Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
BiELLE INTERVISTE
OttoOhm: il fascino "naif" del vintage
di Marco Cavalieri

“Naif” è il titolo del nuovo, bel lavoro di Otto Ohm, uscito per Radiofandango. Ma “Naif” può essere anche un mondo a parte, un mondo possibile nel quale rifugiarsi senza però rinunciare a combattere, a farsi sentire. Questa, “leggendo” a fondo la copertina del nuovo lavoro di Otto Ohm (così ricca di colori e povera di credits, ci voleva!) la prima sensazione che si riceve dalla veste grafica. Sensazione che ben si lega, se si riflette un momento, alla produzione del gruppo: musica melodica, dolce, rassicurante; testi profondi, acuti, a volte caustici (esempio pratico: “Povera la mia radio fusa / da Dido e Meneguzzi / E mi chiedo se è questo che piace / e mi viene di fare il contrario”).

Il disco è uscito, ma gli Otto Ohm sono ancora al lavoro per preparare le nuove tournee, quella più strettamente legata alla promozione del disco e quella estiva. Facile quindi trovare Andrea Leuzzi, nel suo studio alla periferia della città, piacevolmente circondato da macchinari “vintage”, in alcuni casi letteralmente resuscitati e riportati a nuova vita dalla sua grande passione per l’elettronica.

Allora, parliamo con Andra Leuzzi, o dovrei forse chiamarti Vincenzo?

“(ride) Mah, come vuoi, basta che mi arrivino i diritti!”

Perché dovete sapere che Andrea è la classica vittima della burocrazia italiana. Cosa è successo di preciso?

“In realtà il mio nome è sempre stato Andrea, ma su alcuni documenti c’è questo nome, su altri è riportato il mio secondo nome Vincenzo. Sui documenti registrati alla Siae, però, figuravo solo come Vincenzo. Per questo non capivo come mai dopo il primo disco non maturassi diritti. Poi l’ho scoperto…”

E quindi hai dovuto adottare questa sorta di nome d’arte

“Diciamo così…”.

Anche il nome del vostro gruppo ha una storia. Molti lo attribuiscono a specifiche tecniche di diffusori audio… Vuoi chiarire, una volta per tutte?

“Si, in verità è stato più volte accreditato un significato vero solo in parte. Noi come entità, ancor prima che come gruppo, ci siamo sempre considerati come una crew. Quindi il nostro modo di vedere la vita, i piccoli insegnamenti che abbiamo ricevuto nel corso della stessa, sono stati applicati fino in fondo anche alla musica. Un modo di filtrare certe banalità, nelle quali poi si cade tutti prima o poi, l’aspetto più ludico della musica, raccontando fondamentalmente chi siamo. La storia del nome che deriva dell’impedenza delle casse può anche essere giusta, ma non è solo questo. E’ vero invece il nostro interesse per le cose vecchia maniera, old-style. Io, se penso agli Anni ’80, con quelle casse enormi, gli amplificatoroni, penso anche ad una casa enorme che li conteneva. Adesso, sono sempre più piccoli, perché devono entrare per forza in un mobile dell’Ikea… Quindi anche quei vecchi mostri che davano l’alta fedeltà hanno limitazioni enormi; non danno più quel sound, quello spostamento d’aria che procurava alla musica una magia irripetibile. Anche il vinile rivestiva un’importanza enorme, ma qui poi ci perderemmo in discorsi troppo lunghi”.

Ah, speravo che non nominassi il vinile, che dalle nostre parti è sempre al centro di sogni e nostalgie…

“Beh, ma se pensi, oggi nelle produzioni esistono campioni di fruscio del vinile, che si mette ad hoc nel pezzo per farlo sembrare un long playing…”

Abbiamo fatto tanto per togliere il fruscio, che poi lo riproduciamo al computer…

“Già, anche se noi come Otto Ohm non ci siamo mai posti il problema: per noi, se un disco non ha ‘la fruscia’ come si dice a Roma, non è un disco! Anche perché poi non c’è mai la pulizia assoluta, c’è sempre qualcosa sotto, che proprio per questo risulta innaturale”.

Il vostro nuovo lavoro, “Naif”, è uscito per Radiofandango, con la quale peraltro avete trovato un’intesa particolare, no?

“Beh, si, condividiamo appieno la passione per le cose che si fanno e quindi c’è quel qualcosa in più che ti spinge a cercare anche nuove strade di comunicazione, magari meno battute, proprio perché hai la conferma dall’altra parte che è possibile”.

Poi siete insieme ad un gruppo molto interessante di giovani artisti al di fuori dei circuiti commerciali come voi, coi quali vi sentirete più amici che colleghi, credo…

“Si, conosco ad esempio da tempo Pino Marino, che stimo moltissimo, lo stesso Pacifico…Più che altro hai la bella sensazione di trovarti al centro di un gruppo di artisti coi loro pensieri, con le loro idee, che ovviamente finiscono per coinvolgerti positivamente, piuttosto che far caso agli aspetti esteriori della musica come si tratta abitualmente in Italia, no?”.

Certo, dove viene commercializzato tutto…

“Si, anche il discorso di poter fare un disco se riesci a vendere bene il precedente. Che poi debbano cambiare alcune regole è fuori discussione. Se ne stanno accorgendo tutti, non solo chi non compra più i dischi, ma anche chi non li vende più. Quindi si stanno cercando anche modi più fruibili per poter godere della musica. Perché se ogni cosa deve avere un costo, allora lì c’è una barriera. Chi è abituato a scaricare musica da Internet, domani non troverà un motivo per continuare a farlo pagando. Ovviamente, se oggi ci troviamo nella situazione di poche cose che funzionano, che vendono e vanno in classifica, è ovvio che tutti dovremmo chiederci cosa è oggi la musica. Ovviamente, per quel tipo di circuito che ancora vende, questo discorso risulta superfluo. Ce lo dobbiamo chiedere noi”.

In questo lavoro (correggimi se non sei d’accordo) vi siete addolciti un po’ come sonorità o comunque fa parte di un percorso, cominciato con il vostro lavoro omonimo?

“Mah, guarda, in questo album in realtà non c’è stata una visione concettuale di quel che doveva essere il risultato finale. C’era più il desiderio di suonare, di riuscire ad emozionarci con le piccole cose, di spogliare i pezzi dalle sovrastrutture che tante volte vuoi creare. Abbiamo, se vuoi, dato più peso alle parole piuttosto che a come preparare la struttura del pezzo. ‘Naif’ in fondo è proprio questo, l’approccio totalmente infantile alla musica, la ricerca del significato etereo piuttosto che della concretezza della battuta messa lì”.

Senti Andrea, i tuoi testi hanno una particolarità invidiabile: con parole semplici, con parole che estrapolate dal contesto possono risultare addirittura dolci e pacate, arrivi a dire tutto quel che vuoi, in amore come su altri temi. Il tutto si sposa con armonie eteree, quasi new age e con la consueta cura per il suono che da sempre vi contraddistingue. Come siete riusciti ad arrivare a questo risultato?

“Principalmente, e qui mi ricollego al discorso di prima, è la passione per il vintage, per tutte quelle apparecchiature che oggi sono diventati software, comunque ben lontani dal suonare come gli originali. Il principio è abbastanza semplice: per fare un piano Wurlitzer non serve una tastiera capace di simulare un Wurlitzer: serve un Wurlitzer. Quindi, quando abbiamo potuto, abbiamo comprato in tutto il mondo (aggiustandoli e rimettendoli a nuovo) vecchi baracconi incredibili. Perchè, io credo, il suono è fatto anche di questo, dalla passione che metti nell’aggiustare un vecchio amplificatore”.

Oltretutto, gli amplificatori che usavamo noi si potevano aggiustare manualmente: vuoi mettere la soddisfazione?

”Esattamente (ride), è una cosa bellissima. C’erano le resistenze, i condensatori. Adesso apri un amplificatore e c’è un integrato con un trasformatore. Anche questo incide sulla qualità del suono e della voce, che devono essere ripresi in una certa maniera, proprio per trasmettere un tipo di mood. Soprattutto su ‘Naif’ è stato fatto un discorso musicale legato proprio ai vinili più che ai cd, suona come un vinile proprio perché è stato fatto secondo quei criteri, usando i vecchi registratori, i vecchi banchi, i vecchi microfoni…”.

A questo proposito conosco un aneddoto divertentissimo; in una tournee avete usato un vecchio Roland che era ormai un pezzo di ferro, ma da quando lo avete usato voi è ritornato di moda in un certo circuito di artisti e colleghi. E’ vero?

“E’ verissimo! (ride). Considera che il primo RE lo pagammo 150.000 lire nel 1998. Poi lo abbiamo riutilizzato, semplicemente per necessità, perché era quel che passava la casa in quel momento. Da quello siamo partiti per creare il nostro suono. Ma non era un vezzo, era quel che avevamo. Poi, abbiamo mantenuto quella filosofia, ad esempio le ritmiche fatte con tre, quattro tracce ed il resto tutte sovraincisioni. Cose peraltro molto difficili da risuonare, proprio perché non esistono! Ci siamo resi conto che abbiamo costruito un suono con quel che avevamo”.

Allora adesso ti chiedo se è vero anche che nel vostro primo lavoro, fatto totalmente in casa, avete suonato le chitarre in bagno. Ora, siccome il mio più caro amico veniva spesso a casa mia a suonare la chitarra, perché diceva che il mio bagno aveva un’acustica eccezionale e io lo prendevo molto in giro, se me lo confermi dovrò chiedergli scusa…

“Eh, gli devi dare ragione!”

Allora, caro Paolo, sorry: avevi ragione! Ma torniamo a noi. Come è nato questo primo vostro lavoro suonato interamente in casa?

“Fondamentalmente, per necessità, perché avevo una cameretta molto piccola. Poi, non avevamo una regia, quindi tutto veniva suonato dagli amplificatori che erano nella stessa sala dove si trovavano i monitor. Mi ero abituato a lavorare in diverse maniere, a seconda di quel che dovevo fare. L’idea di mettere l’amplificatore in bagno è nata dall’esigenza di sentire come suonava. Poi mi sono accorto che le mattonelle, o forse l’irregolarità della stanza, conferivano una risposta molto calda. Tanto che alla fine abbiamo ripetuto la cosa anche nel secondo disco, nonostante nel frattempo mi fossi trasferito: sono tornato apposta in casa di mia madre per suonare le chitarre in bagno (ride)”.

In questo “Naif” avete mantenuto sicuramente questo amore per il vintage. Ma avete forse apportato qualche novità?

“Mah, abbiamo semplicemente deciso di suonare, liberi dal vincolo di dover trovare per forza un suono particolare. Ecco, tutto è venuto naturalmente, insieme alle parole. Ci abbiamo comunque messo tre anni, è stato un periodo molto bello e credo si capisca dal mood dei pezzi”.

Prime risposte del pubblico? Riuscite a riprodurre la stessa atmosfera del disco? So che avete suonato a Roma a febbraio…

“Abbiamo fatto una sorta di ‘data zero’ per gli amici. Fondamentalmente, nel live noi cerchiamo di fare – per quanto possibile –cose diverse dal disco, perché fortunatamente i pezzi funzionano anche in altre forme. Quindi, nel momento acustico, si spoglia totalmente il pezzo e restano solo piano e voci. Nel caso di ‘Strade inquiete’ stiamo facendo proprio questo discorso. Alcuni momenti, se vuoi, vengono ancora più ‘asciugati’ rispetto al disco. Ma alla fine c’è proprio l’approccio al pezzo, a quello che trasmette. La formula, poi, non è sempre la stessa. Credo sia bello, ancora oggi, riuscire a non fare tutto di testa, ma lasciare fluire le idee. Suonare sul palco, oltretutto, è un momento di forte unione”.

Le ultime notizie vi davano in formazione-tipo con sei elementi più un cane e un gatto… cosa dice il nuovo censimento?

“Beh, ora siamo otto con due cani!”

Ah, otto come la Famiglia Bradford, otto come il vostro nome, tutto torna…
Avete novità per il vostro tour?

“Cercheremo di arrivare nelle grandi città prima dell’estate, per ricordare a tutti che ci siamo e che gli Otto Ohm non sono cambiati. Per Roma non abbiamo ancora deciso nulla, ma credo che suoneremo verso giugno, luglio…”

Oh, anche il vostro sito (ottoohm.com) è decisamente naif…

“E’ in linea!” (on line? - NdR :-)

Sicuramente. Inoltre, da un punto di vista grafico riprendete proprio i disegni del disco. Poi è bellissimo perché se cliccate in un punto venite letteralmente catapultati in un corridoio virtuale che vi schiude sempre nuovi orizzonti. Davvero complimenti anche per il sito. Inoltre è possibile scaricare splendidi wallpapers… si dice così? Ce ne è uno, in particolare, in aperta campagna, favoloso… dimmi che non è un fotomontaggio!

“No, no, è reale (ride). E’ lo spazio che si apre di fronte al nostro studio, un po’ fuori Roma. Si vedono anche i cani… Comunque, volevo riprendere il discorso del sito che avevi lanciato prima. Noi curiamo tutte le cose riguardanti il nostro mondo, seguiamo ogni dettaglio con la stessa attenzione. Ogni cosa che ruota attorno alla nostra musica ha per noi la massima importanza”.

Decidete sempre tutto quanto insieme?

“Beh, si. Direi che fortunatamente ci troviamo sempre in sintonia su tutto. In questo ci sentiamo sempre molto uniti, soprattutto nel cercare la qualità piuttosto che l’abbocco per farti vendere qualche copia in più”.

Peraltro c’è la possibilità per i navigatori di scaricare vostri pezzi in mp3, per farsi un’idea del vostro sound. Oh, leggevo che non ascolti la radio.. ahi ahi…

“Mah, ne ascolto poca, principalmente per mancanza di tempo. Ovviamente la radio commerciale non mi interessa, così come non mi interessa la tv commerciale. Quindi, sento molto vicine a noi le poche realtà indipendenti che esistono, come la vostra. Chi fa un discorso qualitativo, per spiegarci, si scontra sempre con le bollette, con l’aspetto più pratico e duro della realtà, che si contrappone ai sogni. Sono molto solidale con le situazioni nate con l’intento di trasmettere qualcosa, di offrire una visione in più”.

Qualcosa di diverso rispetto alle radio che ti martellano per sei mesi col singolo imposto, poi via il prossimo…

“Ma si, perché poi è una politica talmente sfacciata che poi è palese il vero interesse per il quale passano alcuni pezzi piuttosto che altri”.

E va bene. Ma, mi sono sempre chiesto e ora lo chiedo a te, addetto ai lavori: non è controproducente questa strategia di martellare le nostre povere orecchie con un solo brano, per mesi, dappertutto, ovunque ti giri…

“Eh vabbe’, ma il fatto che ci sia la… moria delle vacche (ride) ne è una conferma”.

Anche questa abitudine volgare di associare uno spot di telefonia a trenta secondi di un hit, che ti aggredisce quaranta, cinquanta volte al giorno… voglio dire, poi non ti vai a comprare il singolo, no?

“Lo so. Però alla fine è come la bugia detta all’infinito che poi diventa verità. Io credo che facciano molto leva su questo. E sai cosa è peggio? Che è un discorso generale, che non riscontro solo nella musica, ma anche nella televisione: mi viene in mente la comicità di ‘Zelig’, coi tormentoni tirati avanti una stagione”.

Tornando alla musica commerciale, in una vecchia intervista dicevi che non è più possibile scrivere musica confezionandola come un video di Mtv. Però, sai Andrea… non per infrangere il tuo sogno, ma molti fanno proprio così, quasi tutti…

“Lo so bene, perché noi no passiamo! (ride)”.

E allora perché altri gruppi, come il vostro, fanno altre scelte? Autolesionismo?

“Mah, io posso parlare per me e ti dico che noi facciamo quello che sentiamo. Molti dicono: ‘Ok, facciamo questo tipo di prodotto che piace alla ragazzina…’. Io credo che questo discorso sia molto triste e svilente rispetto a quello che fai. Secondo me c’è una paura di fondo dell’insuccesso, una grande insicurezza… perché non posso credere che tutti quanti pensano di poter fare la stessa cosa per ottenere lo stesso risultato! Allora, a ‘sto punto basterebbe un unico produttore, con una barca di soldi, che produce tutti... ma sarebbe allucinante!”.

Noi, che continuiamo a cercare la buona musica, vi aspettiamo questa estate in tour. Per il momento, continuiamo a sentirci “Naif”, alla faccia delle top of the pops e delle radio commerciali. Che ne dici?

“Mi pare un’ottima cosa. Saluto i vostri ascoltatori e do loro appuntamento sul nostro sito, per trovare le date del tour e per contattarci per qualsiasi motivo. Noi rispondiamo personalmente a tutti, sempre”.

Allora, ciao Andrea… ops, scusa Vincenzo, sennò non ti arrivano i diritti…

“(ride) Ciao Marco”.

Intervista effettuata nell'aprile 2006

HOME