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BiELLE INTERVISTE
Stefano Tessadri: le storielle che valgono una vita
di Alessio Lega

Cantautore e cantautore faccia a faccia. Due degli elementi trainanti di "Baci e spari" si fronteggiano in un'intervista "all'arma bianca" sulla soglia del secondo disco. Stefano Tessadri c'è arrivato da poco con "Malocuore", Alessio Lega ci arriverà tra poco. Quello che segue è il dialogo dei massimi sistemi tra i due musicisti,

Alessio: da cantautore a cantautore … e siamo arrivati al secondo disco! Perché?

Stefano: problemi psicotici!

A: insomma, già di questi tempi può sembrare un azzardo farne uno.

S: che ti prepari per tutta la vita… io l'ho fatto, e poi, nonostante tutta la fatica, mi sono reso conto di non essere ancora stanco.

A: le canzoni del primo disco "Dietro ogni attesa", uscito dopo un bel po' di attività compositiva testimoniata dai live, erano scelte - immagino - in un bacino vastissimo. Queste del secondo continuano a piluccare da quel bacino o testimoniano un nuovo momento compositivo?

S: le due cose. Un paio vengono da molto lontano, come la "Malocuore" che dà titolo all'album, un paio sono state definite praticamente quand'ero già in sala di registrazione, e non parlo solo di arrangiamenti, erano abbozzi mancanti anche di parti di testo, che hanno preso forma ispirandosi proprio al suono che caratterizza l'album. Le altre sono comunque scritte dopo l'uscita di "Dietro ogni attesa".

A: questo era quello che volevo sentirti dire, proprio perché volevo approfondire una mia intuizione, che si riferisce alla tua tendenza ad organizzare dei dischi concept, ma il cui concept è un filo musicale e ambientale, più che il classico concept narrativo in cui si racconta una storia.

S: non è raro che il concept l'autore stesso lo trovi dopo l'uscita del disco… scherzi a parte, prima di fare questo disco c'era innanzi tutto la mia intenzione di esplorare alcune storie e alcune sonorità che queste storie mi chiedevano, o che di queste storie raccontavano cose più profonde delle parole stesse. Poi è venuto l'incontro e la reciproca scelta con un gruppo di musicisti interessati a questo mio stesso viaggio e poi è venuto il disco come una conseguenza di tutto ciò.

A: questa direzione presa con "Malocuore" è una direzione in cui vuoi lavorare ancora o la senti già come esaurita e pensi di volgerti altrove?

S. io per carattere mi volgerei altrove già domani mattina. Non perché sia minimamente stanco del disco. Non la ritengo una vena esaurita, anche se più che altro perché ho voglia di esplorare dal vivo le possibilità che mi dà questo stile.

A: giunto al traguardo del secondo CD come ti rapporti all'annoso fenomeno della crisi del prodotto discografico…

S: non ci penso. La molla che mi mi muove non è certo un ragionamento produttivo, ma l'esigenza di fotografare ciò che mi sta attraversando in un dato momento e per far questo non conosco altro modo che fare un altro disco. Mettere un punto fermo mi consente di andare avanti. Domani io non sarò più questa cosa, ma un tempo lo sono stato.

A: quando fai il primo disco sei bene o male autorizzato a pensare (anche se tutto di fatto lo nega) che stai proponendo qualcosa di nuovo e puoi figurarti di vendere milioni di copie… dopo si capisce che il massimo a cui aspirare è un progressivo, lentissimo allargamento del tuo pubblico di appassionati.

S: questo è un disco che volevo fare. A dispetto di ogni logica è un punto di partenza irrinunciabile. Fondamentali poi sono stati i contributi esterni a questa intenzione: il mio gruppo di musicisti e la persona che mi sta seguendo dal punto di vista manageriale, Alessandro Cesqui.

A: beh, si tratta già di un bel nome in quest'ambiente, ha avuto belle collaborazioni, quindi è gratificante che abbia stabilito questo rapporto con te.

S: certo! Dopo un po' che era avvenuto quest'incontro lui ha detto "Facciamo questo disco". Caspita… ben volentieri! Sai il primo disco era stata un'autoproduzione fatta a mie spese, un lusso che ti puoi permettere una sola volta nella vita! Ma oltre questo dato contingente credo che un salto di qualità avvenga quando altri testimoniano concretamente di credere in quello che tu fai, assumendosi anche dei rischi. Per un carattere perennemente inquieto come il mio questo è un grosso slancio.

A: l'impressione che mi nasce dal confronto fra i tuoi due dischi è che il primo faccia opera di raccolta di quanto avevi seminato; questo secondo invece guardi a un possibile futuro, a una direzione, una direzione mi pare di maggior spigolosità, di maggior cattiveria: è un disco decisamente meno consolatorio del precedente.

S: si, nel primo c'erano anche parecchie influenze, echi di canzoni e musiche che mi erano state care e fondamentali e a cui avevo bisogno di fare tributo proprio per staccarmene. Ora i miei gusti musicali son rimasti i medesimi, ma il modo di gestire le mie tematiche è molto più libero. Anche se poi la mia musica echeggia sempre qualcos'altro, perché secondo me di personale nell'arte non c'è mai nulla - di questo sono convintissimo - per cui è inutile fingere un'originalità chimerica.
Tutto pre-esiste. Tenendo conto di questo assunto "Malocuore" è un disco nuovo.

A: beh, visto che lo accenni tu e visto che, essendo noi amici, posso affondare il destro in un tema bastardo, vorrei che dicessi la tua sul fatto che, in quelle poche righe in cui assommano sovente le recensioni, si tenda molto a sottolineare le analogie più che a cercare le differenze. Tu sei una vittima illustre di questa tendenza per la vicinanza che ti ha legato all'opera - diremo per brevità - di Vinicio Capossela, tanto per restare in Italia.

S: e spostandosi subito oltremare, di Tom Waits… ma poi c'è tutta una strada che attraversa il '900 da Satie a Kurt Weill anche in Europa.

A: e questi accostamenti, talvolta un po' velenosi, hanno contribuito al tuo cambiamento?

S. No! E non perché io me ne sbatta i coglioni delle critiche, le ho ascoltate con attenzione, spesso incazzandomici anche, ma il cambiamento è qualcosa che sorge da un'esigenza molto più interiore di quanto il pur sacrosanto diritto di critica riesca a toccare. Se domani mi tornasse voglia di riprendere quei climi per cui mi hanno criticato lo farei immediatamente. Anche perché Vinicio o Tom Waits sono per me figure fondamentali, dunque l'accostamento non mi disturba. M'infastidisce che a volte si faccia solo l'accostamento senza poi effettivamente chiarire se l'opera è fatta bene o è fatta male. Ridurre tutto alle somiglianze è una cosa triste e inutile, per me e per il pubblico. Anche perché poi il mio cantautore preferito, il mio massimo punto di confronto, anche se non gli somiglio affatto, è Fabrizio De Andrè e non altri.

A: il tuo primo disco era nato tutto dentro quell'importante esperienza milanese che è stato il Caravanserraglio…

S. bellissima esperienza, che ora è finita, come finiscono le bellissime esperienze. È stata la mia scuola per imparare questo mestiere: esibirsi ogni settimana davanti a un pubblico numeroso di gente venuta per ascoltarti, confrontandoti costantemente con gli altri che si esibiscono con te, e coi nomi, anche grossi, che son passati come ospiti… che palestra! Ora il distacco è ancora recente, ma presto il Caravan raggiungerà il mio nutrito bagaglio di nostalgie.

A: il tuo primo disco era completamente immerso in quel clima.

S: erano canzoni che avevo molto eseguito lì. Quand'ho fatto la presentazione al Caravan le cantavano tutti. Era una bella disfida… ma anche ora sarà interessante.

A: volevo toccare la questione dei suoni: un tempo esisteva il concetto di una canzone scritta quasi nuda (voce e chitarra) dall'artista e, solo in seguito, rivestita da un arrangiatore, in una fase produttiva che era altra cosa dalla composizione. Oggi molti di noi lavorano in gruppo coi loro musicisti, mettendo assieme le esperienze dei vari strumentisti come blocchi prefabbricati da assemblare. Scrittura e arrangiamento sono diventati un tutt'uno.

S: spesso, se a una delle mie canzoni sottrai il clima e le evocazioni di quelle sonorità precise, resta ben poca cosa o comunque diventa tutt'altra cosa. Il carattere originale del mio lavoro, per me sta - paradossalmente - proprio nella capacità di usare suoni provenienti da altri luoghi e altri tempi.
La differenza fra i miei due dischi è stata ottenuta proprio dal ricambio dei musicisti. L'unico rimasto è il mio braccio destro Agostino Marino, contrabbassista, complice e co-produttore. Il mio attuale chitarrista invece, Gianluca - Fast - Fasteni, prima di lavorare con me non aveva mai nemmeno preso in considerazione l'idea di suonare con un cantautore. Il batterista è di derivazione punk-rockabilly. E poi, già in una fase avanzata dei lavori, è nato questo rapporto con Michele Ascolese, che non ha bisogno di presentazioni. Tutta questa gente ha trovato un'armonia non certo lanciandosi in un inseguimento di assoli, ma mettendosi al servizio delle canzoni.

A: poi c'è un ospite di "riguardo": Oliviero Malaspina.

S: ho voluto Oliviero per condividere quello che è il grande atto d'amore di questo disco, "La ballata degli impiccati" di De André, un brano stupendo e molto meno cantato di tanti altri. Il suo apporto, oltre ad essere un cordone ombelicale (lui è stato l'ultimo collaboratore di De André), rende questo brano fortissimamente drammatico proprio per il suo modo di cantare. Il nostro arrangiamento poi contribuisce a far sentire la canzone a casa sua nel mio disco.

A: quanto il disco precedente era europeo e novecentista - c'era persino una citazione futurista - questo ha un retrogusto di musica popolare, anche se te la sei andata a cercare in Messico.

S: quando io scrivo un brano di gusto Tex-Mex e lo ambiento in Lomellina è ovvio che sto trattando una serie di stilemi popolari, ma con enorme libertà. Così le mie ambientazioni Western non si richiamano minimamente al Country, il mio Western è un Western musicale alla Sergio Leone: quello di un italiano che guarda a un certo tipo di iconografia, per raccontare attraverso quello specchio deformante i propri fantasmi. A me interessa moltissimo cercarmi dentro iconografie che non mi appartengono per tradizione, me ne faccio affascinare, me ne approprio e poi me ne libero, perché bisogna pur salvarsi! I miei testi raccontano una serie di storie al limite, perciò l'ambientazione è Western. Il Western è il luogo della frontiera, cioè del limite… C'è una canzone su un tizio che va fuori di testa e decide di dar fuoco al padre perché pensa faccia parte di una specie di complotto planetario. Poi ce n'è un'altra su una setta che si dedica ai sabba. Un'altra su un personaggio che è ossessionato dalla conquista delle donne per dimenticare se stesso… Tutti personaggi che ho conosciuto proprio nel mio luogo di confine personale, il quartiere milanese di Niguarda, ma che avevo bisogno di proiettare su uno schermo altro. Per esempio molti elementi delle canzoni sulla follia - sentire le voci nei muri, vedere gli insetti di metallo - sono venute dalla frequentazione di un centro psicosociale di zona.

A: di certo il tuo disco non si può definire un disco che prenda nettamente posizione sul sociale, ma, di fatto, nasce dall'incontro fra tante culture musicali diverse provenienti dagli angoli più disagiati del mondo. Non ti pare che questa cosa di per sé indichi una strada nel momento in cui il confronto con lo straniero è la grande scommessa del presente?

S: assolutamente si. Parlare di personaggi al limite, anche con ironia, è appunto un avvicinarsi. Io lo faccio con un interesse - direi - da atlante di medicina legale, però è un interesse con cui mi metto a confronto.
Io, per quanto riguarda il mio lavoro, non credo che l'arte possa avere o indicare una morale, però il confrontarsi con date tematiche e ascoltare certe cose, forse non cambia nulla, ma può essere interessante. Non a tutti è capitato di vedere un manicomio da dentro. Io con le mie canzoni cerco di fartelo vedere con tutta la sua umanità.

A: l'altro tema continuamente affrontato nel disco, anche se magari sotto una luce ironica o grottesca, è la morte.

S: se c'è un filo conduttore in tutta la mia opera è quello! Ed è il dato maggiormente biografico del mio lavoro. È il tema con cui mi confronto quotidianamente, la mia dannazione è di non riuscire a trascurarlo. La passione per le ambientazioni messicane viene anche dal particolare rapporto con la morte proprio di quella cultura, pensa che durante una festa si mangiano un dolce a forma di teschio… cercano proprio di mangiarsela la morte! La nostra festa dei morti è una barzelletta in confronto.

A: visto che il tema della morte porta dritto lì … senza chiederti proprio se credi in dio, tu sei religioso?

S: io sono un po' come i pazzi! C'era un pazzo nel mio quartiere che andava a messa dieci volte al giorno. Io gli chiesi "ma tu ci credi?" e lui rispose "a volte si, a volte no"… sono molto affascinato dalla religione, ti ho detto che adoro le iconografie… puoi immaginare quanto un'iconografia ricca come quella cristiana mi affascini, la copertina del disco è un Sacro Cuore di Gesù.

A: anche in una canzone che penso tratti dell'esercito rivoluzionario di Pancho Villa - ma potrebbe essere Zapata o Guevara o il Subcomandante Marcos - vi è una specie di atteggiamento religioso.

S: mi sono immaginato questo contadino che segue Villa spinto da una fascinazione acritica che si può definire fede, innamoramento, dicendo "comandante un suo racconto alla sera per me vale tutta la vita, vale la rivoluzione" perché quella condivisione diventa il suo momento eterno. È quel momento che m'interessa.

A: strano interesse in un'epoca che predica un minimalismo dedito solo ai frammenti, alla gracilità, alle minuzie …

S. non m'interessa affatto, nemmeno come ascoltatore. Io voglio confrontarmi coi grandi temi: Amore, Vita, Morte … in una canzone ho persino pronunciato la grande parola proibita del nostro tempo: tumore … Io non sono di natura un essere politico, ma nemmeno certo un minimalista. A me interessa l'essere umano, col suo percorso individuale ed epico, io scrivo storielle che forse non hanno nessuna utilità sociale, ma emotiva si.

A: e queste storielle possono valere la vita?

S. si.

 

Intervista raccolta nel giugno 2006

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