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BiELLE INTERVISTE
Paola Turci: la necessità di fare scelte
di Marco Cavalieri

Paola Turci, con la canzone “Rwanda”, ha vinto la quarta edizione del Premio Amnesty Italia. Il premio, indetto dalla sezione italiana di Amnesty International e Voci per la Libertà viene assegnato ormai da quattro anni al brano che meglio affronta il tema dei diritti umani.

Per me è una gioia sapere che una delle mie artiste preferite (sicuramente la voce che più amo) si è aggiudicata un tale riconoscimento. E’ una gioia ancora maggiore – dopo aver ascoltato i brani in gara – sapere che, se avessi fatto parte della giuria anche quest’anno, avrei votato anch’io per Paola.

Nelle precedenti edizioni, il riconoscimento era andato a Daniele Silvestri (“Il mio nemico” 2003); Ivano Fossati (“Pane e coraggio” 2004) e Modena City Ramblers (“Ebano” 2005). In questa edizione erano in lizza, tra gli altri, Francesco De Gregori (“Gambadilegno a Parigi”), Eugenio Finardi (“Holyland”) e Sud Sound System (“Bomba innescata”).

“Rwanda” (tratto dall’album “Tra i fuochi in mezzo al cielo”) racconta in maniera diretta e viscerale il “genocidio dei cento giorni” durante il quale, nel 1994, nel paese africano vennero sterminate più di 900.000 persone. Ma non solo. “Rwanda” è il massacro vissuto dalle donne e – per contro – da chi, con il traffico di armi, si è arricchito sul sangue di quelle popolazioni (sangue che ha cambiato colore ai fiumi) e da chi, come la comunità internazionale, non ha fatto nulla per fermare quella strage.

“Rwanda” è una tempesta che ti prende alla bocca dello stomaco e ti urla che, anche se non hai responsabilità dirette in quel dramma, non puoi far finta di niente.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Paola Turci alla vigilia della partenza del suo tour, che la riporterà a Roma il 19 aprile, al Circolo degli Artisti.

“Non me lo sarei mai aspettato! Per me era già un successo ritrovarmi tra i candidati ad un premio così prestigioso, gente come De Gregori, Roy Paci, Subsonica, che sono poi quelli che mi piacciono. Ero contenta che un’associazione così importante avesse notato la mia canzone. Ma addirittura vincere, con una motivazione come quella che ha dato Amnesty Italia, è stato un onore, sia a livello personale, sia per il fatto che riporta a parlare di una tragedia della quale si è parlato vergognosamente poco”.

So che è nato tutto dopo che sei uscita dalla proiezione del film “Hotel Rwanda”. Quale è stato il clic che è scattato?

“Mah, guarda, quando sono uscita dal cinema ho provato una sensazione che raramente, per non dire mai, avevo provato prima. Evidentemente il film aveva toccato una mia zona emotiva delicatissima. Ero ammutolita, non riuscivo a pensare neanche al futuro più immediato. Questo per una serie di ragioni: non solo perché avevo visto scene agghiaccianti, ma per l’indifferenza, denunciata nel film, dell’Occidente e di tutto il mondo rispetto a quel che accadeva. E’ stata questa forse la molla della quale parlavi, che mi ha spinto a tornare subito a casa a scrivere di quel che avevo visto”.

A questo proposito volevo chiederti… voi artisti siete sempre un po’ sul filo, no? Se non vi occupate di temi importanti vi accusano di essere commerciali; se ve ne occupate vi dicono che lo fate per un ritorno di immagine. E’ una posizione delicata la vostra

“Si, hai ragione. Però io penso si debba sempre fare una scelta. Scegliere se farsi giudicare e quindi essere un po’ più modesti nell’emotività, oppure osare e accettare di essere criticati pur di esprimere ciò che si prova”.

Ancora due parole sul brano. Per tradurre in musica le tue sensazioni hai usato un rock incalzante

“E’ la linea compositiva che si chiama Rwanda, è proprio musicalmente che si chiama Rwanda. Ho espresso quello stato d’animo che avevo all’uscita del cinema. Peraltro ero ad un cinema vicino casa e la musica l’ho composta nel giro di mezz’ora. Inizialmente non sapevo cosa fare, ero schiacciata dal dolore. Poi ho preso la chitarra e da sola ho cominciato a suonare. E’ venuta di getto, tutta insieme”.

Il tuo bel disco sostiene UCODEP, una Ong che opera a favore dell’infanzia nel Nord del Vietnam…

“E’ una collaborazione nata da un viaggio che hanno chiesto di fare, ad aprile dello scorso anno. Proprio ieri una rappresentante di UCODEP mi ricordava che è passato quasi un anno da quell’esperienza. Semplicemente è successo che mi hanno proposto di andare a vedere coi miei occhi quello che fanno e la realtà di quel popolo (loro operano soprattutto nelle zone del Nord del Vietnam). Io sono rimasta molto colpita dal tipo di lavoro che svolgono e dalle condizioni nelle quali operano ed ho deciso di dar loro tutta la mia fiducia e anche di cercare di infondere la stessa fiducia al mio pubblico, quello che viene a vedere i miei concerti e quello che visita il mio sito".

"Cerco in tutti i modi di fare qualcosa e qualche risultato l’ho già raggiunto. Infatti ho ricevuto richieste di informazioni, soprattutto da parte di giovanissimi, che vogliono andare a prestare del volontariato con questa associazione. Sai, come dicevi tu, noi cantanti riceviamo molte richieste per sponsorizzare questa o quella associazione, per parlare di questo o di quel problema sociale. Alla fine, materialmente non ce la puoi fare, anche se vorresti fare tutto; con tutte le buone intenzioni, con tutta la buona fede che puoi metterci non ha molto senso fare tutto e tutto insieme. Io, invece, mi sono fidanzata con questa associazione, ci lavoro molto bene, ho i miei riferimenti e stiamo pensando di fare anche altre cose. Comunque, tutte le informazioni riguardanti questa Ong sono su paolaturci.it”.

Ti aspettiamo il 19 aprile a Roma, allora e magari nei nostri studi

“Mi farebbe piacere, davvero”.

Intervista effettuata nel marzo 2006

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