese, ma se pensiamo, ad esempio
che la maggior parte delle parole di uso comune tra le due lingue
cambia “genere” … Il mare, ad esempio: in italiano
è maschile, è un concetto virile. La mer è
femminile e poi ricorda per assonanza “la mere”, la
mamma. E’ tutta un’altra cosa. Così come può
essere diverso la catena di simboli associata a una parola che è
diversa in italiano e in francese. Ecco, io non posso padroneggiare
il francese fino a sapere cosa una certa parola può scatenare
a livello di suggestione. Ho cantato solo qualche volta in francese:
“Il disertore” di Boris Vian,
simile alla versione bellissima fatta da Ivano Fossati
che lo ha spogliato da quella musica da marcetta con cui era nata,
oppure dei brani di Leo Ferré, ma erano
canzoni che nascevano già in francese. Quello che faccio,
prima di eseguire i miei brani in Francia è spiegarli bene,
raccontarli. Poi li eseguo in italiano. Ma è la stessa cosa
in America o in Spagna o in Germania (in Germania con qualche problema
in più, per via della lingua). Cerco se c’è
qualcuno tra il pubblico che abbia voglia di tradurre le mie parole
e lo trovo spesso. Anche perché l’italiano è
una lingua molto apprezzata, è la lingua delle lirica, è
una lingua di cultura e allora capita spesso di trovare gente che
mi possa capire. Io non sopporto quei cantanti che fanno versioni
dei loro brani in spagnolo o in inglese per i mercati esteri. Ma
lasciate perdere!
Come
ascoltatore che tipo di ascoltatore sei? Cosa ti piace ascoltare?
Devo dire che,
ma forse questa è una questione d’età, sto tornando
verso la musica classica. Sto ascoltando il "Requiem
di Mozart" a manetta... Oramai ascolto musica
solo in macchina, perché a casa col bambino piccolo non è
possibile. Certo ascolto tutti i dischi degli amici: se Enrico
(Rava, ndr) fa un disco o se lo fa Stefano (Bollani,
ndr) li ascolto. Poi mi piace molto Vinicio Capossela.
Non tanto l’ultimo disco, non sono d’accordo con voi,
ma i precedenti. Credo che sia riuscito a fare un uso delle parole,
della lingua italiana, molto creativa.
Guarda,
proprio recentemente sostenevo che tu e Vinicio siete due esempi,
quasi i due corni del dilemma, di come si possa utilizzare benissimo
la lingua con finalità affatto diverse. Tu più chiaro,
lineare ed essenziale con l’uso di poche parole, lui più
fantasioso ed onirico e fluviale nell’uso delle parole.
Sì, è vero.
Mi piacerebbe scrivere come lui, se pensiamo che l’italiano
è una lingua così viva che basta che un nuovo lemma,
magari lanciato in provincia di Viterbo, inizi a essere parlato
in giro, per poi arrivare nel giro di poco sui vocabolari. Il mio
modo di scrivere è più “vecchio”, tradizionale.
Beh,
insomma, non mi butterei giù. Sono canzoni magnifiche le
tue. Testi che fanno poesia.
Ma aggrappati
a schemi classici … Tornando al tema della musica che ascolto
ho apprezzato molto l’ultimo Bob Dylan, quello
di “Modern Times” , con quella voce
da crooner e quell’aria di chi si diverte con quello che fa
e non importa se i ritmi non sono squadrati. Anzi, meglio. E’
proprio questo che fa la differenza tra artigianato e impresa! Che
i ritmi non devono essere tutti pari, se la canzone rallenta o accelera,
ha solo da guadagnarne.
Questo
per la musica che ascolti adesso, ma per la tua formazione chi è
stato più importante?
Contrariamente
a quanto si pensa o si dice fu Fabrizio De André,
ascoltato in vacanza a casa di un amico, di nascosto, perché
così si faceva allora. Era “Il Gorilla”,
la versione del pezzo di Brassens dal francese. Ecco De André,
di cui poi, sempre a casa dell’amico, ho ascoltato il resto
della produzione, mi ha insegnato che era possibile parlare di argomenti
seri in canzone. Per me è stato uno shock passare dall’ascolto
di Rita Pavone, con tutto il rispetto, ma era quello che passava
per radio e televisione, a Fabrizio De André. E anche questo
aspetto che non voleva comparire ha contato. Poi, per contagio diretto,
sono passato a Brassens e ai francesi, e quindi
a Leonard Cohen, sempre ascoltato a casa dell’amico.
Sia
benedetto l’amico! Sapesse il bene che ha fatto alla musica
d’autore italiana!
Poi il jazz,
anche se non sono mai diventato un intenditore. Paolo Conte
invece è arrivato molto dopo. E non mi sono mai ispirato
a lui. Le mie canzoni più “contiane” sono precedenti
alla mia conoscenza di Paolo Conte. Nel senso che tutti e due ci
siamo ispirati a un substrato comune: un certo jazz americano, la
provincia piemontese, indipendentemente l’uno dall’altro.
Quando poi si parla di una mia vicinanza artistica a Fossati,
mi ritrovo ancora meno. Certo è splendida la sua “Mio
fratello che guarda il mondo”, tra l’altro
su temi affini al mio “Da questa parte del mare”, così
come è molto bella la sua versione del “Disertore”,
ma se devo riconoscermi in qualcuno in Italia è più
De André che gli altri nomi citati.
Mi
dicevi che preferisci firmare per contratti che prevedano un disco
solo per volta. Come mai? E tra l’altro continui a fare il
ferroviere. E’ vero che andrai presto in pensione?
E’ un
concetto che ha a che fare con la libertà. Non mi va di fare
un disco perché costretto da un contratto. Voglio fare i
miei album quando ho qualcosa da dire. E non so nemmeno se continuerò
per sempre a fare il cantautore. Per questo ho scelto di continuare
a fare il ferroviere, per trovare una collocazione anche fuori da
questo ambiente. Continuo a fare il ferroviere perché così
mi tengo attaccato al mondo "reale". Mi serve per avere
un contatto con il quotidiano, per mantenermi con i piedi per terra.
In quanto alla pensione, no, non è vero niente. Andrò
in pensione a 65 anni, come tutti gli altri. E devo dire che lo
trovo anche giusto.
Intervista
rilasciata il 13 novembre 2006
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