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BiELLE INTERVISTE
Federico Sirianni :
Il barman della musica. Shakera e servi ghiacciato
di Giorgio Maimone

Federico Sirianni è da anni nell'aria. Prima o poi arriva. Il primo disco era stato un ottimo disco ("Onde clandestine" - NdR), il secondo, "Dal basso dei cieli", in uscita a metà settembre anche su iTunes, è ancora meglio. Intanto Federico, partito da Genova su un taxi (quello su cui è nato) e arrivato a Torino, dopo numerose deviazioni nei Paesi dell'Est Europa, tiene i palchi di mezza Italia con piglio deciso, da boxeur deciso a stendere o a farsi stendere dal pubblico, ma solo dopo una resa dei conti all'ultimo colpo. Dice che con Capossela ha in comune solo il cappello, non di sicuro il pubblico, ma tutto questo lo leggerete nell'intervista qua sotto. Per intanto basti sapere che Federico è n personaggio che c'è e non è di passaggio. Ascoltate il caleidoscopio musicale che vi ha approntato poi giudicate.

Allora, Federico, eccoci a noi. Sarà un’intervista un po’ … genuflessa, visto che “Dal basso dei cieli” mi è piaciuto molto e continua a piacermi. Vabbé, mi sforzerò per mettere in risalto i punti negativi. Per quelli positivi il consiglio migliore è di ascoltare il disco.

La prima domanda è già polemica: vi siete messi d’accordo tu e Tessadri per tirare fuori quasi in contemporanea questo omaggio a Ennio Morricone? Il tuo disco e il suo iniziano in pratica con la stessa canzone.

"Intanto grazie per l'apprezzamento, perché la realizzazione di questo disco è costata fatica, sudore e lacrime. Per quel che riguarda Tessadri, posso dirti che si è trattata di una coincidenza straordinaria. Ascoltando i due lavori infatti ti rendi conto che, superata l'introduzione, si muovono su ambiti molto differenti. Lui ha fatto un disco più "di genere", io ho spaziato geograficamente quasi dappertutto. E poi, Stefano lo apprezzo artisticamente e umanamente, è un amico che mi invita anche a cena, ma io e lui siamo profondamente, irrimediabilmente diversi. A cominciare dal fatto che lui è astemio e non fa uso di stupefacenti".

Sembra incredibile che questo sia solo il tuo secondo disco e che siano già passati tre anni da “Onde clandestine”. Cosa hai fatto nel frattempo? Ed è vero come dice Caparezza ne “Il secondo secondo me” ossia “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un’artista”?

In realtà da "Onde clandestine" gli anni trascorsi sono quattro. Nel frattempo ho fatto molti concerti e una figlia. Sai, i miei tempi di metabolizzazione non sono brevissimi, ho necessità di decantare, per usare un termine vinicolo. Una volta smaltite le tossine riprendo ad ascoltare musiche e parole, a prestare attenzione alle storie che mi capitano addosso e intorno e ricomincio a scrivere. Non è un caso che "Dal basso dei cieli" sia un lavoro molto diverso dal precedente, sia nella narrazione che nelle atmosfere musicali. Non so se il secondo album sia sempre il più difficile, te lo dirò dopo aver pubblicato il terzo.

Intanto però possiamo dire che con il secondo album ti sei liberato di un incubo, piacevole, ma incubo: il paragone con Capossela! Un po’ si e‘ spostato lui e un po’ ti sei spostato tu. E poi forse le radici comuni di entrambi affondano nella medesima palude, per poi scavarsi strade personali.


Qui mi permetto una digressione. L'Italia è l'unico paese che conosco in cui un artista nuovo deve essere sempre, non dico accostato (per genere, modi narrativi, timbrica vocale) ma paragonato e messo in competizione con qualcuno che, di volta in volta, diventa parametro di riferimento.
Io credo che un mondo narrativo non possa e non debba essere patrimonio di uno solo.
E' evidente che alcuni di noi abbiano evidentemente ascoltato, letto e sviluppato un mondo assimilabile (in Italia) a quello raccontato mirabilmente da Vinicio (e, nel mondo, a quello di innumerevoli altri). Ma è vero anche che, ad esempio, negli Stati Uniti, in cui la canzone d'autore di derivazione dylaniana ha migliaia di protagonisti bravi e ognuno con cose più o meno interessanti da raccontare, nessun critico si sognerebbe mai di affermare che copiano Dylan. Appartengono a un mondo narrativo comune, ma se non ci fossero più persone che appartengono a un mondo narrativo, probabilmente non sarebbe mai esistita nessuna corrente letteraria o musicale.
Io ricordo, e mi fa ridere, che Vinicio ai suoi esordi era paragonato a Paolo Conte (e anche a Guccini, ma com'era possibile?), solo perchè Conte era l'unico parametro di riferimento in quel genere.
Poi io sono contento se mi avvicinano a Capossela, perchè è l'unico artista italiano che riesce ancora a sorprendermi. Ma, a parte il fatto che io scrivo e racconto storie in maniera assai diversa, lui è uno con otto dischi alle spalle, i teatri pieni, fa quello che vuole, ha un pubblico adorante ed è un artista completo. Io sono al secondo disco, non ho una lira, ho un pubblico che comincia a conoscermi da pochi anni e mi capita ancora di fare dei vuoti clamorosi. Se togliamo l'uso del cappello, il paragone non regge.

E veniamo a “Dal basso dei cieli”, al disco vero e proprio. Un pout pourrì di suggestioni, una miscela di atmosfere diverse unificate dalla tua voce e dalle storie che racconti: ma abbiamo blues, musiche balcaniche, rock, lenti strappacuore, morricone, quasi hip hop o comunque patchanka, tex-mex, swing e chi più ne ha più ne metta. C’è persino un tango (“Alle sette della sera”). Insomma, manca solo il folk e poi c’è tutto. Un disco indubbiamente “generoso”, anche nella durata che sfiora i 50 minuti. Ma è davvero così poliedrica la tua personalità musicale o ti riconosci di più in qualche filone?

Uno dei rari vantaggi di "fare il cantautore" è quello di poter utilizzare per i miei racconti l'atmosfera musicale che ritengo più adatta, o quella che in quel preciso momento mi piace di più. In realtà ho gusti musicali schizofrenici e, siccome mi piacciono i cocktail, opero anch'io nella musica come una specie di barman. Per ogni genere musicale un alcolico: birra e bourbon per il blues, vodka e rakia per la musica balcanica, cognac e vino rosso per le ballads, tequila e mezcal per il west-mex, pastis per la patchanka. Shakera tutto e servi ghiacciato. Questo, signore e signori, è il mio nuovo disco!

Cura particolare nei testi. I tuoi testi si possono leggere (e non è poco!) e raccontano quasi sempre storie di grande interesse come “Camionale” o la magnifica “Nel mio quartiere” o le acrobazie verbali di “Monsieur Dupont”, ma finirei per citarle quasi tutte. E’ dalla voglia di narrare che nascono le canzoni o viceversa?

Vedi, io sono essenzialmente uno che racconta delle storie, nasce tutto da lì. E quando comincio a scrivere non riesco più a smettere. Ormai ho sviluppato una sorta di percezione per cui le storie mi piovono addosso dovunque e in qualunque momento della giornata. Raccolgo un'infinità di materiale e quando scrivo una canzone non faccio altro che mettere ordine nei miei ricordi. E a volte questi ricordi tornano nitidi, altre volte si manifestano come in uno specchio deformante o in un acquario, dipende anche da quanto ho bevuto prima. Insomma, non ho quasi mai il panico da foglio bianco.


“Melodia per occhi stanchi” è sullo stesso filone di “Neve” nel disco precedente. Delicata e tenera canzone invernale. Da qualche parte ho letto che tu e Max Manfredi ne avete fatte tante di canzoni di questo tipo (beh, per Max possiamo citare “Freddo”, “Sottozero”, “Natale fuoricorso”) e che prima o poi farete un disco di canti di Natale. Posso prenotarne una copia fin da ora?

Penso che sarai l'unico, perchè non lo vogliono nemmeno i miei genitori, dunque te la terremo di conto. Con Max condividiamo questa malinconia languida per le sere di Natale, un periodo dell'anno che evidentemente ci ispira particolari suggestioni. Succede di trovarci a ore impossibili in antri lugubri e fumosi della Genova vecchia e di cominciare un “certamen” a base di canzoni natalizie nostre e di autori più famose, comunque alla fine vince quasi sempre “Silent night”.

Restiamo in tema Max per parlare di “Liberaci dal mare” che ricorda molte atmosfere di Max (“Danza composta”) soprattutto nelle ricercatezze verbali, tra cui quella delizia di titolo. Vedo dal libretto che coautore è Giampiero Orselli che ha lavorato anche con Max come coautore del “Molo dei greci” e con te per “Neve” e “Il navigante” dal disco precedente. Chi è Giampiero Orselli e perché tutti parlano bene di lui?


Giampiero Orselli è uno degli scrittori più bravi e strambi che abbia mai conosciuto. E’ capace di scrivere poesie, canzoni, testi teatrali comici e drammatici, racconti lunghi e romanzi brevi, didascalie, limeriks. Ha un umorismo sottile e arguto, alcune delle storie più divertenti che racconto come presentazione alle canzoni nei concerti sono sue. E’ un personaggio lunare, si muove come un Pierrot disorientato in un circo sghembo, credo che solo a Genova si possa trovare gente simile.

“Liberaci dal mare” è addirittura finita tra le 5 finaliste (ormai è quasi sicuro) tra le nuove proposte di Bielle per il “disco per l’estate”. Cosa meglio di un urlo liberatorio di tale portata contro i riti e i miti dell’estate di massa? Potrà diventare un classico per l’estate? Un “mantra” antiomologazione?

Questo è un successo di cui vado orgoglioso e che sottolineerò nella mia biografia! In realtà è il grido di un genovese che finalmente riesce a liberarsi dal giogo psicologico che lo lega a quel lembo di terra e di mare da cui è abbastanza difficile andar via. I genovesi sono molto legati alla loro città, io sono più apolide e se da una parte mi abbandono volentieri alle malinconie struggenti di un luogo che odora così intensamente di piscio e storia dai muri più antichi dei suoi edifici nei vicoli, un luogo in cui impazzì Dino Campana e che De Andrè dipinse da grande artista, dall’altro condivido poco o nulla del suo immobilismo cristallizzato, dal quale nascono si, dei gran bei cervelli creativi, ma che si trovano davanti solo un paio di alternative: fuggire o diventare alcolisti.

“Dal basso dei cieli” intesa come canzone non trovi che assomigli molto al “Corvo” di Davide Van De Sfroos? Blues là e blues qua, rapace là e rapace qua. Solo che la sua è autobiografica. E la tua?

Non conosco la canzone che tu citi. “Dal basso dei cieli” è il titolo dell’autobiografia ancora inedita di un personaggio a me molto caro mancato da poco. Si tratta di un uomo piuttosto conosciuto nelle notti torinesi, la cui esistenza ha barcollato fra galera e letteratura, musica ed eroina, bottiglie di whisky e racconti straordinari. E’ morto a 70 anni durante una notte estiva, lucido e rabbioso. Era un marziano. Penso che chiunque di noi avesse fatto quel tipo di vita per più di un mese sarebbe stato chiuso in rianimazione e non ne sarebbe più uscito.

Spazio per te. Mi spieghi in “una frase, un rigo appena” lo spunto di partenza per le 14 canzoni di “Dal basso dei cieli”?

Una terra di mezzo, fra Balcani e West, dove zingari e cowboys si sfidano a duello vicino ai chioschi di periferia illuminati dai neon dei lampioni e dai fari delle auto che sfilano sulle tangenziali.
Sono due righe, vale lo stesso?

Non abbiamo ricordato nella recensione chi ha suonato con te e chi ha collaborato a questo disco, anche perché in realtà ho lavorato su un demo del disco, che all’epoca non era ancora uscito. Vuoi ricordarli tu? Ah, un piccolo appunto: il libretto è bello, ma in alcune canzoni i testi sono quasi illeggibili. Ed è un vero peccato.

Hai ragione, è stato un problema di stampa.
I musicisti che hanno lavorato al disco sono l’anima portante di questo progetto, senza il cui apporto “Dal basso dei cieli” non sarebbe mai venuto alla luce. A partire da Mario Congiu, straordinario chitarrista che ha praticamente arrangiato l’intero disco a Vito Miccolis, percussionista grande e tatuato (ha un Cristo bellissimo sull’avambraccio che gli invidio da morire). Da Matteo Castellan, nel cui studio il disco è stato registrato, ai miei “fedelissimi”, Matteo Negrin, Saverio Miele, Edmondo Romano, Raffaele Rebaudengo, alle collaborazioni di Ricky Pelle, Riccardo Barbera, Filippo Gambetta e Giorgio Li Calzi. Un consiglio nel caso incontraste qualcuno di loro: cambiate strada, mai fidarsi di gente che ti saluta in spagnolo, ha il portafoglio sempre sgonfio e un giubbotto antiproiettile sotto la maglia della salute.

Ciao e alla prossima

Intervista effettuata il 14 settembre 2006

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