| “Naif”
è il titolo del nuovo, bel lavoro di Otto Ohm, uscito per
Radiofandango. Ma “Naif” può essere anche un
mondo a parte, un mondo possibile nel quale rifugiarsi senza però
rinunciare a combattere, a farsi sentire. Questa, “leggendo”
a fondo la copertina del nuovo lavoro di Otto Ohm (così ricca
di colori e povera di credits, ci voleva!) la prima sensazione che
si riceve dalla veste grafica. Sensazione che ben si lega, se si
riflette un momento, alla produzione del gruppo: musica melodica,
dolce, rassicurante; testi profondi, acuti, a volte caustici (esempio
pratico: “Povera la mia radio fusa / da Dido e Meneguzzi /
E mi chiedo se è questo che piace / e mi viene di fare il
contrario”).
Il disco è uscito,
ma gli Otto Ohm sono ancora al lavoro per preparare le nuove tournee,
quella più strettamente legata alla promozione del disco
e quella estiva. Facile quindi trovare Andrea Leuzzi, nel suo studio
alla periferia della città, piacevolmente circondato da macchinari
“vintage”, in alcuni casi letteralmente resuscitati
e riportati a nuova vita dalla sua grande passione per l’elettronica.
Allora,
parliamo con Andra Leuzzi, o dovrei forse chiamarti Vincenzo?
“(ride) Mah, come
vuoi, basta che mi arrivino i diritti!”
Perché
dovete sapere che Andrea è la classica vittima della burocrazia
italiana. Cosa è successo di preciso?
“In realtà
il mio nome è sempre stato Andrea, ma su alcuni documenti
c’è questo nome, su altri è riportato il mio
secondo nome Vincenzo. Sui documenti registrati alla Siae, però,
figuravo solo come Vincenzo. Per questo non capivo come mai dopo
il primo disco non maturassi diritti. Poi l’ho scoperto…”
E quindi
hai dovuto adottare questa sorta di nome d’arte
“Diciamo così…”.
Anche
il nome del vostro gruppo ha una storia. Molti lo attribuiscono
a specifiche tecniche di diffusori audio… Vuoi chiarire, una
volta per tutte?
“Si,
in verità è stato più volte accreditato un
significato vero solo in parte. Noi come entità, ancor prima
che come gruppo, ci siamo sempre considerati come una crew. Quindi
il nostro modo di vedere la vita, i piccoli insegnamenti che abbiamo
ricevuto nel corso della stessa, sono stati applicati fino in fondo
anche alla musica. Un modo di filtrare certe banalità, nelle
quali poi si cade tutti prima o poi, l’aspetto più
ludico della musica, raccontando fondamentalmente chi siamo. La
storia del nome che deriva dell’impedenza delle casse può
anche essere giusta, ma non è solo questo. E’ vero
invece il nostro interesse per le cose vecchia maniera, old-style.
Io, se penso agli Anni ’80, con quelle casse enormi, gli amplificatoroni,
penso anche ad una casa enorme che li conteneva. Adesso, sono sempre
più piccoli, perché devono entrare per forza in un
mobile dell’Ikea… Quindi anche quei vecchi mostri che
davano l’alta fedeltà hanno limitazioni enormi; non
danno più quel sound, quello spostamento d’aria che
procurava alla musica una magia irripetibile. Anche il vinile rivestiva
un’importanza enorme, ma qui poi ci perderemmo in discorsi
troppo lunghi”.
Ah,
speravo che non nominassi il vinile, che dalle nostre parti è
sempre al centro di sogni e nostalgie…
“Beh, ma se pensi,
oggi nelle produzioni esistono campioni di fruscio del vinile, che
si mette ad hoc nel pezzo per farlo sembrare un long playing…”
Abbiamo
fatto tanto per togliere il fruscio, che poi lo riproduciamo al
computer…
“Già, anche
se noi come Otto Ohm non ci siamo mai posti il problema: per noi,
se un disco non ha ‘la fruscia’ come si dice a Roma,
non è un disco! Anche perché poi non c’è
mai la pulizia assoluta, c’è sempre qualcosa sotto,
che proprio per questo risulta innaturale”.
Il
vostro nuovo lavoro, “Naif”, è uscito per Radiofandango,
con la quale peraltro avete trovato un’intesa particolare,
no?
“Beh,
si, condividiamo appieno la passione per le cose che si fanno e
quindi c’è quel qualcosa in più che ti spinge
a cercare anche nuove strade di comunicazione, magari meno battute,
proprio perché hai la conferma dall’altra parte che
è possibile”.
Poi
siete insieme ad un gruppo molto interessante di giovani artisti
al di fuori dei circuiti commerciali come voi, coi quali vi sentirete
più amici che colleghi, credo…
“Si,
conosco ad esempio da tempo Pino Marino, che stimo moltissimo, lo
stesso Pacifico…Più che altro hai la bella sensazione
di trovarti al centro di un gruppo di artisti coi loro pensieri,
con le loro idee, che ovviamente finiscono per coinvolgerti positivamente,
piuttosto che far caso agli aspetti esteriori della musica come
si tratta abitualmente in Italia, no?”.
Certo,
dove viene commercializzato tutto…
“Si, anche il discorso
di poter fare un disco se riesci a vendere bene il precedente. Che
poi debbano cambiare alcune regole è fuori discussione. Se
ne stanno accorgendo tutti, non solo chi non compra più i
dischi, ma anche chi non li vende più. Quindi si stanno cercando
anche modi più fruibili per poter godere della musica. Perché
se ogni cosa deve avere un costo, allora lì c’è
una barriera. Chi è abituato a scaricare musica da Internet,
domani non troverà un motivo per continuare a farlo pagando.
Ovviamente, se oggi ci troviamo nella situazione di poche cose che
funzionano, che vendono e vanno in classifica, è ovvio che
tutti dovremmo chiederci cosa è oggi la musica. Ovviamente,
per quel tipo di circuito che ancora vende, questo discorso risulta
superfluo. Ce lo dobbiamo chiedere noi”.
In
questo lavoro (correggimi se non sei d’accordo) vi siete addolciti
un po’ come sonorità o comunque fa parte di un percorso,
cominciato con il vostro lavoro omonimo?
“Mah,
guarda, in questo album in realtà non c’è stata
una visione concettuale di quel che doveva essere il risultato finale.
C’era più il desiderio di suonare, di riuscire ad emozionarci
con le piccole cose, di spogliare i pezzi dalle sovrastrutture che
tante volte vuoi creare. Abbiamo, se vuoi, dato più peso
alle parole piuttosto che a come preparare la struttura del pezzo.
‘Naif’ in fondo è proprio questo, l’approccio
totalmente infantile alla musica, la ricerca del significato etereo
piuttosto che della concretezza della battuta messa lì”.
Senti
Andrea, i tuoi testi hanno una particolarità invidiabile:
con parole semplici, con parole che estrapolate dal contesto possono
risultare addirittura dolci e pacate, arrivi a dire tutto quel che
vuoi, in amore come su altri temi. Il tutto si sposa con armonie
eteree, quasi new age e con la consueta cura per il suono che da
sempre vi contraddistingue. Come siete riusciti ad arrivare a questo
risultato?
“Principalmente,
e qui mi ricollego al discorso di prima, è la passione per
il vintage, per tutte quelle apparecchiature che oggi sono diventati
software, comunque ben lontani dal suonare come gli originali. Il
principio è abbastanza semplice: per fare un piano Wurlitzer
non serve una tastiera capace di simulare un Wurlitzer: serve un
Wurlitzer. Quindi, quando abbiamo potuto, abbiamo comprato in tutto
il mondo (aggiustandoli e rimettendoli a nuovo) vecchi baracconi
incredibili. Perchè, io credo, il suono è fatto anche
di questo, dalla passione che metti nell’aggiustare un vecchio
amplificatore”.
Oltretutto,
gli amplificatori che usavamo noi si potevano aggiustare manualmente:
vuoi mettere la soddisfazione?
”Esattamente
(ride), è una cosa bellissima. C’erano le resistenze,
i condensatori. Adesso apri un amplificatore e c’è
un integrato con un trasformatore. Anche questo incide sulla qualità
del suono e della voce, che devono essere ripresi in una certa maniera,
proprio per trasmettere un tipo di mood. Soprattutto su ‘Naif’
è stato fatto un discorso musicale legato proprio ai vinili
più che ai cd, suona come un vinile proprio perché
è stato fatto secondo quei criteri, usando i vecchi registratori,
i vecchi banchi, i vecchi microfoni…”.
A questo
proposito conosco un aneddoto divertentissimo; in una tournee avete
usato un vecchio Roland che era ormai un pezzo di ferro, ma da quando
lo avete usato voi è ritornato di moda in un certo circuito
di artisti e colleghi. E’ vero?
“E’
verissimo! (ride). Considera che il primo RE lo pagammo 150.000
lire nel 1998. Poi lo abbiamo riutilizzato, semplicemente per necessità,
perché era quel che passava la casa in quel momento. Da quello
siamo partiti per creare il nostro suono. Ma non era un vezzo, era
quel che avevamo. Poi, abbiamo mantenuto quella filosofia, ad esempio
le ritmiche fatte con tre, quattro tracce ed il resto tutte sovraincisioni.
Cose peraltro molto difficili da risuonare, proprio perché
non esistono! Ci siamo resi conto che abbiamo costruito un suono
con quel che avevamo”.
Allora
adesso ti chiedo se è vero anche che nel vostro primo lavoro,
fatto totalmente in casa, avete suonato le chitarre in bagno. Ora,
siccome il mio più caro amico veniva spesso a casa mia a
suonare la chitarra, perché diceva che il mio bagno aveva
un’acustica eccezionale e io lo prendevo molto in giro, se
me lo confermi dovrò chiedergli scusa…
“Eh,
gli devi dare ragione!”
Allora,
caro Paolo, sorry: avevi ragione! Ma torniamo a noi. Come è
nato questo primo vostro lavoro suonato interamente in casa?
“Fondamentalmente,
per necessità, perché avevo una cameretta molto piccola.
Poi, non avevamo una regia, quindi tutto veniva suonato dagli amplificatori
che erano nella stessa sala dove si trovavano i monitor. Mi ero
abituato a lavorare in diverse maniere, a seconda di quel che dovevo
fare. L’idea di mettere l’amplificatore in bagno è
nata dall’esigenza di sentire come suonava. Poi mi sono accorto
che le mattonelle, o forse l’irregolarità della stanza,
conferivano una risposta molto calda. Tanto che alla fine abbiamo
ripetuto la cosa anche nel secondo disco, nonostante nel frattempo
mi fossi trasferito: sono tornato apposta in casa di mia madre per
suonare le chitarre in bagno (ride)”.
In
questo “Naif” avete mantenuto sicuramente questo amore
per il vintage. Ma avete forse apportato qualche novità?
“Mah,
abbiamo semplicemente deciso di suonare, liberi dal vincolo di dover
trovare per forza un suono particolare. Ecco, tutto è venuto
naturalmente, insieme alle parole. Ci abbiamo comunque messo tre
anni, è stato un periodo molto bello e credo si capisca dal
mood dei pezzi”.
Prime
risposte del pubblico? Riuscite a riprodurre la stessa atmosfera
del disco? So che avete suonato a Roma a febbraio…
“Abbiamo
fatto una sorta di ‘data zero’ per gli amici. Fondamentalmente,
nel live noi cerchiamo di fare – per quanto possibile –cose
diverse dal disco, perché fortunatamente i pezzi funzionano
anche in altre forme. Quindi, nel momento acustico, si spoglia totalmente
il pezzo e restano solo piano e voci. Nel caso di ‘Strade
inquiete’ stiamo facendo proprio questo discorso. Alcuni momenti,
se vuoi, vengono ancora più ‘asciugati’ rispetto
al disco. Ma alla fine c’è proprio l’approccio
al pezzo, a quello che trasmette. La formula, poi, non è
sempre la stessa. Credo sia bello, ancora oggi, riuscire a non fare
tutto di testa, ma lasciare fluire le idee. Suonare sul palco, oltretutto,
è un momento di forte unione”.
Le
ultime notizie vi davano in formazione-tipo con sei elementi più
un cane e un gatto… cosa dice il nuovo censimento?
“Beh,
ora siamo otto con due cani!”
Ah,
otto come la Famiglia Bradford, otto come il vostro nome, tutto
torna…
Avete novità per il vostro tour?
“Cercheremo
di arrivare nelle grandi città prima dell’estate, per
ricordare a tutti che ci siamo e che gli Otto Ohm non sono cambiati.
Per Roma non abbiamo ancora deciso nulla, ma credo che suoneremo
verso giugno, luglio…”
Oh,
anche il vostro sito (ottoohm.com)
è decisamente naif…
“E’
in linea!” (on line? - NdR :-)
Sicuramente.
Inoltre, da un punto di vista grafico riprendete proprio i disegni
del disco. Poi è bellissimo perché se cliccate in
un punto venite letteralmente catapultati in un corridoio virtuale
che vi schiude sempre nuovi orizzonti. Davvero complimenti anche
per il sito. Inoltre è possibile scaricare splendidi wallpapers…
si dice così? Ce ne è uno, in particolare, in aperta
campagna, favoloso… dimmi che non è un fotomontaggio!
“No,
no, è reale (ride). E’ lo spazio che si apre di fronte
al nostro studio, un po’ fuori Roma. Si vedono anche i cani…
Comunque, volevo riprendere il discorso del sito che avevi lanciato
prima. Noi curiamo tutte le cose riguardanti il nostro mondo, seguiamo
ogni dettaglio con la stessa attenzione. Ogni cosa che ruota attorno
alla nostra musica ha per noi la massima importanza”.
Decidete
sempre tutto quanto insieme?
“Beh, si. Direi
che fortunatamente ci troviamo sempre in sintonia su tutto. In questo
ci sentiamo sempre molto uniti, soprattutto nel cercare la qualità
piuttosto che l’abbocco per farti vendere qualche copia in
più”.
Peraltro
c’è la possibilità per i navigatori di scaricare
vostri pezzi in mp3, per farsi un’idea del vostro sound. Oh,
leggevo che non ascolti la radio.. ahi ahi…
“Mah,
ne ascolto poca, principalmente per mancanza di tempo. Ovviamente
la radio commerciale non mi interessa, così come non mi interessa
la tv commerciale. Quindi, sento molto vicine a noi le poche realtà
indipendenti che esistono, come la vostra. Chi fa un discorso qualitativo,
per spiegarci, si scontra sempre con le bollette, con l’aspetto
più pratico e duro della realtà, che si contrappone
ai sogni. Sono molto solidale con le situazioni nate con l’intento
di trasmettere qualcosa, di offrire una visione in più”.
Qualcosa
di diverso rispetto alle radio che ti martellano per sei mesi col
singolo imposto, poi via il prossimo…
“Ma si, perché
poi è una politica talmente sfacciata che poi è palese
il vero interesse per il quale passano alcuni pezzi piuttosto che
altri”.
E va
bene. Ma, mi sono sempre chiesto e ora lo chiedo a te, addetto ai
lavori: non è controproducente questa strategia di martellare
le nostre povere orecchie con un solo brano, per mesi, dappertutto,
ovunque ti giri…
“Eh vabbe’,
ma il fatto che ci sia la… moria delle vacche (ride) ne è
una conferma”.
Anche
questa abitudine volgare di associare uno spot di telefonia a trenta
secondi di un hit, che ti aggredisce quaranta, cinquanta volte al
giorno… voglio dire, poi non ti vai a comprare il singolo,
no?
“Lo so.
Però alla fine è come la bugia detta all’infinito
che poi diventa verità. Io credo che facciano molto leva
su questo. E sai cosa è peggio? Che è un discorso
generale, che non riscontro solo nella musica, ma anche nella televisione:
mi viene in mente la comicità di ‘Zelig’, coi
tormentoni tirati avanti una stagione”.
Tornando
alla musica commerciale, in una vecchia intervista dicevi che non
è più possibile scrivere musica confezionandola come
un video di Mtv. Però, sai Andrea… non per infrangere
il tuo sogno, ma molti fanno proprio così, quasi tutti…
“Lo so
bene, perché noi no passiamo! (ride)”.
E allora
perché altri gruppi, come il vostro, fanno altre scelte?
Autolesionismo?
“Mah, io posso
parlare per me e ti dico che noi facciamo quello che sentiamo. Molti
dicono: ‘Ok, facciamo questo tipo di prodotto che piace alla
ragazzina…’. Io credo che questo discorso sia molto
triste e svilente rispetto a quello che fai. Secondo me c’è
una paura di fondo dell’insuccesso, una grande insicurezza…
perché non posso credere che tutti quanti pensano di poter
fare la stessa cosa per ottenere lo stesso risultato! Allora, a
‘sto punto basterebbe un unico produttore, con una barca di
soldi, che produce tutti... ma sarebbe allucinante!”.
Noi,
che continuiamo a cercare la buona musica, vi aspettiamo questa
estate in tour. Per il momento, continuiamo a sentirci “Naif”,
alla faccia delle top of the pops e delle radio commerciali. Che
ne dici?
“Mi pare
un’ottima cosa. Saluto i vostri ascoltatori e do loro appuntamento
sul nostro sito, per trovare le date del tour e per contattarci
per qualsiasi motivo. Noi rispondiamo personalmente a tutti, sempre”.
Allora,
ciao Andrea… ops, scusa Vincenzo, sennò non ti arrivano
i diritti…
“(ride)
Ciao Marco”.
Intervista
effettuata nell'aprile 2006
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