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BiELLE INTERVISTE
Gianmaria Testa: le emozioni che generano canzoni
di Antonio Piccolo

Profondo nell’animo e semplice nei modi, così è Gianmaria Testa. Presenta il suo nuovo disco, “Da questa parte del mare”, al Feltrinelli Store di Napoli, con la sua chitarra, un buon bicchiere di vino bianco e una gentilezza infinita, con cui risponde alle domande che un pubblico affettuoso gli rivolge. Un disco composto ed interpretato con grande umanità, la stessa umanità che dice si aspettava che gli italiani avrebbero avuto con gli immigrati (“mi aspettavo l’umanità, almeno quella!”), visto che fino a poco tempo fa non eravamo noi a stare da questa parte del mare.
Finito l’incontro, dobbiamo fare l’intervista come d’accordo e mi dice: “scusami, ti dispiace se la facciamo fuori? Devo fumare!”. Ci sediamo all’esterno della libreria e, come prima cosa, gli faccio i complimenti per il suo disco e gli dichiaro il mio ormai vecchio amore per la sua opera omnia. Mi dice: “queste sono cose che un giornalista vero non dice!”. “Infatti, non lo sono, sono appassionato”, rispondo. “Allora, va bene”, sentenzia.


Dopo aver inciso 5 dischi e aver composto 55 brani di – minimizzo alla grande – “canzoni d’amore”, tanto da meritare l’appellativo di “Cyrano dei cantautori” da parte di Erri De Luca, hai deciso di realizzare un disco monotematico sulle migrazioni moderne. Mi chiedevo: questo nuovo approdo dopo cinque album per così dire “intimisti” è dovuto al fatto che senti di aver acquisito una maggiore consapevolezza come autore o ad altre esigenze?

No, non scrivo mai su comando, neanche di me stesso, non lo so fare. Scrivo quello che il tarlo dell’ispirazione mi fa scrivere e adesso mi sembrava che questo tema mi pesasse molto, mi facesse sentire a disagio. Sono fra quelli che pensano che, se uno sta male nel mondo, anch’io non posso essere completamente felice, allora ho scritto questa cosa, ma non è programmatica, non è un cambiamento, non è una maturazione. È soltanto che avevo dentro questa cosa da buttar fuori.

“Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?” (Che Guevara, n.d.r.)


È esattamente così. Poi, purtroppo, ci auto immunizziamo, le guerre diventano televisive, le migrazioni quotidiane, gli annegati diventano un fatto di cronaca sempre più piccolo sui giornali, però non va così bene, non è così che dovrebbe andare. L’umanità siamo noi, tutti quanti.

Lo spirito di questo album ci fa ricordare che, una volta, non eravamo noi a stare “da questa parte del mare”. Come ti spieghi il vuoto di memoria degli italiani di oggi che, quando va bene, verso gli immigrati hanno disinteresse, quando va male diffidenza, e quando va peggio disprezzo?


Me lo spiego con un fatto che considero naturale: qualunque diversità fa paura, nella gente comune. Il razzismo ideologico è una cosa che condanno, ma io parlo di quel razzismo istintivo che hanno perfino i bambini, che è il razzismo verso una qualche diversità. Questo razzismo va combattuto con intelligenza, con ragionamento. Me lo spiego benissimo quello degli italiani, compreso il mio senso di fastidio, qualche volta. Me lo spiego, ma non lo accetto, sono due cose diverse: me lo spiego, ma penso che non sia giusto averlo e che bisogna contrastarlo in qualche modo.

Tu vieni da una cultura contadina, con tutti questi lavori che non facciamo più noi. Sarà questa la questione, che la cultura contadina, che prima ci apparteneva, ora non ci appartiene più?

Penso che la cultura contadina, quella degli anni ’60 che ho vissuto io, è finita perché i tempi non ci permettono più quel tipo di lentezza. Io mi ricordo che c’erano delle persone – all’epoca i miei li chiamavano “dei poveri” – che vagavano da una cascina all’altra: mia madre aggiungeva un posto a tavola, perché il presupposto era che dove si mangiava in sei, si mangiava anche in sette, anche in otto. I tempi lo permettevano, la filosofia della vita era ancora un po’ diversa; adesso, è un’allucinazione ed è in fase di ulteriore accelerazione. È questo che ci condanna a fare non delle scelte, ma a prendere delle decisioni rapidissime, spesso sbagliate.

C’è una cosa abbastanza atipica per un concept album: la prima canzone non fa da introduzione ma, anzi, si entra subito nel vivo dell’argomento, che poi viene delineato con un filo conduttore che si intuisce abbastanza chiaramente. Mi chiedo se il concept album sia stato scritto in maniera programmata o piuttosto sia nato quasi da sé dopo aver composto prima alcuni brani.
No, è nato in maniera programmata perché la composizione è durata quattordici, quindici anni. Ho pensato anche tante volte di non riuscirci. Avevo in mente i più bei concept album italiani, quelli fatti da De André, e ho pensato molte volte che era presuntuoso da parte mia pensare di poter fare un album tutto intero dedicato ad un solo tema, però non volevo neanche liquidare un argomento come questo in due o tre canzoni e, quindi, quelle che avevo le ho tenute lì fino a quando non ci sono state tutte e siamo entrati in studio con la scaletta del disco pronta.

Trovo che questo disco sia molto cinematografico e, infatti, molte canzoni mi provocano molte suggestioni, spesso di matrice francese (e non mi sembra strano, nel tuo caso). Ad esempio, “Seminatori di grano” mi ricorda molto gli impressionisti – tu hai parlato invece de “Il quarto stato” -, come Millet, Daumier, Courbet. Ci sono effettivamente delle suggestioni percepite consciamente nella composizione di questi brani?

Sì, però la più importante è proprio quella che ho citato e ringraziato nel disco, quella di Erri (De Luca, n.d.r.) con “Solo andata”, perché quando ho letto il suo libro – di cui la prima parte è una specie di poemetto sulle migrazioni – è come se lui mi avesse detto: “è possibile parlare di un argomento così in poesia, quindi è possibile farlo anche in musica!”. Erri mi incoraggia senza volerlo, anche solo con la presenza. Altre suggestioni, se ci sono, sono involontarie, non coscienti.

Ho notato in tutti gli album una grande finezza nell’uso della voce, nella qualità di renderla effettivamente interpretativa e non solo uno strumento automatico che deve definire la melodia delle canzoni. Già fino ad “Altre latitudini” si potevano cogliere sempre più sfumature, dal soffiato, al sussurrato, al rauco, al semi-recitativo e, direi, anche in questo album continui su questa strada. Ti riconosci in quello che dico sulla tua voce? Secondo che criteri la moduli?

Io penso che le parole hanno un peso: come sai, non esiste solo il significato, ma anche il significante, le parole hanno la loro musicalità, un loro ritmo, un loro peso. Una delle cose delle cose che credo di aver pian piano imparato, come in qualunque mestiere artigianale, è quello di saper modulare il peso delle parole o, almeno, mi sembra di farlo. Una volta un grande cantautore catalano, Paco Ibanez, m’ha detto: “tu non devi cantare mai per tanta gente, devi cantare per l’ultimo in fondo dell’ultima fila” e questo non vuol dire urlare, vuol dire che, cantando piano, lui deve capire lo stesso quello che dici.

Ci sono tanti ottimi musicisti in questo album, alcuni tuoi compagni da tanto tempo, ormai. Ma ci sono due grosse novità, due grandi musicisti di fama internazionale: Bill Frisell e Greg Cohen. Come vi siete incontrati e com’è nata l’idea di collaborare?

Io ho incontrato prima Greg Cohen, grazie alla produttrice del disco, Paola Farinetti – che è mia moglie. Lo conoscevo di fama, ma non personalmente. Ci siamo incontrati a New York perché avevo un concerto lì, lui è di New York ed è venuto a sentirmi. Dopo gli ho detto: “senti, Greg, forse mi piacerebbe fare una cosa con te, però devo prima farti sentire il materiale”. Qualche mese dopo ci siamo visti a Montreal dove suonavo, Montreal è a un’ora di aereo da New York, lui è venuto. Avevo una registrazione chitarra e voce e le traduzioni dei testi e m’ha detto: “va bene, salgo in camera, ascolto e poi ti dico”. È salito in camera, io ho aspettato abbastanza trepidante; dopo due ore è sceso e m’ha detto: “è bellissimo, va bene, lo facciamo”. Da quel momento ci siamo seduti ad un tavolo di un ristorante indiano di Montreal e abbiamo discusso di come realizzarlo. Io avevo già i musicisti e le idee abbastanza chiare, però mi mancava una chitarra elettrica e pensavo che lui mi potesse proporre qualcuno: lui mi ha fatto alcuni nomi tra cui Bill Frisell. Ho detto: “va bene, per come lo conosco come musicista, potrebbe avere la sensibilità giusta”. Però, con Bill non ci siamo incontrati durante la registrazione perché aveva un solo giorno libero, per cui ha registrato a Seattle e noi eravamo a Bologna. Una roba un po’ strana: lui mandava le cose tramite internet, ci mandavamo delle mail dicendo “bravissimo, funziona, vai avanti così!”. Poi, per fortuna, ci siamo incontrati dopo la registrazione, a Genova, e sono stato contento di vedere che è una persona che corrisponde alla sua musica: molto timida e molto calorosa. Non ci siamo detti gran che, ma ci siamo abbracciati.

Da “Montgolfieres” in poi hai avuto sempre più considerazione. Sicuramente, ciò è dovuto in primis all’alto valore della tua opera fin da subito (come ha scritto Leon Ravasi su Bielle, “Gianmaria Testa è nato imparato!”), ma credo non bisogni sottovalutare il fatto che hai incontrato produttori intelligenti che hanno saputo appoggiarti in tutti i sensi. Ci sono però tanti autori nuovi o relativamente recenti come te, o Capossela, o altri, che sono costretti a vivere nella penombra. Credi che il mercato discografico dia ai giovani autori di talento la possibilità di emergere?

Il problema è sempre lo stesso: qualunque creatività, quando incontra il mercato, crea un punto di frizione, perché non c’è nulla di più lontano fra la libera creatività e la mercificazione della creatività. Come si fa a stabilire quanto vale un quadro? Com’è possibile che Van Gogh sia morto miserabile e, adesso, un suo quadro valga cifre impossibili per chiunque? Quello è un punto critico. Io non mi faccio questo problema, sinceramente. Resto convinto che, se tu hai una certa coerenza e fai le cose non per venderle, ma perché ti è necessario e la tua cosa ha il germe della sincerità, alla fine viene fuori. Non importa quando e non importa neanche quanto venga venduta. Io ho sempre chiesto ai miei produttori di lasciarmi libero e, sebbene mi abbiano dato consigli, sanno che io non posso disgiungere la parola “libertà” da quello che faccio. E so benissimo che per me ci sono paragoni con Conte e altri, ma non mi interessa assolutamente! Per me, una canzone di successo è una canzone che rappresenta l’emozione che l’ha generata; può essere anche non pubblicata: l’importante è che io la scriva e la canti, la metta fuori, anche soltanto per me. È un grande privilegio che hanno quelli che riescono a metter fuori una cosa che gli sta dentro, perché dopo vivono meglio. Ovviamente, preferisco se i miei dischi vendono, però è una cosa completamente accessoria. La mia musica non me la toglie nessuno, vendere o non vendere non fa la differenza.

Però, aldilà dell’esperienza personale, soggettiva, io volevo porre l’attenzione sulla questione del mercato discografico, quello che offre.

Penso che sia sempre più evidente l’esigenza di vendibilità e, quindi, si sprecano i prodotti usa e getta, un po’ come nel resto delle cose da vendere. La canzone, però, ha delle colpe: siccome è uno dei pochi generi di musica vendibili, la canzone si è prostituita più in fretta degli altri generi musicali, ha accettato di diventare solo prodotto e non più contenuto. Questo ha fatto sì che per la canzone si nutra meno rispetto, si è molto più critici verso altre cose: si accetta, per esempio, che una bella voce canti delle minchiate, io no! A me dispiace sentire una bella voce che canta una stupidaggine! Penso che la canzone dovrebbe avere più dignità, però credo anche che uno degli antidoti per evitare che i dischi vengano copiati non sia quello di fare le pubblicità progresso dove si dice: “non copiate etc.”. Se la gente ha la possibilità di farlo, lo farà: perché devo spendere 20 euro per comprarmi un disco se me lo posso copiare? Io non ho nulla contro questo, nulla! I dischi sono troppo cari, però credo che a nessuno venga in mente di fotocopiarsi i sonetti di Foscolo: se gli piacciono, si comprerà il libro, perché vorrà averli, guardarli, consultarli, per il piacere anche fisico. Credo che questa sia una molla che spinge a fare prodotti che valga la pena di avere, di essere posseduti.

Con Paolo Rossi aveva realizzato uno spettacolo, “Rossintesta”, di cui fu presentata un’anteprima. Che fine ha fatto quello spettacolo?


Eh, ma Paolo non c’è mai, io nemmeno! (ride) Allora, ci sentiamo e diciamo: “quand’è che lo rifacciamo?”. Ma le date non quadrano mai.

A questo punto, mentre io e Gianmaria chiacchieriamo amabilmente sui gradini esterni della Feltrinelli, arriva un venditore ambulante con accendini, fazzoletti, penne, che mette una mano sulla spalla a me e poi si rivolge a noi due (mentre parliamo) con insistenza per venderci qualcosa. Gianmaria con una fermezza inequivocabile, ma anche con il garbo che lo caratterizza gli dice: “No, grazie, scusa un secondo! Stiamo facendo una cosa! Abbi pazienza”. Al che il venditore risponde: “Ah, stai registrann’?!?”. E Gianmaria: “E cert’! Eh! Solo un attimo!”

Quindi, lo rifaremo, però quando potremo tutti e due.

Speriamo!
Sei album studio, alcuni video di spettacoli. Ma a quando un live? Ne abbiamo bisogno!


Non lo so, spesso i live vengono fatti per vendere, io sono titubante. Farò un live quando avrà senso farlo, adesso mi sembra non ce l’abbia ancora.

Per me l’intervista sarebbe conclusa, ma – informalmente – chiedo a te che ci lavori, queste Ferrovie italiane? (rido)

(ride) Una chiavica, eh? Eh, lo so, però non dipende dai ferrovieri, dipende dalle scelte politiche. Le ferrovie vengono lasciate andare – non so perché -, però i miei colleghi fanno i salti mortali già solo per la sicurezza, quindi la puntualità è un sogno, per adesso. È una questione di investimenti: il problema è sempre lì nel manico.

Conclusa l’intervista, gli chiedo di firmarmi il disco. “Anche queste sono cose che un giornalista vero non fa”, mi dice mentre lo firma.

Intervista rilasciata il28 ottobre 2006

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